WARME BRÜDER | I Fratelli caldi della Berlino prehitleriana

Posted on 28 dicembre 2016

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warme_bruder_gay_berlin_robert_beachyWARME BRÜDER

I Fratelli caldi della Berlino prehitleriana

«Squeeze me tighter, dear Johnny, let’s dance till it’s day»

W.H. Auden

 

di Massimiliano Sardina

 

Grazie a quali particolari contingenze storiche, sociali, economiche e politiche si è andata delineando per la prima volta la consapevolezza di una identità e di un orientamento omosessuali? È possibile rintracciare un’origine, la scintilla che ha innescato il prodigioso incendio? La tesi sostenuta da Robert Beachy nel monumentale saggio Gay Berlin. L’invenzione tedesca dell’omosessualità – tradotto in Italia da Angelo Molica Franco (Bompiani, 2016) – è che l’origine della graduale acquisizione di un’identità omosessuale vada rintracciata nella Germania della seconda metà dell’Ottocento, e più nello specifico a Berlino. L’analisi di Beachy, puntuale e dettagliata (prodiga di rimandi bibliografici) si snoda lungo un arco temporale che va grossomodo dal 1869 – anno in cui il termine Homosexualität (curioso impasto di latino e greco) fece la sua comparsa all’interno di un pamphlet tedesco che si opponeva allo statuto antisodomia prussiano – al 1933, l’anno nero della nomina di Hitler a cancelliere del Reich.

Sottoculture omosessuali premoderne sono rintracciabili in diverse epoche del passato (dall’età rinascimentale a quella illuminista), ma è solo nella nascente nuova metropoli a cavallo tra ‘800 e ‘900 che si vanno configurando le prime comunità organizzate; Berlino sotto quest’aspetto ha rivestito un ruolo cruciale (più di Parigi o Londra), agendo come una calamita e divenendo man mano un punto di riferimento se non una vera e propria mecca per tutte quelle esistenze non allineate. Nel cuore elettrico e scintillante di Berlino confluiscono a più riprese poeti, scrittori, artisti, scienziati, medici da ogni angolo d’Europa, attirati dalla fertile cultura cosmopolita e da quel clima di relativa libertà garantito dal frenetico processo di urbanizzazione; la popolazione in continuo aumento favoriva inoltre l’anonimato, un requisito come vedremo più avanti assolutamente fondamentale, perché a seconda delle situazioni essere schwul era un reato al contempo tollerato e perseguito. Il termine dialettale tedesco schwul (traducibile in umido) connotava l’omosessualità in una chiave ambivalente: sia qualificativa (molti omosessuali lo utilizzavano per designarsi) che dispregiativa (come sinonimo di immoralità pederastica). Si chiamava schwuler Weg la nota area di battuage nel parco Tiergarten. Schwul è inoltre legato all’espressione Warme brüder, traducibile grossomodo in Fratelli caldi, che nel gergo proto-queer era per l’appunto sinonimo di omosessuali. Nel corso dei decenni il vocabolo schwul ha subìto una progressiva modificazione di senso, assestandosi negli anni della Repubblica di Weimar in una connotazione sostanzialmente neutra e positiva (come poi lo sarebbe diventato il fortunato termine inglese gay). Le trasformazioni che si sono operate nelle maglie del linguaggio sono le medesime che hanno agito nel tessuto sociale. Il processo di normalizzazione, intermittente ma in fieri, si è verificato all’unisono con il processo di accettazione e riconoscimento. Nella grande città moderna – luogo per definizione del dinamismo e della sperimentazione – l’omosessuale non si nasconde ma si rivela, non si reprime ma si esprime, e lo fa con sempre maggiore consapevolezza e naturalezza, muovendosi su quella labile linea di confine tra il lecito e l’illecito che la società ha tracciato per lui (un percorso obbligato).

