VENTO DI FOLLIA | Vivien Leigh | Il tramonto amaro di Rossella O’Hara

Posted on 5 ottobre 2016

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VENTO DI FOLLIA

Vivien Leigh / Il tramonto amaro di Rossella O’Hara

di Paolo Schmidlin

(Su Amedit n. 28 – Settembre 2016) 

 

In seguito successo del film Che fine ha fatto Baby Jane nel 1965 la 20th Century Fox era alla ricerca della co-protagonista da affiancare a Bette Davis in Piano…piano dolce Carlotta dopo la rinuncia di Joan Crawford a causa delle liti furibonde sul set. La parte fu proposta a Vivien Leigh che declinò: “Forse a fatica riuscirei a vedere la faccia di Joan Crawford alle sei del mattino…ma proprio non potrei sopportare di vedere quella di Bette Davis.” Quando i giornalisti riportarono la frase alla Davis, lei li raggelò con una delle sue celebri occhiate e replicò secca: “Mi sento sollevata da questa notizia. Siamo tutti a conoscenza dei problemi nervosi di Miss Leigh e lavorare con lei sarebbe stato ancora più difficile di quanto non sia già stato con Miss Crawford”.

Bette Davis sapeva bene dove andare a colpire: Vivien Leigh lottava già da tempo con una grave sindrome-maniaco depressiva.

Vivian Mary Hartley era nata il 5 novembre del 1913 in quell’India coloniale così ben descritta da Kipling nei suoi riti: le partite di cricket e polo, la caccia alla tigre, le corse di cavalli. Il padre, Ernest Richard Hartley era un brillante gentiluomo inglese; la madre Gertrude, che trasmette alla bambina la sua perfetta bellezza, aveva origini più misteriose.

All’età di sei anni Vivian lascia l’India per ricevere una rigorosa educazione presso collegi religiosi Europei. La ragazzina si adatta facilmente alla severa disciplina imposta dalle suore; tuttavia è troppo intelligente perché la religione cattolica con i suoi dogmi attecchisca su di lei. È ordinatissima, sempre impeccabile, sensibile e generosa con le amiche. Tuttavia è umorale, a volte isterica, e appena adolescente già mostra qualche comportamento vagamente maniacale, come l’abitudine che conserverà tutta la vita di ripiegare con cura gli indumenti appena tolti e di ricoprirli con un quadrato di seta orlato di pizzo. Preoccupano anche certe sue eccessive intemperanze: a cena con la madre in un ristorante di Monaco è affascinata da un giovane cameriere: “Sei così bello, meriti un bacio!”. Ed agisce senza inibizioni. Gertrude, allibita, la schiaffeggia.

Rivela una memoria formidabile, sangue freddo e una ferrea volontà che la sosterrà sempre nel perseguire i suoi obiettivi; il primo di questi è un matrimonio le consenta di staccarsi dalla famiglia.  A diciannove anni sposa un aitante avvocato, Herbert Leigh Holman da cui avrà una bambina; è un uomo serio e generoso che non la ostacola nel suo desiderio di avvicinarsi al mondo del teatro e del cinema, anzi le consente di usare come cognome il proprio il nome di battesimo (mentre il nome Vivian verrà addolcito in Vivien). Tuttavia, quando lei vede per la prima volta a teatro Laurence Olivier, esclama: “Ecco l’uomo che sposerò!”. Laurence all’epoca è il più grande attore di teatro Shakespeariano ed è un uomo ammaliante. Vivien è colta, elegante, di una bellezza sconvolgente e non molla la preda finché “Larry” non capitolerà davanti ai suoi occhi color blu pavone abbandonando, con enormi sensi di colpa, la moglie incinta di sei mesi. Lei lascia Herbert e la figlioletta Suzanne per andare a convivere con lui.

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È passione travolgente. Quando Laurence parte per Hollywood per girare La voce nella tempesta Vivien lo raggiunge e con la sua tipica caparbia riesce a ottenere – scalzando addirittura un’agguerritissima Bette Davis – l’ambito ruolo di Rossella in Via col vento che le regalerà fama planetaria e un Oscar come migliore attrice protagonista. Il superlavoro del film la lascia però dimagrita ed esausta: “Era cambiata. A quel film ha dato qualcosa che secondo me non ha mai più ripreso.” ricorderà Olivia de Havilland che nel film interpretava la cugina Melania.

Il 1 settembre 1940 coloro che in quel momento sono considerati “il re e la regina di Hollywood”, ottenuto entrambi il divorzio, si sposano a Santa Barbara e decidono di tornare in Inghilterra, in piena guerra. Riprendono a lavorare in teatro partecipando anche a spettacoli per le truppe e collaborando ad attività propagandistiche. Gli anni cupi del conflitto, così tragici per il mondo intero, regalano loro momenti d’inebriante felicità.

