I CRITTOGRAMMI DI ZODIAC | L’animale più feroce di tutti | Il killer dello Zodiaco era mio padre

Posted on 5 ottobre 2016

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crittogrammi_zodiac_killer_zodiacoI CRITTOGRAMMI DI ZODIAC

L’animale più feroce di tutti | Il killer dello Zodiaco era mio padre

Una ricostruzione di Gary L. Stewart (con Susan Mustafa)

 

di Leone Maria Anselmi

(Su Amedit n. 28 – Settembre 2016) 

 

Quando i figli adottivi scavano alla ricerca delle proprie origini il rischio che certe aspettative vadano deluse è molto alto. Per Gary Loyd Stewart, un ingegnere della Louisiana di solida fede battista, scoprire l’identità del padre biologico è stato un vero e proprio shock, una pugnalata al cuore, un trauma che solo la stesura di questo libro è riuscita parzialmente a lenire. L’animale più feroce di tutti (Mondadori, 2016), redatto con l’ausilio della giornalista Susan Mustafa, è la puntuale ricostruzione di un viaggio difficile e doloroso che contemporaneamente ripercorre un doppio binario parallelo: da un lato la vicenda dell’autore (dall’adozione nel 1963 fino all’incontro, nel 2002, con la madre biologica) e dall’altro la biografia di Earl Van Best Jr, il padre oscuro.

Tutto ha inizio quando Judy Chandler, dopo circa quarant’anni (e lunghe ricerche) riesce a rintracciare quel figlio abbandonato a pochi mesi dal parto; vuole riabbracciarlo, assicurarsi che abbia avuto una buona vita, ottenere il suo perdono e spiegargli la sua verità. Gary, pur legatissimo ai suoi genitori adottivi Leona e Loyd Stewart, si dimostra oltremodo ansioso di conoscere la sua vera madre, di presentarle suo figlio Zach, e di recuperare il più possibile quel rapporto interrotto così bruscamente, ma soprattutto Gary ha bisogno di sapere, di sviscerare ogni dettaglio, di diradare quelle nebbie con le quali ha sempre dovuto convivere. Tutt’altro che traumatico l’incontro tra Judy e Gary si consolida in breve tempo in un legame speciale. Conosciuta la madre, colei che gli ha dato la vita, ora Gary vuole saperne di più su suo padre, ovvero il principale responsabile del suo abbandono. Judy è reticente, sa poco, e quel poco che sa preferirebbe tacerlo; negli ultimi quarant’anni ha fatto di tutto per dimenticare, per rifarsi una vita, per ricominciare, ma ora è costretta a guardarsi indietro. Per Gary la ricerca di notizie sul padre si traduce ben presto in un’ossessione; la sua indagine, che ha coperto un arco temporale di circa dodici anni, è confluita in un diario che man mano è andato incorporando informazioni da più fronti: interviste ad amici, conoscenti, familiari, ma anche consultazione di rapporti di polizia, articoli di giornale, vecchie lettere di famiglia, atti di matrimonio e divorzio, insomma tutto ciò che fosse in un qualche modo riconducibile a quest’uomo inafferrabile.

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Earl Van Best Jr, o più semplicemente Van, nato a Wilmore (Kentucky) il 14 luglio 1934. Ecco il primo dato incontrovertibile dal quale partire. E, naturalmente, una fotografia. Un primo piano nitido scattato il 22 febbraio 1962, una foto segnaletica del Dipartimento di Polizia di San Francisco. Che suo padre non fosse proprio uno stinco di santo, questo Gary l’aveva intuito subito. Il puzzle faticosamente comincia a prendere forma. Gary riesce a risalire anche ai genitori di Van (ovvero i suoi nonni): Earl Van Best Sr (prima predicatore itinerante, poi reverendo metodista missionario in Giappone e negli ultimi anni stimato cappellano nazionale dei Veterani delle guerre estere) e Geltrude McCormac (una donna dura e anaffettiva, adultera recidiva, poco tagliata sia per il ruolo di moglie che per quello di madre). Il piccolo Van cresce in un clima rigido e infelice. Cerca in ogni modo di attirare l’attenzione del padre, completamente assorbito dal suo lavoro in seno alla propaganda religiosa; per Geltrude, abile pianista, Van è solo un fastidio. Fondamentali nella formazione di Van furono gli anni trascorsi in Giappone. Fin da piccolo Van si distingue per la sua intelligenza e per la molteplicità dei suoi interessi. «Aveva imparato il giapponese senza sforzo, così come il tedesco che Earl spesso parlava con lui. Mentre gli altri bambini americani imparavano a scrivere dal margine sinistro della pagina verso quello destro, Van imparava a scrivere in tre alfabeti giapponesi – kanji, hiragana e katakana – da destra a sinistra, in colonne. Earl insisteva che il figlio dovesse trarre il massimo vantaggio dall’occasione unica che la vita all’estero gli offriva. Geltrude coltivava poi il suo lato artistico insegnandogli a suonare il pianoforte e l’organo e a disegnare, più per tenersi occupata che per affetto nei confronti del ragazzo. Niente baci sulle guance né abbracci affettuosi. Niente solidarietà quando Van si faceva male. “Scrollati di dosso la polvere. Sei un uomo. Devi essere forte.” gli diceva Earl. Con gusto perverso, Geltrude decorava invece i vestiti di Van con colletti di pizzo e balze, facendo del suo meglio per trasformarlo in una “femminuccia”.»