NPG x540; W.H. Auden; Christopher Isherwood by Howard Coster

A Berlino già dalla metà dell’Ottocento si apre un acceso dibattito medico-scientifico sul carattere innato dell’identità sessuale; nel 1852 il dottor Johann Ludwig Casper, grande studioso berlinese di devianze sessuali, definì l’attrazione tra individui dello stesso sesso un fatto innato e naturale, biologicamente determinato e quindi non frutto del vizio o di una qualche malattia psichica alimentata dal vizio. Il termine Homosexualität entrò ufficialmente nell’enciclopedia tedesca Meyers nel 1908 per designare uomini o donne omosessuali affetti da “un sentimento innato e perverso” (ecco dunque sottolineato il carattere innato dell’omosessualità). La parola era molto più diffusa in Germania che in altri paesi europei, dove cominciò a comparire timidamente intorno all’inizio del ‘900; al di là della terminologia medica, nel linguaggio comune gli epiteti più utilizzati per definire gli individui attratti dal proprio sesso erano “sodomiti”, “pederasti” o “invertiti”. Nell’enciclopedia Brockhaus l’omosessualità era legata al cosiddetto conträre Sexualempfindung (ovvero al sentimento sessuale invertito). Tanti furono i fattori che concorsero allo sdoganamento dell’identità omosessuale in Germania, in primis un clima culturale di respiro internazionale saldamente poggiato su basi scientifiche, ma tanta parte ebbero anche l’atmosfera di relativa tolleranza che vigeva per le strade di Berlino e, soprattutto, l’instancabile militanza dei primi attivisti. In Gay Berlin Beachy ripercorre le tappe del processo di criminalizzazione dell’omosessualità e, parallelamente, quelle della controffensiva che si è innescata per la sua depenalizzazione. È utile ricordare che l’unificazione della Germania (1871) aveva spinto l’impero tedesco a una riformulazione del codice penale, e in particolare all’adozione delle leggi prussiane antisodomia (il famigerato Paragrafo 175). La polizia tedesca, consapevole della vastità del fenomeno (diffuso in ogni strato sociale), si limitò in realtà a un’applicazione passiva del Paragrafo 175, punendo gli atti sessuali espliciti ma non impedendo agli omosessuali (uomini o donne) di riunirsi in associazioni o circoli; a questa indulgenza si accompagnava però un sistematico controllo, e in certi casi anche vere e proprie schedature. Il clima di tolleranza favorì l’insorgere delle prime comunità omosessuali.

Paradossalmente, seguendo il ragionamento di Beachy, fu proprio la polizia con il suo atteggiamento di intermittente accondiscendenza a stimolare l’aggregazione tra urning (uranisti); eccoci di fronte a un’altra terminologia, oggi in disuso ma molto utilizzata nella seconda metà dell’Ottocento. Il termine urning è desunto da Urano, il dio greco dei cieli che generò Afrodite da solo, ossia senza una donna; il riferimento va al Simposio di Platone dove Urano, genitore unico di Afrodite, è chiamato a simboleggiare l’amore tra giovani maschi greci. A coniare il termine urning (contrapposto a dioning, ossia etero) fu Karl Heinrich Ulrichs, avvocato tedesco, giurista, autore di coraggiosi pamphlet, primo grande pioniere per la difesa dei diritti degli omosessuali e promotore di una riforma legale. In riferimento alle lesbiche Ulrichs coniò il termine urninden. Contro quell’ottusa tradizione pseudo-medica che stigmatizzava la “sodomia” quale perversione intenzionale, vizio o mero atto genitale Ulrichs oppose la convinzione dell’innatismo e della predeterminazione biologica, forte anche degli studi del già citato dottor Casper. Il suo contributo a favore di una ridefinizione dell’omosessualità fu davvero fondamentale. Inquadrava gli uomini che amavano altri uomini in una sorta di terzo sesso, quello di una natura femminile prigioniera in un corpo maschile (un’idea piuttosto bizzarra che non trovò larghi consensi), e in seguito descrisse anche la bisessualità, per la quale coniò il termine uranodionism. Nonostante certe ingenuità, plausibili data l’epoca, il suo contributo alla causa, lo ribadiamo, fu davvero rilevante.

A Ulrichs si deve inoltre anche il primo coming out pubblico della storia, a Monaco nell’agosto 1867, di fronte a una nutrita platea di giuristi; contro l’indignazione dei benpensanti, scandalizzati alla sola idea di sfiorare l’argomento (l’innominabile vizio dei greci), Ulrichs urlò tutto il suo desiderio di giustizia e sollecitò una revisione della legge penale. «…Questa categoria di persone è stata oggetto di persecuzione solo perché la natura ha seminato in loro un’indole sessuale opposta a quella consueta!» L’accento, si noti, non è posto sul versante della tolleranza ma sulla “natura”, insindacabile dispensatrice di orientamenti incontrovertibili. Ulrichs pagò a caro prezzo l’essersi esposto, vi sacrificò la carriera di giurista e in parte anche i rapporti famigliari (un vero rivoluzionario), ma va da sé che tanta perseverante audacia gli ha assicurato un posto nella storia, e di tutto rispetto. Il primo pamphlet di Ulrichs risale al 1864. Ne seguiranno molti altri, grazie anche al supporto dell’editore di Lipsia Heinrich Matthes. Oltre che a Berlino i suoi scritti circolarono in Sassonia, nel Baden, nelle province del Reno occidentale, in Austria, ma anche fuori dal mondo germanofono (Italia, Francia, Paesi Bassi, Inghilterra). «…Con la pubblicazione di questi scritti ho avviato una discussione scientifica sulla base di fatti concreti. Il che dovrebbe suscitare l’interesse di medici e giuristi. Finora il trattamento della materia è stato fazioso, per non dire sdegnoso. I miei scritti sono la voce di una minoranza socialmente oppressa che ora chiede di essere ascoltata nei propri diritti.» Facile immaginare che per molti giovani omosessuali in cerca di risposte sulla propria natura e condizione Ulrichs divenne una sorta di bibbia; il giurista fu d’ispirazione anche per il medico austriaco Richard von Krafft-Ebing, che nel 1877 in un articolo parlò esplicitamente di amore omosessuale. Ulrichs lottò con tutto se stesso, prima sotto il cauto pseudonimo di Numa Numantius, poi col suo vero nome. Nel 1871 l’adozione delle leggi antisodomia prussiane assestò un duro colpo. Nel 1880 Ulrichs riparò in Italia – all’epoca un’oasi per gli omosessuali, specie tedeschi e inglesi, che lungo tutto il corso del XIX secolo vi si erano rifugiati per sottrarsi alle leggi persecutorie dei loro paesi d’origine – e vi restò fino alla morte (1895).

