LA SPECIE IMPREVISTA | Un saggio di Henry Gee (Il Mulino, 2016)

Posted on 8 ottobre 2016

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LA SPECIE IMPREVISTA

Un saggio di Henry Gee (Il Mulino, 2016)

di Cecily P. Flinn

(Su Amedit n. 28 – Settembre 2016) 

 

Evoluzione: questa sconosciuta. Ne La specie imprevista (Il Mulino, 2016) il paleontologo e biologo evoluzionista Henry Gee – autore del celebre Tempo profondo (Einaudi, 2006) – fa il punto sulle attuali acquisizioni in seno alla ricerca paleoantropologica comparata e, soprattutto, fa chiarezza intorno ai tanti fraintendimenti e strumentalizzazioni che, sempre più copiosi, circolano intorno al concetto di evoluzione. Il demone che Gee si propone con questo testo di esorcizzare è innanzitutto quello del narcisismo antropocentrico, in tutte le sue declinazioni (scientifiche, parascientifiche, creazioniste, religiose…).

Nell’evoluzione – un termine già di per sé fuorviante, tra l’altro mai utilizzato da Darwin ne L’origine delle specie, che gli preferiva un più appropriato “discendenza con modificazione” – non c’è né linearità e né intenzionalità; i processi evolutivi sono assolutamente accidentali, casuali e non contemplano alcuna progettualità. «Evoluzione» spiega Gee «è una parola che usiamo per descrivere i mutamenti degli organismi, che avvengono a causa delle interazioni tra variazioni del patrimonio ereditario, sovrabbondanza, cambiamenti dell’ambiente e scorrere del tempo. L’evoluzione non ha memoria e non fa previsioni.» Soprattutto l’evoluzione non culmina nell’eccezionalismo umano, poiché è solo l’ottica antropocentrica a compiacersene, credendosi erroneamente più speciale e privilegiata di altre specie animali. «Non c’è niente di speciale nell’essere umani, almeno non più di quanto ve ne sia nell’essere un porcellino d’India o un geranio.» Purtroppo è opinione diffusa (e spesso anche tra molti addetti ai lavori) che l’evoluzione sia una sorta di percorso progressivo, una marcia trionfale di “miglioramenti per accumulo” culminante nell’essere umano contemporaneo.

Nulla di più sbagliato. Liberarsi di queste convinzioni, sulla base di una sana e seria comprensione scientifica dei meccanismi naturali, è il primo passo per avvicinarsi a quel tutto di cui siamo parte e non fine. Homo sapiens non è una scimmia perfezionata, anche se a ben guardarla saremmo tentati di asserirlo, vista la nostra inguaribile propensione (squisitamente linguistica) a raccontar storie e a scambiar nuvole per draghi. Condividiamo con gli scimpanzé (la creatura che più ci è affine, stando al DNA) un misterioso e introvabile antenato in comune. Lo troveremo mai questo protohomo, questo padre ancestrale che di Adamo in Adamo è giunto fino a noi? Gee rigetta il concetto stesso di “anello mancante”, tanto caro a certa stampa sensazionalistica che da Lucy (Australopithecus afarensis, vissuta circa 3,6 milioni di anni fa) a Homo naledi (datazione ancora incerta), passando per Ardi (Ardipithecus ramidus, vissuto 4,4 milioni di anni fa) fino a Hobbit (Homo floresiensis, ominide vissuto fino a 50.000 anni fa), ha sempre gridato al cugino ritrovato! Va detto che solo 50.000 anni fa Homo sapiens viveva al fianco di almeno altri cinque ominini. I ritrovamenti fossili ci restituiscono pezzi di un puzzle sempre più complesso e differenziato, ultimo in ordine di tempo il ritrovamento delle ossa fossili di Homo naledi nelle caverne di Rising Star in Sudafrica.

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La grande varietà di questi ritrovamenti ci illumina su quanto affollata fosse la grande famiglia degli umani; non è mai esistita, dunque, una specie ominine per volta, ma diverse contemporaneamente (e noi tra queste, senza seguire nessun sentiero privilegiato). Siamo qui ma avremmo potuto non esserci. Le diverse specie ominine – dalle più arcaiche e australopitecine alle più moderne (crani più o meno voluminosi, arti inferiori più o meno bipedi, arti superiori più o meno prensili e abili nella fabbricazione di protoutensili) – sono la prova tangibile che l’evoluzione ha sempre seguito percorsi tortuosi e assolutamente non lineari. Gee mette inoltre in guardia dai facili entusiasmi, è certo giusto esultare a ogni nuovo ritrovamento, ma è saggio soppesare le ossa fossili con prudenza, valutandole per quello che sono, senza ricamarci su storie complesse non verificabili scientificamente. Gee rimanda a quanto spiegato magistralmente da Richard Dawkins ne Il più grande spettacolo della Terra, e in particolare a quell’antenato comune che stringe tutti gli esseri viventi (estinti e no) in un’unica grande variegata famiglia.

Siamo una specie imprevista, come tutte le altre. Quanto più ci inoltriamo nel tempo profondo più nitido risuona «l’avvertimento di una spaventosa grandezza, il terrore, il senso della nostra insignificanza.» Crediamo che caratteristiche come il linguaggio, la tecnologia, il sentire della coscienza, la creatività siano mero appannaggio della nostra specie, ma anche su questo punto ci sbagliamo, vittime ancora una volta dell’ignoranza antropocentrica; Gee elenca tantissime peculiarità presenti negli altri animali e ci invita a non sottovalutarle. Come nota bene Telmo Pievani nelle note di presentazione all’edizione italiana, Gee non intende «snaturare la spiegazione evoluzionistica trasformandola in una fisica senza tempo» ma vuole metterci in guardia dai facili e pericolosi fraintendimenti. Comprendere l’evoluzione, spiega Gee, significa anche mantenere vivo il dubbio (lievito madre della ricerca scientifica), sempre più consapevoli di «quanto poco sia quello che sappiamo su ogni cosa che conosciamo e quanto vasto sia l’oceano di ignoranza in cui ci aggiriamo smarriti.»

Cecily P. Flinn


amedit_settembre_2016_preciousQuesto articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 28 – Settembre 2016.

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