Berlino 1933 | LA SEDUZIONE DEL CAMERATISMO | Un tedesco contro Hitler | Una  testimonianza di Sebastian Haffner

Posted on 28 dicembre 2016

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sebastian_haffner_un_tedesco_contro_hitlerBerlino 1933 | LA SEDUZIONE DEL CAMERATISMO

Un tedesco contro Hitler | Una  testimonianza di Sebastian Haffner

(Skira, 2016)

di Massimiliano Sardina

 

Il 5 marzo 1933 la maggior parte dei tedeschi aveva votato contro Hitler. «Che ne è stato di questa maggioranza?» si chiede lo scrittore e storico tedesco Sebastian Haffner nel racconto autobiografico Geschichte eines Deutschen (Un tedesco contro Hitler, riproposto quest’anno da Skira nella traduzione italiana di Claudio Groff). Quest’enigma nella genesi del Terzo Reich sembra sciogliersi nelle logiche, squisitamente tedesche, del cosiddetto “cameratismo omosociale”, e più in generale in quelle subdole strategie di persuasione messe in atto dall’intellighenzia nazista per assicurarsi un gregge mansueto e orgogliosamente ubbidiente. Haffner vive questi eventi in prima persona, sperimenta sulla sua pelle quel processo di disumanizzazione così abilmente orchestrato per generare l’ebbrezza del consenso, l’aderenza incondizionata ai dettami del monstrum.

Sullo sfondo la Berlino intrigante e cosmopolita dei primi anni Trenta, una metropoli che negli anni della Repubblica di Weimar aveva goduto di una larghissima libertà espressiva e che ora, costernata e incredula, si trovava a subire le ingerenze di una sempre più invasiva dittatura. A uno sguardo superficiale Berlino poteva sembrare quella di sempre, con le sue luci scintillanti, i locali à la mode, le feste in maschera, e non ultima la nota libertà sessuale che calamitava tanti turisti europei e americani; sotto questa cipria si agitava però un’atmosfera cupa e mortifera. Haffner descrive una festa che ebbe luogo il 25 febbraio nella famosa sala da ballo Il Barcone, dove Berlino si fa metafora di una nave prossima ad affondare: «…all’improvviso mi sopraffece una strana, stordente sensazione: come se io e quelle migliaia di giovani agghindati a festa fossimo rinchiusi dentro un’enorme nave che beccheggiava e rollava pesantemente e implacabilmente…» Non tutti i tedeschi furono dei volenterosi carnefici, o perlomeno non lo furono dall’inizio. In pochi avrebbero scommesso sul successo politico di uno come Adolf Hitler.

Nel 1930 l’uomo tedesco medio, quello dotato di una normale ragionevolezza, guardava al protoFührer come si guarda un ometto repellente, delirante e soprattutto pericoloso, suscettibile da un momento all’altro di essere ammanettato dal primo poliziotto nei paraggi. Tutto sembrava concorrere contro di lui: quei ridicoli baffetti, la stazza tozza e sgraziata, la cadenza dialettale da periferia viennese, l’oratoria farneticante e logorroica, la gestualità a tratti epilettica, gli occhietti spiritati da matto, la bocca impastata di saliva, per non parlare dei concetti espressi verbalmente: il gusto per la minaccia, le fantasie sanguinarie di giustizia sommaria, l’istigazione all’odio. Eppure, contro ogni previsione, questo “scherzo della natura”, questo patetico sobillatore, è finito per prevalere anche su quel 56% che non l’aveva votato. L’ipnosi di massa è passata attraverso l’ottenebramento della responsabilità morale e della coscienza civile: una progressiva catatonia dell’umana empatia. Il Terzo Reich ha condotto una vera e propria campagna di seduzione per assicurarsi la fedeltà assoluta dei suoi affiliati; ha saputo far leva sulle debolezze e sui punti nevralgici dell’indole germanica, sfruttando anche certe frustrazioni subite dalle generazioni del ’14-’18, ora più che mai nutrite di nazionalismo narcisistico e sete di riscatto al cospetto dell’odiato nemico europeo. Il vero contraltare dell’antisemitismo è stato per l’appunto il falso mito – coltivato con ogni mezzo – della purezza germanica, ripristinabile solo attraverso una massiccia epurazione.