NPG x540; W.H. Auden; Christopher Isherwood by Howard Coster

La sua eredità non andò perduta, ma venne raccolta e magnificata dal medico berlinese Magnus Hirschfeld, altro grande pioniere attivista per i diritti degli omosessuali, fondatore del celebre WHK (Wissenschaftlich-humanitäres Komitee, il Comitato Scientifico-Umanitario di Berlino). Il Comitato – prima organizzazione al mondo per i diritti degli omosessuali – onorò con ogni mezzo la memoria di Ulrichs; il primo passo riguardò l’attenta ricostruzione della sua biografia e la ripubblicazione di tutti i suoi rivoluzionari pamphlet. Con il WHK, inaugurato nel 1897, Berlino assurge a centro europeo della ricerca sessuologica e diventa un punto di riferimento imprescindibile per medici, psichiatri e letterati di tutta Europa. Sullo sfondo del simbolico passaggio del testimone tra Ulrichs e Hirschfeld c’è sempre Berlino, o Berlin-Sodome, per usare una più che esaustiva espressione di Octave Mirbeau. «[…] I tedeschi non si accontentano mica di essere pederasti, come tutti gli altri. No davvero, loro devono inventarla, l’omosessualità. Santo Iddio, dov’è che la scienza si ritaglia un posticino? Studiano la pederastia come studierebbero le epigrafi… Pederasti pieni di enfasi, sodomiti pieni di erudizione! E al posto di semplici uomini, per quanto viziosi, che fanno l’amore tra loro, ecco qua, invece, pederasti di una pedanteria unica. Vai a Berlino, dico io… Ci vediamo a Berlino. Perché l’unica strada è quella.» (O. Mirbeau, Berlin-Sodome, in La 628-E8, Parigi, 1907). Nei primi decenni del secolo Berlino vive dunque la sua magnifica age d’or (subentrando prepotentemente a Parigi quale nuova capitale dell’era moderna), crocevia delle più diverse correnti di pensiero e punto di confluenza delle principali avanguardie artistiche internazionali. Berlino attrasse anche molti italiani (intellettuali o semplici viaggiatori).

«L’ambiente sociale della Berlino guglielmina e weimariana – scrive Olga Cerrato nel saggio La Berlino degli italiani (Le Lettere, 1997) – colpisce gli italiani per la sua liberalità, che i più interpretano piuttosto come pericoloso libertinaggio. […] L’osservatore italiano che descrive Berlino deve fare i conti con una realtà a lui fino ad allora sconosciuta, sia che egli provenga dalla campagna sia che si tratti di un cittadino: Berlino è la metropoli per eccellenza, tempio della modernità, immenso labirinto…» Marinetti e compagni, sedotti da tanta modernità, individuarono nella caotica e trafficatissima Postdamer Platz – dotata addirittura di un semaforo! – il luogo nevralgico della Berlino futurista. Berlino non suscita solo stupore e meraviglia. C’è anche la scandalizzata indignazione di moralisti come Giuseppe Antonio Borgese, che definisce “strada della perdizione” la celebre Friedrichstraße frequentata da passeggiatori e passeggiatrici. Berlino è sempre stata una città a forte vocazione omoerotica. Anche per quel che concerne la prostituzione maschile Berlino si è distinta fin dal Settecento. Godereccia, disinibita, permissiva… così è descritta in una guida turistica del 1782, dove si fa esplicito riferimento ai Warme brüder, i Fratelli caldi berlinesi, per lo più soldati, prostituti occasionali.