Nella campagna del Buckinghamshire acquistano un convento del millecento in stato di abbandono: l’abbazia di Notley.  Olivier si vede già “signore del maniero” e Vivien è felice, eccitata ma molto nervosa. In teatro sta recitando la commedia The Skin of our Teeth ma non sta bene, nelle pause si ritrova madida di sudore. Un fazzoletto macchiato di sangue rivela l’origine del suo male: una lesione tubercolare che rende necessario un lungo ricovero e nove mesi di convalescenza che trascorrerà nella nuova residenza di Notley.  Laurence è lontano, impegnato in teatro a Londra e lei trascorrerà quei mesi in malinconica solitudine, leggendo accoccolata davanti al camino. Finalmente nell’estate del ’46 sembra essersi ristabilita e prende in mano le redini della grande dimora. L’ospitalità impeccabile e informale degli Olivier diviene leggendaria: cene in abito da sera, tennis, pranzi all’aperto, giochi di società fino all’alba… Vivien è instancabile, supportata da almeno cinque persone di servizio. Gli illustri ospiti passano giornate rilassanti in un’atmosfera senza tempo e in un lusso irreale.

Breve è però “il tempo del vino e delle rose”. Vivien a trentatré anni è colta da una prima violenta crisi depressiva che la costringe a sospendere il lavoro in teatro. Torna sul set per girare Anna Karenina in un periodo di caldo torrido in cui è costretta a recitare spesso in pelliccia e strizzata in un busto di cinquanta centimetri di vita. È nervosa, si vede brutta, invecchiata. Oltretutto la vicenda di Anna che abbandona marito e figlio la turba per le affinità con le sue vicende personali. Anche la seguente tournèe col marito, totalmente assorbito dalla passione teatrale, risulta massacrante. Vivien si sente surclassata dal consorte e avverte che il grande amore si sta sfaldando.

Inizia una spirale discendente costellata di crisi nervose con poche e brevi tregue. Anche i personaggi che decide di interpretare sembrano scelti per mettersi alla prova. Lei – che è incapace di scrollarsi di dosso i “fantasmi di scena”- affronta una serie di figure femminili psichicamente instabili, fragili, sfiorite, rifiutate dagli uomini. Il primo, indimenticabile, è quello di Blanche in Un tram che si chiama desiderio (che le procurerà un secondo Premio Oscar) . Non riesce a evitare di identificarsi e precipita in una sorta di transfert ingestibile. “Recitare questo ruolo mi sta facendo scivolare nella pazzia” ammette. La angoscia particolarmente la scena in cui il volto di Blanche viene tenuto fermo sotto a una lampada per costringerla guardare la spietata realtà della perdita della bellezza ed è terrorizzata dalla scena finale perché teme che le facciano indossare una camicia di forza. Sul set è comunque una compagna di lavoro vivace ed allegra; sciorinando il suo più scelto turpiloquio riesce perfino a conquistarsi la simpatia dell’ombroso Marlon Brando. Cominciano tuttavia a verificarsi episodi di promiscuità, incresciosi anche per la sua immagine pubblica. La tisi, non del tutto debellata e unita al bere, accresce i suoi appetiti sessuali che divengono ingestibili. Fa avances imbarazzanti a facchini, operatori, tassisti. Capita che si spogli all’improvviso anche in pubblico, rimanendo completamente nuda e gridando bestemmie e oscenità. Larry è inorridito e si sente del tutto inadeguato a soddisfarla. Lei gli rinfaccia in pubblico una relazione omosessuale giovanile con l’attore Danny Kaye.

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L’unione tra loro diventa sempre più infelice e gli episodi di tensione si moltiplicano. Vivien è preda di un’energia nervosa maniacale ed è incapace di rilassarsi. Al debutto della tragedia shakespeariana Antonio e Cleopatra è talmente tesa e così inzuppata di sudore che i costumisti sono costretti a cucire delle spugne all’interno dei suoi costumi. Quando è tranquilla è una donna gentile e incantevole, ma durante le crisi che la colgono diventa aggressiva e violenta ; Noël Coward osserva che “ha il corpo come una piuma di cigno e la costituzione di un marine  in libera uscita”. Durante un volo per Los Angeles ha una crisi di claustrofobia in cui si strappa gli abiti di dosso e cerca di rompere i finestrini; in Peter Finch, che la accompagnava, rimarrà per sempre la paura di volare.