Nel ’33 – anno nero dell’ascesa di Hitler a cancelliere – Sebastian Haffner (pseudonimo di Raimund Pretzel) è un giovane uomo di ventisei anni, laureando in studi giuridici e in attesa di sostenere l’esame di Stato. La sua testimonianza è particolarmente preziosa perché parte dall’interno, dal cuore prima bastonato e poi imbastardito di un popolo altrimenti pacifico e solidale, istigato alla discriminazione razziale, costretto suo malgrado a recitare la parte del complice connivente. «Non si pensa mai abbastanza – scrive Haffner – a quanto siano infantili i concetti che nutrono e scuotono le masse»; qualsiasi altro popolo – si spinge ad affermare con malcelato imbarazzo, quasi che nel sangue tedesco fluisse una sorta di predisposizione socioantropologica – non si sarebbe lasciato soggiogare fino a questo punto. Dall’interno Haffner assiste al disfacimento morale di una società che fino a quel momento si era andata consolidando in ossequio a dei parametri di convivenza civile che si credevano inalienabili. A dispetto della sua incredulità è costretto a prendere atto del capovolgimento valoriale istituzionalizzato dal nazionalsocialismo; il mondo nel quale solo fino a ieri era vissuto, intessendo legami e relazioni, non appariva più lo stesso mondo, ma una realtà adulterata e grottesca, prossima al collasso. «La croce uncinata – scrive evocando un’immagine potente e significativa – non si è impressa nel popolo tedesco come in una sostanza solida, riluttante ma in compenso capace di prendere forma, bensì come in una poltiglia cedevole e priva di contorni.»

Nel marzo ’33 il partito nazista, gonfio e tronfio, incamerò centinaia di migliaia di nuove adesioni. Socialdemocratici, ma anche parecchi comunisti, si lasciarono irretire dall’ebbrezza del male. Perché? Come è potuto accadere? I motivi, spiega Haffner, sono diversi. Hitler innanzitutto seppe cavalcare con astuzia il malcontento, promettendo tutto a tutti, specie alle nutrite schiere di elettori qualunquisti; seppe far leva sui delusi, sugli impoveriti, sui nazionalisti nostalgici, sulle generazioni umiliate dalla guerra del ’14-’18, ma anche su quella che poi sarebbe diventata la nuova “gioventù hitleriana”. Preda della paura, dell’incertezza del domani, i più scelsero di ammazzare per non far parte degli ammazzati (un mero calcolo opportunistico). Haffner insiste a più riprese nel descrivere un popolo “spettatore” (un popolo molle, spiritualmente fragile, del quale suo malgrado si sente parte, in egual misura colpevole e responsabile). Con impietosa autoanalisi si presenta al lettore come un giovane beneducato e di belle speranze, non particolarmente brillante, diviso tra la scrittura e la carriera giuridica, un “prodotto medio della borghesia colta tedesca”. Haffner non cede alle suggestioni del memoir e cala se stesso in un contesto più ampio: più che un racconto autobiografico la sua è una lucida analisi socioantropologica, un’incursione sfrontata e coraggiosa nella psiche germanica.

L’elezione ufficiale di Hitler (e la creazione del gabinetto di concentrazione nazionale) lasciò però molti di stucco. Dunque quell’omuncolo tarchiato e ridicolo faceva sul serio. «…Hitler cancelliere del Reich… Per un attimo sentii quasi fisicamente l’odore di sangue e di sporco attorno a quest’uomo, avvertii qualcosa come l’avvicinarsi minaccioso e repellente di una belva assassina…» Con l’episodio dell’incendio del Reichstag tutto subisce un’accelerazione: la campagna antiebraica, le spedizioni punitive contro ogni forma di dissidenza, la cappa di oppressione, il controllo degli organi di stampa, le parate inneggianti, le marce, i comunicati radio… su Berlino il nazionalsocialismo calò come una grande tenebra. Haffner, impegnato nel praticantato negli uffici della corte d’appello, è costretto ad assistere allo smantellamento di un’istituzione saldissima come quella della giustizia prussiana. Vedere la legge disattesa e calpestata dal proprio stesso organismo di governo non deve essere stato uno spettacolo edificante per un aspirante giudice. A più riprese il giovane Sebastian medita di lasciare Berlino e di rifarsi una vita e una carriera a Parigi; a complicare le cose la sua fidanzata era ebrea, quindi restare (e sperare che la soluzione piovesse dal cielo) si faceva sempre più rischioso. Convinto dal padre decide di rimandare di qualche mese la partenza e di iscriversi all’esame di Stato (l’esame conclusivo da giurista). Nell’autunno del ’33, insieme ad altri aspiranti laureandi, viene convocato a Jüterborg, una città di guarnigione nell’area meridionale della marca di Brandeburgo. Qui, per oltre un mese, contrariamente alle aspettative, gli aspiranti si trovano a subire un addestramento ideologico. L’affiliazione passa attraverso l’esercizio rituale di canti, marce, saluti, azioni e comportamenti reiterati giorno dopo giorno fino all’assimilazione automatica. Tutto studiato a tavolino per ottenere reclute zelanti, impregnate di nazionalismo nel corpo e nell’anima. Attraverso il cameratismo omosociale i nazisti seppero creare sodalizi aberranti.

