A SUD | Verità e stereotipi della questione meridionale

Posted on 28 dicembre 2016

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Verità e stereotipi della questione meridionale

di Giuseppe Maggiore

Ha ancora senso parlare di Sud e della questione meridionale? A quanto pare sì, c’è sempre qualcosa da dire a riguardo, in attesa che si cominci a fare. Perché il Sud è oggi, come sempre, la vuota retorica di un discorso reiterato infinite volte, una diagnosi che indugia sempre sulla contemplazione di un malato terminale a cui nessuno vuole staccare la spina, preferendo mantenerlo in uno stato di coma vegetativo. Che questo Sud muoia una volta per tutte, evidentemente, non conviene a nessuno. Che questo Sud continui a vestire i panni della vittima, languendo su se stesso o recriminando sulla propria sciagurata sorte, questo sì, conviene, perché fa sì che esista sempre l’argomento Sud – tanto nei discorsi politici preelettorali quanto in quelli saccenti e populisti di chi sputa nel piatto dove mangia. Ma quali sono le cause di questa sua sorte sciagurata, chi ne è l’artefice?

A sentire i vari meridionalisti di turno sembra che tutto abbia avuto inizio con l’unificazione dell’Italia, centocinquant’anni fa e siamo ancora qui a parlarne. Quanto ancora si dovrà attendere perché il presunto debito contratto dall’Italia con il suo Sud vada estinto? Forse non accadrà mai, perché questo debito torna utile a tutti. Sul debito dell’Italia nei confronti del suo Sud si sono costruite carriere politiche e si è messo su un grande business che fa la ricchezza di tanti, troppi attori coinvolti, a cominciare proprio dagli stessi meridionali (o per meglio dire la parte marcia che si annida tra loro).

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Ne sa qualcosa il giornalista napoletano Carlo Puca, autore di un nuovo saggio dal titolo sentenzioso Il sud deve morire (Marsilio, 2016). Il libro, ennesimo di una sterminata bibliografia sull’argomento, porta con sé l’atavico risentimento meridionale, quello a cui siamo ormai abituati e che sulle prime ce lo farebbe richiudere fin dall’incipit, perché proprio non si ha più voglia di sentire i soliti discorsi vittimistici e recriminatori, tanto più che l’autore lo descrive come «un viaggio di fatica e di scoperte […] Un libro scritto con sentimento divenuto nel tempo risentimento» e che – confessa – «ha mutato la mia indole pacifica e fatalista». Ora, di questo risentimento lungo centocinquant’anni e passa, e che non accenna ad affievolirsi, ne avremmo già abbastanza, perché l’esperienza ci fa dire che con esso non si va da nessuna parte. Né col sentimento, del resto, che per troppo tempo ha ridotto il Sud a una questione di cuore lasciando fuori la testa. È difficile affrontare l’argomento senza icanppare nei classici stereotipi attorno ai quali si muove la ridondante retorica meridionalista; Puca riesce però in qualche modo ad andare oltre, facendo del suo pamphlet un libro di denuncia che scandaglia le cause di un male in parte cagionato e in parte autoprocurato, puntando l’indice verso quanti, in modo più o meno palese, ne sono i fautori.

Scrive Puca: «Dietro il paravento della cosiddetta “questione meridionale”, in tanti si costruiscono carriere, fortune, potere. E se al Sud non viene staccata la spina, è soltanto perché tenerlo in vita conviene a troppa gente. Ai politici, per cui il Mezzogiorno è un serbatoio di voti. Ai mafiosi, per cui è un territorio da depredare. Ai nordisti, per cui è un mercato da sfruttare. A imprenditori, sindacalisti e burocrati, per cui è un bancomat dal plafond infinito. Agli antimafiosi, per cui è un lavoro occasionale (a volte ben pagato).» Sono dunque tanti, e in parte insospettabili, coloro che siedono alla generosa mensa del Sud, sempre ben imbandita per l’ospite, e per i vari avventori e avvoltoi che di volta in volta si avvicendano. Quando si parla della proverbiale ospitalità dei meridionali bisognerebbe anche dire quanto spesso si traduca in una condizione di servilismo tipica di chi non possiede un’alta stima di sé e delle proprie potenzialità. Perché il Sud è come una donna sempre in cerca di conferme, pronta a darsi al corteggiatore di turno, a chi sa meglio decantarne la bellezza, a chi se ne dice innamorato e riesce a incantarla con le sue promesse. Peccato che poi, proprio come quella donna, finisca puntualmente con l’essere ingannato, tradito, dimenticato. E soprattutto, asservito e depredato. Quando si parla della tanto decantata bellezza del Sud bisognerebbe non ometterne gli scempi e le brutture che la deturpano. Perché se c’è una bellezza fatta di mari, monti e idillici paesaggi data in natura, c’è anche l’opera devastatrice dell’uomo che l’ha brutalizzata, restituendoci contesti che offendono il luogo ma anche chi ci abita. In queste terre d’impareggiabile bellezza e così ricche di risorse naturali, in queste terre da sempre palcoscenico della storia, ciò che in buona parte si è perso è il genius loci, quella sana interazione di luogo e identità, che si riflette nelle architetture, nei costumi, nelle abitudini, nel rapporto con l’ambiente. Come andar fieri di qualcosa a cui si è voltato le spalle? Come pretendere di trarre vantaggio da ciò che si è trascurato, ignorato o perso per sempre?