Gli anni tra il 1850 e il 1875 sono anche quelli del grande sviluppo dei trasporti ferroviari, anni proiettati nel cuore di un progresso tecnologico entusiastico ed esaltante, anni di elettricità e di velocità, anni illuminati, relativamente ancora lontani dallo spettro della prima guerra mondiale. «Innumerevoli locali notturni – scrive Sebastian Haffner in Un tedesco contro Hitler – aprirono i battenti da un giorno all’altro. Giovani coppie turbinavano nelle strade dei quartieri dei divertimenti, come in un film sull’alta società. Tutti erano occupati in faccende amorose, rapide, goderecce. […] Ci fu un’esplosione di spensieratezza, leggera, gaia, febbrile.» Testimonianze su questa Berlino vitale, caleidoscopica e accattivante, salutata come una Chicago europea, le ritroviamo in tantissime pagine letterarie, diaristiche e giornalistiche di quegli anni (abbiamo appena citato un pungente e ironico passaggio di Mirbeau); nel 1892 Mark Twain la definì “città della luce”, mentre Charles Huard nel 1900 sentenziò che in confronto a Berlino «Parigi è una stalla, Londra una fogna e New York un porcile». Inutile sottolineare che gran parte del fascino di Berlino – o sarebbe meglio dire l’attrattiva principale, che convogliava nutrite schiere di turisti europei – era costituito da una sempre più consolidata e variegata comunità omosessuale. Dal 1880, a nemmeno un decennio di distanza dall’unificazione della Germania, Berlino può dirsi a tutti gli effetti una metropoli. Sul finire del secolo la popolazione raggiunse i due milioni, per toccare i tre milioni e mezzo alla soglia della prima guerra mondiale. Dai luoghi di ritrovo (e di prostituzione) storici e strategici come il centralissimo viale dell’Unter den Linden, Friedrichstraße, il parco Tiergarten o l’Invalidenpark (quest’ultimo situato alla periferia nordoccidentale), la nascente sottocultura omosessuale maschile e femminile prese a distribuirsi in decine e decine di locali sparsi in ogni angolo della città.

Come abbiamo già osservato fu la politica di relativa tolleranza instaurata dalle autorità berlinesi (la zelante Polizei) a favorire questa proliferazione. La Polizei adottò in sostanza una strategia opportunistica, se da un lato lasciava correre dall’altro raccoglieva informazioni dettagliate in un’apposita Päderastenlist (lista dei pederasti). Figura centrale fu il commissario Hüllessem, che nel 1885 creò l’Homosexuellen Dezernat (il Reparto Omosessuali), allo scopo di monitorare scientificamente il fenomeno. Dieci anni prima Hüllessem aveva iniziato a compilare il Verbrecheralbum, un album fotosegnaletico contenente varie tipologie criminali (una sorta di manuale destinato a identificare tratti comuni nei delinquenti recidivi); tra gli schedati comparivano anche i “pederasti” (termine dal significato piuttosto dilatato che comprendeva, oltre ai comuni omosessuali, anche prostituti, travestiti e pedofili). Nel Verbrecheralbum vennero schedate migliaia di fotografie di sospetti trasgressori del Paragrafo 175, ma è utile ribadire che si è trattato di uno strumento di monitoraggio, non di repressione; l’Homosexuellen Dezernat di Hüllessem ebbe anzi il merito di alimentare un forte senso comunitario all’interno della popolazione omosessuale berlinese e, scrive Beachy «diede vita a un costrutto teorico – la teoria dell’innatismo omosessuale – proiettando l’omosessualità come identità sociale e culturale e consentendole di svilupparsi all’interno di locali e altri luoghi d’intrattenimento.» Nel 1896 Hüllessem modificò il nome della sua sezione in “Reparto Omosessuali ed Estorsori”, questo perché la gran parte dei ricatti sessuali coinvolgevano omosessuali insospettabili, per lo più clienti di prostituti.

Nella seconda metà dell’Ottocento, oltre ai numerosi locali e caffè, la cultura omosessuale berlinese prese a riunirsi in serate a tema, spesso in maschera, i cosiddetti Puppenbälle (termine derivato da Puppe, che in dialetto berlinese stava per prostituto); nella Berlino guglielmina questi balli (previa autorizzazione ufficiale) erano aperti al pubblico, molto pubblicizzati, frequentati anche da dioning curiosi. In queste serate molti omosessuali si travestivano o si conciavano in modo eccentrico, sottolineando in modo esplicito e divertito il proprio orientamento sessuale. In questi contesti l’omosessuale familiarizzava con se stesso, riconoscendosi membro di una comunità per molti versi integrata con quella ordinaria. In nessun altro paese europeo era contemplato questo livello di libertà. In ossequio al motto “Attraverso la scienza verso la giustizia” il medico ebreo berlinese Magnus Hirschfeld proseguiva le sue battaglie sul sentiero tracciato da Ulrichs. Con le sue pubblicazioni (supportate dall’editore di Lipsia Max Spohr) Hirschfeld sostenne la teoria dell’innatismo, indagò una gamma vastissima di orientamenti sessuali e identità di genere e si adoperò con ogni mezzo per l’eliminazione del Paragrafo 175. La prima pubblicazione di Hirschfeld risale al 1896. Nell’affermare che l’orientamento sessuale fosse causato da una predisposizione biologica Hirschfeld si trovò in sintonia con quanto sostenevano il medico Krafft-Ebing e lo psichiatra Albert Moll; all’opposto il sessuologo Iwan Bloch e il professore di medicina Albert Eulenburg sostenevano che l’orientamento omosessuale fosse indotto dalla seduzione e dalle cattive abitudini.