Sul palcoscenico ha grande autocontrollo, è professionale e ancora bellissima. Ma fuori è l’inferno. Steward Granger racconta di un inseguimento ai bordi di una piscina con due infermiere: Vivian è completamente nuda e urla insulti irripetibili. È necessaria una colluttazione forsennata per iniettarle dei sedativi ma per addormentarla bisogna ancora avvolgerla in lenzuola bagnate di acqua fredda. Viene ricoverata e sottoposta a sedute di elettroshock. Olivier ormai è disgustato e la vede come un’estranea dal comportamento imprevedibile; lei ha bisogno di lui ma gli si rivolta contro e lo aggredisce di continuo. Una notte per impedirgli di dormire lo sveglia colpendolo in faccia con un asciugamano fradicio e poi lo insegue fino allo studio dove lui si rinchiude e batte furiosa i pugni sulla porta. Il rapporto è ormai al capolinea e nel 1960 si giunge alla sentenza di scioglimento del matrimonio. Vivien, che all’epoca si è già legata all’attore Jack Merivale, sta girando La primavera Romana della signora Stone ed è molto provata. Joan Collins, allora fidanzata col protagonista Warren Beatty la ricorda come “una signora magra, capricciosa, incartapecorita, che fumava come una ciminiera”.

Vivien passa da momenti di depressione, con difficoltà di concentrazione, insonnia e dimagrimento, a momenti maniacali con perdita di autocontrollo, aumento della libido e persistente sovreccitazione.

Finalmente si arriva a un chiaro referto medico: psicosi ciclica maniaco- depressiva.

Merivale la ama moltissimo e la conforta quando lei, cosciente del suo stato, gli chiede rassicurazioni: “Tu non permetterai che mi rinchiudano, vero?”. A New York la osserva andare in scena ogni sera con le bruciature dell’elettroshock sulle tempie.  È sempre pronto ad accorrere in suo aiuto: quando imbottita di morfina dopo una crisi isterica recita la parte in camerino davanti ai dottori e alla guardarobiera o quando esce nuda su un balcone e vuole gettarsi, convinta di riuscire a volare. Una sera la recupera in un bar gay sulla spiaggia di Santa Monica, dove lei, in piedi sul bancone in sottoveste, si sta versando addosso della birra tra ragazzi che ballano seminudi.

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Vivien è coraggiosa, cerca di andare avanti, ma nei momenti di lucidità, quando si rende conto che si sta perdendo negli abissi della malattia mentale, ha paura. Il regista Stanley Kramer che la diresse ne La nave dei folli (film che le era stato da tutti sconsigliato per le pesanti affinità con i suoi drammi personali) ricorda un giorno in cui lo chiamarono in camerino perché da oltre due ore stava facendo dannare i truccatori. «Quando entrai, lei alzò lo sguardo e mi fissò negli occhi attraverso lo specchio, in silenzio, per interminabili secondi. Poi mi disse: “Io…Stanley, oggi non ce la faccio.” Non dimenticherò mai lo smarrimento e la disperazione di quello sguardo».

Le cose precipitano quando una radiografia conferma che la tubercolosi si è estesa ad entrambi i polmoni con gravi lesioni. Lei rifiuta di essere ricoverata in sanatorio ma accetta con riluttanza di mettersi a riposo. La sera del 7 luglio 1967 Merivale è in teatro e lei è sola in casa, a letto con accanto l’amato gatto persiano Poo Jones. Viene sorpresa da una violenta emorragia e cerca di raggiungere il bagno ma cade a terra e si trascina lasciando dietro di se un’impressionante scia di sangue. La morte sopraggiunge rapidamente per soffocamento (dall’autopsia i polmoni risulteranno completamente corrosi dalla malattia). Quando Jack rientra, il suo corpo è ancora caldo e lui con un ultimo gesto d’amore ripulisce tutto quell’orrore perché sa quanto lei avrebbe odiato che chiunque, persino il medico, potesse vederla in quelle condizioni.

Secondo le sue ultime volontà Vivien viene cremata e le sue ceneri disperse nel laghetto di Tickerage.

La madre fa apporre una targa in sua memoria con una citazione da Antonio e Cleopatra: “Ora vàntati, o Morte, in tuo possesso giace una ragazza senza pari”. (W. Shakespeare).

L’amatissimo Olivier invece non ricorderà mai i tredici anni di grande passione ma solo il furore degli anni della pazzia e paragonerà la loro vita insieme ad “un ascensore in corsa verso l’ultimo piano che poi precipita a terra senza fermate, a velocità folle”.

di Paolo Schmidlin

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amedit_settembre_2016_preciousQuesto articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 28 – Settembre 2016.

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