Van diventa presto un ragazzino chiuso, introverso, solitario. Coltiva la passione per i libri e la musica, e si isola nella sua stanza in un mondo tutto suo. Il padre è spesso lontano da casa e Van vive in attesa del suo ritorno, costretto ad assorbire giorno dopo giorno il vuoto emotivo di una madre algida ed estranea. «Quando era a casa in licenza dall’esercito, Earl prese a insegnare a Van a comporre e a risolvere alcuni semplici codici usando numeri, simboli giapponesi o la grafia tedesca e inglese. Van era un ottimo allievo, e il più delle volte decifrava rapidamente i messaggi crittati. Earl era colpito e si sforzava di preparargliene di sempre più difficili. In breve Van fu in grado di creare lui stesso dei codici e di chiedere al padre di decifrarli. (…) Quello che era cominciato come un gioco d’apprendimento divenne una vera competizione tra padre e figlio, che cercavano di dimostrarsi più acuti l’uno dell’altro. Van apprezzava molto quella sfida e l’attenzione ricevuta dal padre in quei momenti. Earl non poteva sapere che un giorno Van avrebbe utilizzato quel gioco per fare il lavoro del diavolo e attirare l’attenzione su una scala molto più vasta.» È questo il clima in cui cresce Van. Alla Lowell High School di San Francisco Van si guadagna presto l’epiteto di quello strano: «…Sua madre è una puttana. Ma li hai visti, gli occhiali che porta? Cosa c’è che non va in lui? Pensa di essere tanto intelligente…» Van ostenta la sua diversità, fa sfoggio della sua cultura parlando in diverse lingue e atteggiandosi in modo indisponente. Dopo la scuola lavora come volontario in un museo, nella sala delle armi antiche; è in questo periodo che nasce la sua passione per le armi e per l’arte dell’omicidio.

Nel frattempo la famiglia di Van si è disgregata, sia Earl che Geltrude si risposano in breve tempo. Van, sempre più destabilizzato, affina una personalità contorta e complessa, per certi versi affascinante e per altri straniante, ora affabile ora misantropo, umorale, sfuggente, a intermittenze assolutamente normale, persino piacevole e di buona compagnia, specie se davanti a un bicchiere di whisky. Si specializza in compravendita di libri e documenti antichi, facendo spesso la spola con Città del Messico, e nel 1957 contrae il primo matrimonio (combinato da Geltrude) con Mary Annette Player. Meno di due anni dopo Annette inoltrò una richiesta di divorzio per “crudeltà estrema e trattamento disumano”. I semi malsani cominciano a germogliare ma, come ben sottolinea Gary nella sua ricostruzione, Van non è ancora diventato Zodiac. Oltre allo studio delle scienze forensi Van comincia a interessarsi di occultismo e derivati, stringendo amicizie equivoche sotto il motto di Fais ce que tu voudras (ossia Fa ciò che vuoi, in aperta antitesi con l’inflessibilità religiosa professata dal padre). Nell’ottobre del ’61 l’ormai ventisettenne Van si invaghisce della tredicenne Judy Chandler; nel gennaio del ’62 i due si sposano nel Nevada, senza il consenso della madre della ragazzina, che provvede subito a far annullare il matrimonio. Il mese seguente Van venne arrestato per sequestro e stupro di una minorenne, e subito dopo rilasciato su cauzione. Il 12 febbraio 1963 la giovanissima Judy Chandler dà alla luce Earl Van Dorne Best presso il Southern Baptist Hospital di New Orleans. Poco più di un mese dopo Van abbandona il figlio nel vano scale di una palazzina di Baton Rouge. Il piccolo verrà dato in adozione il 21 gennaio 1964 a Leona e Loyd Stewart, e ribattezzato Gary Loyd Stewart.

