LA CAMERA SEGRETA DELL’UOMO STELLA | Il mistero di Homo naledi | un saggio del paleoantropologo Damiano Marchi

Posted on 8 ottobre 2016

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LA CAMERA SEGRETA DELL’UOMO STELLA

Il mistero di Homo naledi – un saggio del paleoantropologo Damiano Marchi (Mondadori, 2016)

di Cecily P. Flinn

(Su Amedit n. 28 – Settembre 2016) 

 

Quella che Damiano Marchi – paleoantropologo dell’università di Pisa – ricostruisce ne Il mistero di Homo naledi (Mondadori, 2016) è davvero la storia di una scoperta straordinaria, una scoperta destinata a cambiare profondamente il modo di pensare all’evoluzione umana.

I primi Homo sapiens a varcare la camera segreta dell’uomo stella sono stati gli speleologi Steven Tucker e Rick Hunter; doveva essere una semplice spedizione perlustrativa, ma spingendosi più in profondità dei tracciati mappati e penetrando per stretti pertugi i due si sono ritrovati letteralmente coi piedi su un grande tappeto di ossa fossili, i resti di una specie sconosciuta, lontana cugina dell’uomo moderno. Ritrovamenti così, in paleoantropologia sono rarissimi. Africa meridionale, regione di Maropeng, caverne di Rising Star (a circa cinquanta chilometri da Johannesburg), nella celebre vasta area denominata Cradle of Humankind (Culla dell’Umanità), è qui che è avvenuto il ritrovamento, a trenta metri di profondità, in un complesso sistema di grotte e cunicoli. Naledi in lingua locale sotho significa “stella”: qual miglior nome per questa «affascinante ed enigmatica creatura emersa dalle viscere della terra.»

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All’indomani del ritrovamento entra in scena l’infaticabile paleoantropologo Lee Berger (già scopritore nel 2010 in Sudafrica, località di Malapa, di Australopithecus sediba) che, resosi subito conto dell’eccezionalità dei reperti, ottiene un finanziamento dalla National Geographic Society e si fa promotore di un workshop internazionale per analizzare al meglio i resti fossili. Così, a inizio maggio 2014, oltre cinquanta ricercatori provenienti da tutto il mondo (Damiano Marchi è l’unico italiano coinvolto) si riuniscono a Johannesburg nel laboratorio allestito presso l’Evolutionary Studies Institute dell’Università del Witwatersrand per studiare da vicino le ossa, ciascuno nel suo specifico ambito di competenza. I resti, oltre 1550 pezzi, sono stati riportati in superficie dalla camera di Dinaledi dal team tutto femminile delle underground astronauts (astronaute del sottosuolo); i pezzi, puliti accuratamente dai preparatori, sono stati poi catalogati ed etichettati uno per uno, e quindi pronti per essere esaminati. Marchi, esperto di arti inferiori (in particolare dell’osso della fibula) e studioso dei processi evolutivi della locomozione, si rivela fin da subito un elemento prezioso per il workshop.

Un po’ di numeri: dalla camera di Dinaledi sono emersi i resti di circa tredici individui, appartenenti a entrambi i sessi e a tutte le fasce di età. Altezza media un metro e mezzo, peso circa 45 chilogrammi, cervello di dimensioni ridotte (appena 500 centimetri cubi), arti inferiori compatibili con la locomozione bipede in posizione eretta, mani idonee alla vita sugli alberi e al contempo con tracce più moderne che indicano potenziali abilità manipolatorie. Homo naledi è per molti versi un incollocabile, un misterioso ibrido che assomma con sorprendente disinvoltura tratti arcaici a tratti più moderni. «Da un punto di vista morfologico» spiega Marchi «la combinazione di caratteristiche primitive e moderne presenti nello scheletro ci porta a ipotizzare che questa specie sia alla base dell’evoluzione del nostro genere.» Nella morfologia dell’uomo stella troviamo associate «proporzioni e dimensioni corporee umane e un volume encefalico simile a quello degli australopitechi. Spalle e dita della mano i cui tratti sembrerebbero funzionali alla consuetudine di salire sugli alberi, e adattamenti umani nel polso che indicano invece capacità di manipolare e costruire strumenti in pietra. Un paio di anche dalla meccanica primitiva come gli australopitechi, ed evidenze di una locomozione bipede su lunghe distanze paragonabile a quella degli ominini più recenti. Denti piccoli e moderni, associati però a una morfologia arcaica.» Di qui a parlare di anello mancante però ce ne corre. La tipologia specifica del ritrovamento purtroppo non ha reso attuabili le più diffuse tecniche di datazione; Homo naledi potrebbe risalire a due milioni di anni fa, oppure potrebbe essere più recente e risalire a soli 500.000 anni fa.

Un altro mistero è come quei corpi siano arrivati fin lì nelle viscere della Terra. È stato escluso che siano stati trascinati da animali predatori, le ossa ne avrebbero recato i segni. E allora? È forse plausibile pensare che possa trattarsi di sepolture? Homo naledi seppelliva i suoi morti? Un arcaico ominine bipede era già in grado di elaborare emozioni complesse? Sono trascorsi ormai tre anni dalla scoperta, i dati raccolti sono tanti ma ancora insufficienti; sarà possibile assegnargli un’identità più precisa quando si individuerà il frangente temporale d’appartenenza. Quest’antico e misterioso ominine ci ricorda che il genere Homo non si è evoluto in maniera lineare ma, al contrario, è andato incontro a veri e propri esperimenti evoluzionistici culminati di volta in volta in specie diverse disseminate lungo tutto il territorio africano. Ne Il mistero di Homo naledi Damiano Marchi, in un dialogo sempre aperto tra dati oggettivi e ipotesi suggestive, ci consegna uno studio puntuale e appassionato, condotto sul campo ma soprattutto vissuto umanamente, com’è proprio dell’uomo che si interroga sulle sue origini. Una grande lezione di paleoantropologia.

Cecily P. Flinn


amedit_settembre_2016_preciousQuesto articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 28 – Settembre 2016.

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