Per inquadrare il contesto storico ci è sufficiente puntare l’obiettivo su quanto avveniva contestualmente in Gran Bretagna: sono esattamente gli anni della condanna di Oscar Wilde ai lavori forzati. Lo statuto antisodomia era presente in entrambi i paesi, ma in Germania, come abbiamo già osservato, era applicato passivamente, con grossi margini di elasticità. La militanza del WHK distinse la Germania, aprendo spiragli di speranza per una riforma che legalizzasse definitivamente e sotto ogni aspetto l’omosessualità. Hirschfeld e membri del WHK patrocinarono e promossero conferenze, incontri, dibattiti, pubblicazioni per sollecitare il cambiamento. Altra figura di spicco fu Adolf Brand, editore della prima rivista omosessuale “Der Eigene” (che uscì dal 1898 al 1932). Nel 1903 Brand fonda una società letteraria, la Società degli Speciali, sorta di alternativa al WHK di Hirschfeld. Brand promuove il culto dell’efebo e i modelli omoerotici in voga nell’antica Grecia (fu il primo a pubblicare i nudi adolescenti di von Gloeden). A differenza del rivale Hirschfeld (incline ad assimilare all’omosessualità una sorta di ermafroditismo psicologico) Brand sosteneva che la maggioranza degli uomini fosse potenzialmente bisessuale, e che quindi non aveva senso etichettare gli omosessuali come una minoranza distinta dal resto. Le divergenze tra i due compromisero quell’unità che certo avrebbe più giovato alla causa, ma sono sintomatiche di uno scenario di studi così ricco di sfaccettature e ancora tutto in fieri.

Le riviste “Jahrbuch” (di Hirschfeld, edita dal 1899) e “Der Eigene” (di Brand) veicolarono tutta la letteratura omosessuale redatta nella fertile congiuntura tra XIX e XX secolo, in quel frangente propulsivo che determinò una profonda cesura tra l’Ottocento conservatore e il Novecento innovatore; tra critica letteraria e semplici recensioni queste riviste svolsero un ruolo fondamentale per delineare un “proto-canone letterario gay” e per smascherare l’omosessualità implicitata in molti testi tedeschi contemporanei. La casa editrice Spohr pubblicò nel 1901 la traduzione tedesca de Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde. Nel 1903 la rivista “Jahrbuch” recensì L’immoralista di André Gide. Tra le tante opere letterarie recensite (e in molti casi anche tradotte): Dedé (1901) di Achille Essebac, Escal-Vigor (1903) di Georges Eekhoud, Mikaёl (1904) di Herman Bang, I turbamenti del giovane Törless (1906) di Robert Musil, Vanja (1906) di Mikhail Kuzmin, La morte a Venezia (1912) di Thomas Mann, per non citarne che alcune. Diverso fu il destino di un classico come Maurice dello scrittore inglese Edward Morgan Forster che, pur se scritto nel 1914, rimase inedito fino al 1971. Messa nero su bianco (in modo esplicito o solo allusivo) la cultura omosessuale conquista gradualmente una dimensione narrativa, quindi storica e socio-antropologica, a debita distanza da quell’astrazione cui la società conservatrice l’aveva per troppo tempo relegata. Agli inizi del ‘900 il divario tra le idee di Hirschfeld e quelle di Brand si fa profondo. Brand (con la complicità del dottor Benedict Friedlaender e del gruppo dei mascolinisti) si va sempre più orientando verso il Freundesliebe greco – l’amicizia omoerotica tra superuomini ipervirili e omofili – mentre Hirschfeld, fedele al suo approccio scientifico, continuò sulla strada del determinismo biologico e dell’innatismo, senza escludere le donne.

NPG x540; W.H. Auden; Christopher Isherwood by Howard Coster

Oltre che misogini Brand e compagni si fecero promotori della supposta superiorità della razza tedesca, quindi di un prototipo tedesco di omosessuale ipervirile. Alla lunga le sole idee che ebbero seguito e trovarono largo consenso furono quelle di Hirschfeld, che insisteva nel definire l’omosessualità come un tratto immodificabile e biologicamente determinato della personalità. Nonostante le lotte degli attivisti (sempre in giro per convegni e conferenze), le nutrite pubblicazioni editoriali e il moltiplicarsi dei locali a tema, l’omosessuale era sempre costretto a barcamenarsi sul confine labile tra legalità e illegalità. L’omosessuale era un facile bersaglio, e chiunque poteva strumentalizzare l’omosessualità di qualcun altro nell’ottica di una demolizione dell’avversario. Basti pensare allo scandalo Krupp del 1902, o ancor più al celebre scandalo Eulenburg che coinvolse il Kaiser Guglielmo II e tutta la sua “tavola rotonda” omoerotica. Contro il principe Filippo di Eulenburg si accanì il giornalista berlinese Maximilian Harden del “Die Zukunft”, su ordine del Ministro degli esteri tedesco Friedrich von Holstein. A nulla valse la denuncia del principe per diffamazione, anzi sortì l’effetto contrario, quello di accendere i riflettori morbosi dell’opinione pubblica. Parliamo di anni in cui certo aggressivo giornalismo (politicamente supportato) era in grado di gettare nel fango anche personaggi intoccabili.