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Disfattosi del figlio Van sviluppa per Judy un’insana irrefrenabile ossessione. La rapisce (la ragazza è consenziente, affascinata da quest’uomo adulto e avventuroso), tenta una fuga improbabile ma viene arrestato una seconda volta e condannato per stupro di minorenne; Van viene condannato inoltre anche per frode, per via di numerosi assegni scoperti rilasciati in diverse contee. Nel luglio del ’65 Van esce di prigione con la condizionale e meno di un anno dopo sposa Edith Kos (da questa unione nasceranno tre figli, dei quali Van si disinteresserà per tutta la vita). Questo terzo matrimonio è tutt’altro che risolutivo. L’ossessione per Judy non si estingue ma penetra anzi più in profondità, e le conseguenze saranno terribili, o almeno questo è quello che suppone Gary, fermamente convinto che il suo padre biologico altri non sia che il famigerato killer dello Zodiaco, un caso rimasto aperto, insoluto, e di certo archiviato troppo presto.

Prove alla mano Gary è fermamente convinto che l’identikit di Zodiac (così il killer soleva firmarsi a margine dei suoi crittogrammi) coincida con quello di Earl Van Best Jr, e non è il solo a nutrire questa certezza. Ma andiamo con ordine. Lo Zodiaco uccide la prima volta il 30 ottobre 1966 a Riverside, in California. La vittima è la giovane Cheri Jo Bates. L’arma una semiautomatica Luger 9 millimetri, la stessa impiegata per gli omicidi successivi. A distanza di un mese da questo primo omicidio Van (Gary è sicuro che si tratti di Van) invia una lettera anonima al Dipartimento di polizia di Riverside e al «Press-Enterprise», una sorta di lettera-confessione stampata su carta teletype, un tipo di carta che Van si sarebbe potuto procurare facilmente attraverso il patrigno Harlan, dipendente della Southern Pacific Railroad; ecco un passo della lettera: «Era giovane e bella ma adesso è malconcia e morta. Non è stata la prima e non sarà l’ultima. Sto sveglio la notte pensando alla mia prossima vittima. (…) State attenti, sto pedinando le vostre ragazze in questo momento.» La prima comunicazione criptica, la prima di una lunga serie. Tra una riga e l’altra Van nasconde degli indizi sulla sua identità. Vuole attenzione. Vuole essere scoperto, trovato, preso. Per Gary non è che una traslazione di quell’attenzione che da piccolo mendicava dal padre. Un equilibrio isterico tra prudenza e incoscienza. Forte degli studi in scienze forensi stava attento a non lasciare impronte digitali né sulle lettere e né sui luoghi dei delitti. Il 20 dicembre 1968, sempre in California, lo Zodiaco uccide i fidanzati Betty Lou Jensen e David Faraday, appartatisi sulla Lake Herman Road. Il 4 luglio ’69 è la volta di Darlene Ferrin e Michael Mageau, fermi in auto nei pressi del parco californiano di Vallejo; Darlene muore, mentre l’amico, dopo l’estrazione chirurgica di quattro pallottole, riesce miracolosamente a sopravvivere. Grazie a Mageau comincia a girare un primo identikit dell’assassino «sulla trentina, capelli castani, viso tondo, corporatura tarchiata».