«Il nazionalismo – scrive Haffner – vale a dire il culto narcisistico della propria nazione, è una pericolosa malattia dello spirito sicuramente diffusa ovunque, in grado di deformare e di rendere orribili i tratti di una nazione, proprio come la superbia e l’egoismo deformano e rendono orribili le fattezze di un essere umano. Ma in nessun luogo questa malattia ha assunto caratteristiche così maligne e devastanti come in Germania…» Haffner, con coraggiosa lucidità, esamina quanto si è operato nella sua psiche in quelle settimane d’addestramento. «…Cantavo anch’io, del resto. Cantavamo tutti.» Sottrarsi, rifiutarsi, non era possibile. O eri con loro o eri contro di loro. Haffner sente agire dentro di sé un’irresistibile obnubilazione. Il sentimento di comunanza, il calore virile e goliardico del gruppo lo fa sentire stretto in un confortante abbraccio. C’è qualcosa di amoroso nel cameratismo tedesco, un legame tra maschi che forse, sostiene Haffner, altre culture non hanno sperimentato in modo così pregnante. Molti furono i tedeschi che, storditi da questo sodalizio, si lasciarono fagocitare dal monstrum nazista. Nella sua disamina Haffner parla di un’assolutizzazione dell’orgoglio tipicamente tedesca: «Nello svolgere bene la cosa che stiamo facendo – non importa quale, un lavoro dignitoso e sensato, un’avventura o un crimine – proviamo uno stordimento depravato ma esaltante che ci esenta da qualsiasi riflessione sul senso e sul significato di ciò che appunto stiamo facendo.» I nazisti sfruttarono il cameratismo omosociale per raggiungere i loro scopi, ed ebbero successo proprio perché si appellarono a qualcosa di insito nella natura di tutti i tedeschi. «I nazisti – scrive Haffner – sapevano bene quello che facevano, quando lo imposero a tutto un popolo spacciandolo per normale forma di vita. E i tedeschi, con la loro scarsa attitudine all’esistenza e alla felicità individuali, furono spaventosamente disposti ad accettarlo…»

Abili manipolatori, i nazisti seppero trasformare il cameratismo in un organismo collettivo deresponsabilizzato dal punto di vista individuale, una compiaciuta macchina virile alimentata da una felicità disumanizzata. Con il nazismo certe dinamiche di fraternizzazione non conobbero limiti. L’ultimo giorno di addestramento, ricorda Haffner, venne celebrato con una «festa subumana di orgiastica forza primordiale.» Finito l’addestramento, passata la sbornia, il giovane ha finalmente ben chiaro che genere di nemico ha di fronte: una belva cieca e rabbiosa, pronta a dilaniare anche se stessa. Nel 1938, sentendosi ormai un sans-patrie, dice addio all’amata Berlino ed emigra a Londra insieme alla compagna ebrea. La stesura di Geschichte eines Deutschen avverrà negli anni immediatamente successivi, ma il libro, per ragioni che non conosciamo, verrà pubblicato solo nel 2000 (a un anno dalla sua morte, avvenuta nel 1999). Un testo di alto valore civile, assolutamente fondamentale per cercare di comprendere quelle dinamiche che agirono tra la popolazione tedesca negli anni neri dell’era nazista.

Massimiliano Sardina


cover_amedit_dicembre_2016_webQuesto articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 29 – Dicembre 2016.

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