Lo scandalo Eulenburg, di eco internazionale, ebbe però il merito di sdoganare a livello popolare il concetto di “identità omosessuale”. È qui che si accese per la prima volta il dibattito su coming out sì o coming out no (Brand era per il sì, mentre Hirschfeld, sempre misurato, difendeva la libertà individuale del dichiararsi o meno). Il vizietto tedesco – la Freundschaft (o l’Amitié allemande) – era ben noto oltre frontiera. Lo dimostrano testi come Vizi e virtù tedesche (1904) di Oscar Méténier o L’omosessualità in Germania (1908) di Weindel e Fischer. Un laboratorio di sessualità a cielo aperto: a questo doveva rassomigliare Berlino tra ‘800 e ‘900. Contraltare del pioniere Hirschfeld – che si batteva affinché l’omosessuale potesse vivere in sintonia con il proprio orientamento biologico – era lo psichiatra francese Dr. Laupts, autore nel 1896 del delirante testo omofobo Sessualità perverse e prevenzione dell’inversione. A sostegno dell’innatismo si era schierato invece lo psichiatra tedesco Paul Näcke. In Germania c’è sempre stata una lunga tradizione di cameratismo omosociale. Quanto il cameratismo fosse connaturato allo spirito maschile tedesco ce lo testimonia Haffner nel già citato Un tedesco contro Hitler: «…Nessuna ragazza aveva risvegliato il mio amore, fino a quel momento, ma un ragazzo che condivideva i miei ideali e i miei gusti letterari. Era uno di quei rapporti quasi patologici, eterei, pudibondi, appassionati, come solo dei ragazzi sanno intrattenere tra loro…» La prima organizzazione giovanile che promuoveva l’aggregazione tra maschi, il Wandervogel, venne fondata nel 1897. Suo membro, dal 1902, fu Hans Blüher, futuro teorizzatore del Männerbund (una comunità maschile omoerotica).

Nel 1903 il quindicenne Hans Blüher venne sorpreso in intimità con un compagno e punito. «…In piedi di fronte a me, vidi subito quanto fosse bello, e da quel momento in poi fui tutto un fuoco. Riuscii ad accendere anche lui e a distruggere tutte le sue difese; era un essere umano troppo principesco per non essere libero di fare quel che gli piaceva…» Nei suoi scritti Blüher ha descritto dettagliatamente le relazioni appassionate dei tempi del Gymnasium «…nelle tenebre, eravamo come travolti da una passione sconvolgente.» Crescendo Blüher si lascerà affascinare dalle teorie mascoliniste di Friedlaender e da quelle di Wilhelm Jansen (vicino alla Società degli Speciali di Brand e nuovo direttore, dopo Karl Fischer, dell’Alt-Wandervogel). Con Jansen il Wandervogel stabilisce una connessione più diretta con gli attivisti per i diritti degli omosessuali. In seguito Blüher arrivò a elaborare una teoria del Männerbund omoerotica, nazionalista e antisemita (guardava all’omoerotismo come forza aggregante delle comunità maschili, e credeva a una mascolinità intrinsecamente superiore alla femminilità). Definì un’aberrazione l’omosessuale effeminato, ma si trovò d’accordo con l’innatismo teorizzato da Hirschfeld; prese inoltre le distanze da Freud, che considerava l’omosessualità un processo psicodinamico fallito. Odioso antisemita, Blüher col suo Männerbund offrì un modello sociologico e intellettuale per certi gruppi nazisti (nonché una sorta di alternativa di destra all’omosessualità ebraica ed effeminata di Hirschfeld).