Tra un omicidio e l’altro fioccano le lettere ai giornali, ma soprattutto quei famosi crittogrammi. Il 31 luglio 1969 lo Zodiaco invia il crittogramma 408 (suddiviso in tre parti) al «San Francisco Examiner», al «San Francisco Chronicle» e al «Times-Herald» di Vallejo. Come firma un cerchio con una croce al centro, una sorta di mirino, ma anche un simbolo ermetico riconducibile all’occultismo. «Era venuto il momento, per Van, di presentarsi ufficialmente al mondo con il nome che si era scelto: Zodiaco, dalla parola greca zoion che significa “animale” o, nell’interpretazione di Van, “animale feroce”.» Nella lettera allegata al crittogramma 408 il killer dichiara: «In questo testo cifrato è contenuta la mia identità.» Una sfida per poliziotti e giornalisti, e per tutti gli esperti decrittatori che lavorarono per mesi alla soluzione dell’enigma, senza pervenire a nulla di concreto. Ma Gary, che ha esaminato il crittogramma sapendo quale nome cercare, l’ha individuato subito, non senza provare un profondo dolore. «…E lo vidi subito, chiaro come il sole. Era nella sezione del crittogramma inviata al «San Francisco Examiner»: EV BEST Jr. Stentavo a credere a ciò che avevo sotto gli occhi. Molti detective – professionisti e dilettanti – avevano cercato per anni il nome dell’assassino all’interno di quei testi cifrati. Ma non avevano avuto a disposizione il vero nome dello Zodiaco.» E pensare che per Gary l’illuminazione gli si era accesa guardando in tv proprio uno speciale sul misterioso killer dello Zodiaco. Il 31 luglio 2004: impossibile per Gary dimenticare questa data. «…Accadde tutto in un istante. L’identikit che la polizia aveva disegnato dello Zodiaco comparve sullo schermo. Per un momento rimasi là seduto, immobile, incapace di distogliere lo sguardo dall’immagine sul televisore. (…) Era come se qualcuno avesse scattato un’istantanea di Van e l’avesse incollata su un poster con la scritta RICERCATO. (…). È impossibile, mi dissi. Mio padre non può aver fatto cose tanto tremende…» Ed è in questa congiuntura che la ricerca di Gary comincia a scorrere su due binari paralleri: da un lato quel padre sbiadito e sconosciuto e dall’altro quell’animale feroce dai tratti sempre più marcati e pregnanti.

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L’uomo e il mostro: quel Van che ormai da decenni ha fatto perdere le sue tracce, dimenticato dal mondo, introvabile, quasi non fosse mai esistito. Il 27 settembre 1969 lo Zodiaco uccide la giovane Cecilia Shepard e ferisce Bryan Hartnell (Lake Berryessa, California). A Gary non sfugge un emblematico particolare: tutte le donne uccise erano straordinariamente somiglianti a Judy. L’11 ottobre è la volta del tassista Paul Stine, ucciso a San Francisco. L’8 novembre lo Zodiaco invia il crittogramma 340 al «San Francisco Chronicle», sostenendo nuovamente di avervi criptato il suo nome. Questo crittogramma, come riporta Gary, è stato risolto nel 2012 da B.G. Dilworth, agente letterario di Susan Mustafa (coautrice con Gary de L’animale più feroce di tutti); qui c’è davvero poco da interpretare: il nome Earl Van Best Jr è scritto chiaramente, anche se al contrario. Questa è solo una delle tante prove raccolte da Gary, e in questo caso specifico è davvero improbabile che si tratti di una coincidenza. L’ultima traccia relativamente certa che si ha dello Zodiaco risale al 22 marzo 1970, data in cui dà un passaggio a Kathleen Johns e a sua figlia, tentando un maldestro rapimento. L’identikit fornito dalla donna lascia pochi dubbi sull’identità del malintenzionato. Di fatto però da questo episodio lo Zodiaco scompare, e scompaiono (mitomani ed emulatori a parte) le lettere e i crittogrammi. I crimini dello Zodiaco – quelli accertati, perché nelle sue lettere lo Zodiaco ne annoverava molti altri – coprono un arco che va dal 30 ottobre ’66 all’11 ottobre ’69; perché si sia fermato resta un mistero. Quel che è certo è che Van muore a Città del Messico il 20 maggio 1984 (due mesi dopo il padre Earl Van Best Sr).

Dopo lunghe e faticose ricerche Gary ha raggiunto la tomba senza lapide di questo padre oscuro. «Per la prima volta da quando mi aveva abbandonato sulle scale, ero solo con mio padre. Cercai di non farmi travolgere dalla collera. Inspiegabilmente, volevo bene a quell’uomo: era mio padre. Eravamo legati da una fune invisibile e indistruttibile. Eppure lo odiavo per le cose che aveva fatto.» Gary non ha dubbi. Sostiene di aver raccolto prove indubitabili, e nel libro le elenca con dovizia di particolari. Le sollecitazioni verso le autorità di San Francisco hanno sortito poco o nulla. Tutt’oggi Gary lotta affinché vengano eseguiti i vari esami del DNA, incrociando tutte le prove e i documenti, e che l’identità dello Zodiaco sia fissata una volta per sempre.

Leone Maria Anselmi


amedit_settembre_2016_preciousQuesto articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 28 – Settembre 2016.

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