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Questo Sud celebra la sua morte nella gestione della cosa pubblica, nel disinteresse verso il bene collettivo, nella speculazione edilizia, nelle discariche di immondizia abusive, nella pessima gestione dei suoi beni artistico-monumentali, nell’incuria di tanti suoi importanti siti archeologici, nei tanti sprechi di denaro pubblico in opere lasciate incomplete. Restano le sfarzose feste religiose, le sagre e gli intrattenimenti elargiti dalle varie amministrazioni sempre prodighe a dispensare panem et circenses, perché i problemi possono attendere, intanto che il degrado avanza e che sempre più gente è costretta a fare armi e bagagli e andare via. Quando si parla di Sud non ci si deve riferire a un contesto geografico più o meno circoscritto, ma a un sistema di pensiero tanto atavico quanto complesso e articolato (c’è tanto Sud anche nel Nord). Un sistema di connivenze e complicità, di baronaggi e clientelismi, d’indolenza e mortificazione. Un sistema che investe ogni ambito, e che schiaccia, umilia, sopprime coloro che si rifiutano di uniformarsi e di piegarsi alle sue logiche. Quanti piccoli grandi eroi hanno invano lottato contro i poteri forti della mafia, contro compagini politiche corrotte, contro le varie forme di malcostume diffuso? Quanti ne sono periti o hanno dovuto abbandonare il campo, nell’indifferenza di tutti, e soprattutto dello Stato?

Oggi questo sistema di pensiero rivela la sua vera entità nel momento in cui rischia di diventare elemento connotante di un’intera nazione, l’Italia. È quello che certi studiosi qualificano come “meridionalizzazione” dell’intero Paese. Se al Sud appaiono più evidenti i segni della devastazione, altrove questi segni si intravedono nella condotta di amministratori, imprenditori, enti, associazioni o semplici cittadini, di cui le cronache quotidiane ci informano. Dal Sud al Nord è tutta una sporca faccenda di corruzione e malcostume che non si ferma davanti a nulla. Casi come quello dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, della Tav Milano-Genova, del Mose di Venezia, dell’ospedale San Raffaele e dell’Expo di Milano, della Mafia capitale a Roma, della ricostruzione dell’Aquila o dei vari scandali legati agli atenei meridionali, alle cooperative, alle municipalizzate, alle timbrature dei dipendenti pubblici stanno lì a dimostrarlo. La speculazione e il malaffare sono sempre in atto, si specula su tutto, dall’immigrazione alle raccolte fondi a scopi umanitari, dalla realizzazione di opere per grandi eventi (Giubileo compreso) alla ricostruzione delle città colpite da disastri ambientali. C’è poi tutto il sottobosco legato allo sfruttamento del lavoro nero e del caporalato (non solo al Sud), oggi più che mai favorito da leggi sul lavoro concepite ai danni del lavoratore. La lista nera che descrive questa nazione ammorbata dalla disonestà sarebbe troppo lunga da riassumere, ma è soprattutto la sua diffusa geografia che dovrebbe preoccupare e su cui bisognerebbe aprire una seria riflessione. Il cancro si è espanso, ciò che prima era considerato un problema di alcune regioni ora riguarda tutto il Paese.

Oggi la Mafia non è più l’antistato ma è lo Stato, ben rappresentata in tutte le sedi istituzionali e di potere. Oggi è l’Italia intera che svende le sue eccellenze, che perde pezzi importanti di quella che un tempo era una robusta economia, che si dimostra incapace di valorizzare al meglio il suo inestimabile patrimonio storico-culturale, che riduce i suoi figli in schiavitù in cambio di una misera paga, che non sa prendersi cura delle fasce deboli, che non sa garantire il diritto allo studio, e che lascia partire molti suoi figli verso altri paesi. Ecco perché oggi non ha alcun senso parlare di una questione meridionale se non riconoscendola figlia di una più generale questione di malcostume all’italiana. È da questa presa di coscienza che bisogna ripartire se si vuole affrontare un discorso serio e propositivo. C’è un Paese da ricostruire nei suoi fondamenti etici legati alla politica, al lavoro, al rapporto con le istituzioni, e c’è un popolo che deve ritrovare la sua unità dimostrandosi capace di operare per un benessere diffuso e condiviso. Serve intraprendere un percorso di rinascita su tutti i fronti, possibile solo se si agisce in controtendenza rispetto agli errori e agli egoismi del passato. Un’equa redistribuzione delle risorse finanziarie, lo sviluppo di politiche imprenditoriali serie e lungimiranti nel rispetto dei luoghi e delle persone, più attenzione all’arte e alla cultura, e soprattutto grossi investimenti nell’istruzione e nella formazione. Serve un ritorno a quella bellezza che è coesione, alleanza, italianità.

Giuseppe Maggiore


cover_amedit_dicembre_2016_webQuesto articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 29 – Dicembre 2016.

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