Nella Germania prehitleriana il Männerbund di Blüher assurge a tropo culturale delle dinamiche omosociali, e non è dissociabile dal contesto in cui si trovarono a operare attivisti seri come Magnus Hirschfeld. Sempre più deciso a «rompere la cospirazione del silenzio», nel marzo 1919 – all’alba quindi della nascente Repubblica di Weimar – Magnus Hirschfeld dà vita alla sua grande creatura: l’Institut für Sexualwissenschaft (l’Istituto per la ricerca sessuale), con sede in un grande edificio adiacente al parco Tiergarten. La struttura, assolutamente avveniristica (sovvenzionata dalla fondazione Hirschfeld-Stiftung e da donazioni private, nonché supportata dai vertici della Polizei di Berlino) si proponeva innanzitutto come punto di riferimento per una comunità omosessuale altrimenti disorientata, e per tutte quelle minoranze sessuali che vivevano disagi e situazioni problematiche; l’Istituto somministrava terapie mediche e consulenze psicologiche, offrendo ogni genere d’aiuto a chi vi si rivolgeva, una sorta di “sportello della sessualità”. Nel ’21 l’Istituto inglobò nuovi spazi che furono destinati all’allestimento di una sala conferenze, di una biblioteca e di un reparto di chirurgia. Fiore all’occhiello dell’Istituto quello che venne soprannominato il “Museo Hirschfeld” (curato da Karl Giese, il compagno storico di Hirschfeld), un museo dell’omosessualità e, al contempo, dell’intero spettro della sessualità (articolato in fotografie, documenti, oggetti, memorabilia e quant’altro potesse raccontare e testimoniare il pluriverso delle identità sessuali). All’Istituto per la ricerca sessuale si sperimentarono anche le prime cure ormonali, i cambi di sesso (che Hirschfeld chiamava rispettosamente “riadattamenti”) e si gettarono le basi della nascente scienza della transessualità. Il successo della fondazione va inquadrato nell’atmosfera rivoluzionaria instaurata dalla Repubblica di Weimar, e dal famoso annuncio “niente più censura” che diede carta bianca a tanta editoria di nicchia. Nell’agosto 1919 uscì la rivista “L’amicizia” (“Die Freundschaft”), distribuita nelle edicole in grande tiratura (le riviste “Jarbuch” di Hirschfeld e “Der Eigene” di Brand non godettero della stessa libertà di circolazione).

In questo clima di relativa libertà si inserisce anche quello che può considerarsi il primo film apertamente omosessuale: Diversi dagli altri (Anders als die Andern, del regista Richard Oswald, che si avvalse tra l’altro della collaborazione di Hirschfeld). Il lungometraggio illustra gli effetti del Paragrafo 175 sulle esistenze degli omosessuali e, molto significativamente, si chiude con il suicidio del protagonista. Quella del gay che deve morire diventerà poi un mantra di tanta letteratura e cinematografia del Novecento. Fu l’attore Conrad Veidt (lo stesso de Il gabinetto del dottor Caligari) ad interpretare il primo ruolo omosessuale della storia del cinema. Sulla scia di questo film se ne produssero molti altri, più o meno espliciti nello sfiorare l’argomento. Se da un lato la nuova costituzione di Weimar sanciva la sacrosanta libertà d’espressione (artistica e culturale), dall’altro fronte soffiava il vento malsano del nazionalismo radicale e dell’antisemitismo. Dalle file del nascente antisemitismo nazista Hirschfeld era sempre più considerato un “pervertitore della cultura tedesca”. La Berlino di Weimar degli anni 1918-1933 fu, per dirla con un’espressione di Stephen Spender «una città senza vergini.» L’ammorbidimento delle leggi si tradusse in una gaytudine pressoché generalizzata. Nella sola Berlino si contavano circa trenta riviste omosessuali a cadenza settimanale e mensile (riviste che, vendute nelle frequentatissime edicole di Friedrichstraße e Postdamer Platz, favorirono la crescita di una comunità mondiale germanofona).

Tra il 1920 e il 1930 la popolazione omosessuale di Berlino si attestava, secondo una stima di Hirschfeld, tra i 50.000 e i 100.000, a fronte di circa 4 milioni di abitanti, tra cui una media di circa 300.000 turisti (molti dei quali extraeuropei). Oltre alle riviste – che pubblicizzavano serate, eventi, testi letterari, informazioni mediche e scientifiche – spuntarono come funghi anche locali, bar, ristoranti e sale da ballo. I locali più raffinati ed esclusivi – come il Kurfüsten Lounge, il Kurfüsten Kasino, il Nürnberger Lounge, lo Schloßkonditorei Bellevue, l’International Lounge o il Kleist Kasino – si trovavano nella cosiddetta Broadway-Berliner (nella Berlino Ovest), mentre quelli della classe media e medio-bassa si concentravano nella Berlino Est e in certe aree del centro (il Passage, l’Adonis-Diele, l’Eldorado, il Mikado, il Cosy Corner, per non citarne che alcuni). Sebbene ogni relazione omosessuale rimanesse potenzialmente illegale, a Berlino si godeva di una indifferenza ufficiale (come era già accaduto in Italia nel Rinascimento), purché però non si trasgredissero certi parametri tacitamente condivisi. Negli anni della Repubblica di Weimar Berlino fu meta di grandi flussi di turisti in cerca di sesso facile, omosessuale ma anche eterosessuale.

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Un distinguo va fatto tra le comunità omosessuali propriamente dette e il fenomeno della prostituzione maschile, a Berlino particolarmente fiorente, soprattutto dopo il crollo economico mondiale del 1929. Un romanzo che descrive bene il fenomeno della prostituzione maschile berlinese di quegli anni è Der Puppenjunge (Il gigolò), 1926, di J. H. Mackay. Un quadro ancora più preciso ce lo offre Ernst Haffner nel bellissimo romanzo del 1932 Blutsbrüder (Fratelli di sangue), da me recensito nel numero 27 di Amedit. Testimonianze le ritroviamo nei diari berlinesi del poeta Wystan Hugh Auden e negli scritti di Chistopher Isherwood, che si trasferirono a Berlino nel 1928 attratti da questo mondo libero e disinibito. Auden addirittura prese casa di fronte al suo bordello preferito, il Cosy Corner. Nel 1923 Friedrich Radszuweit (imprenditore, altro grande attivista per i diritti degli omosessuali) si mette alla guida della Lega per i diritti umani (Bund für Menschenrechte), un’associazione militante che raccolse moltissimi iscritti. In breve tempo Radszuweit divenne il simbolo della cultura omosessuale e dell’attivismo contro le leggi antisodomia nella Repubblica di Weimar. Fondò le riviste “Blätter” (in cui venivano stilate biografie di omosessuali celebri), “Die Freundin” (“L’Amica”, rivolta a lesbiche e travestiti) e la patinata “Das Freundschaftsblatt”; diede vita anche al “Teatro dell’Eros”, dove andarono in scena molte pièce a tematica omosessuale. Sono dunque tre le grandi organizzazioni omosessuali che si fronteggiarono negli anni della Repubblica di Weimar (quella di Hirschfeld, quella di Brand e quella di Radszuweit), spesso ostili tra loro e con visioni talvolta inconciliabili, ma di certo ad unirle ci fu la lotta per la riforma del codice penale.

Nell’ottobre del 1929, dopo tante lotte e campagne, venne finalmente abolito il Paragrafo 175 (la legge tedesca contro la sodomia). Fu una grande vittoria per Hirschfeld e per il Comitato Scientifico-umanitario che aveva fondato nel lontano 1897. Purtroppo si trattò però di una falsa vittoria. Nel 1930 le politiche della Repubblica di Weimar si arenarono, e la crisi economica tagliò le sovvenzioni alle organizzazioni. I nazionalsocialisti, sempre più brutali, si opposero fermamente a ogni modifica del Paragrafo 175. Forti della retorica ariana sul mito della razza, tacciavano l’omosessualità di mortificare la virilità della cultura tedesca. La macchina del mostro nazista si apprestava a fare tabula rasa di ogni piccolo diritto acquisito. Nel ’33 con la nomina di Hitler a cancelliere tutto si bloccò inesorabilmente. Hirschfeld, bersaglio di attacchi già da anni – odiato dai nazisti in quanto ebreo, omosessuale e studioso di sessuologia – si dimette nel 1930 dalla carica di direttore del WHK e lascia la Germania per sempre; intraprenderà un tour mondiale di conferenze per portare avanti le sue battaglie, fino alla morte avvenuta in Francia nel ’35. Brand, non essendo ebreo né ostile al partito, scampa all’arresto.

Nel febbraio ’33 “La Campagna per un Reich pulito” pose fine alla stampa omosessuale. Malgrado quest’azione molti locali rimasero aperti fino al ’35 (i nazisti erano più impegnati nel perseguitare gli ebrei e gli oppositori politici). Il 6 maggio 1933 l’Istituto di Hirschfeld venne distrutto dai nazisti. Circa 20.000 volumi e 35.000 fotografie alimentarono il vergognoso rogo in Opernplatz. Il costrutto criminale nazista bollò l’omosessualità come una “perversione contagiosa”, una malattia che, in quanto tale, poteva e doveva essere curata. Nel pensiero delirante nazista l’omosessualità non era, come la ricerca scientifica aveva largamente dimostrato, un orientamento biologicamente determinato (quindi fisso e immutabile) ma una condizione degenerata dalla quale ci si poteva riabilitare. A frenare “il dilagare dell’infezione” ci pensò il capo delle SS Himmler, considerato l’ideologo dell’omofobia nazista. Oltre 100.000 uomini tedeschi furono accusati di aver violato il Paragrafo 175. È stimato che tra i 5.000 e i 15.000 omosessuali morirono tra le prigioni e i campi di concentramento. Il nazismo tagliò le ali del primo attivismo al mondo per i diritti delle persone omosessuali, eliminando il sogno di una società civile fondata sul rispetto e l’uguaglianza.

Massimiliano Sardina


cover_amedit_dicembre_2016_webQuesto articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 29 – Dicembre 2016.

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