AL 2207 DI SEYMOUR AVENUE Hope | L’agghiacciante racconto del rapimento di Cleveland | I diari delle sopravvissute

Posted on 5 ottobre 2016

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AL 2207 DI SEYMOUR AVENUE

Hope | L’agghiacciante racconto del rapimento di Cleveland

I diari delle sopravvissute

 

di Elena De Santis

(Su Amedit n. 28 – Settembre 2016) 

 

Tutti gli altri hanno le loro vite, là fuori.

Tu hai preso la mia e l’hai incatenata a questo muro.

 

Fin dove può spingersi un carnefice? Fin dove può arrivare il male? Quel che ha avuto luogo al civico 2207 di Seymour Avenue (Cleveland, Ohio) tra il 23 agosto 2002 e il 6 maggio 2013 ha illuminato una zona oscura della natura umana sulla quale mai ci saremmo voluti affacciare. Una brutta storia, di quelle che anche la cronaca nera racconta mal volentieri, una storia di segregazione e violenza protrattasi per oltre un decennio, con scenari e dinamiche assimilabili più a certi horror-movie che alla cruda realtà. Una favola nera, dove il cattivo non è un semplice cattivo ma “l’incarnazione stessa del male”, per usare un’espressione del procuratore distrettuale Timothy J. McGienty.

Da un lato il mostro – Ariel Castro, un portoricano nato nel 1960, che nella vita di tutti i giorni vestiva i panni di un anonimo autista di scuolabus – e dall’altro le tre giovani vittime, sopravvissute a un inferno di inaudita crudeltà. Ruoli ben precisi: il predatore e le prede. E un luogo, una casa di due piani in legno bianco, costruita nel 1890, ormai piuttosto malandata, forse la più anonima di Seymour Avenue, «un’irrilevante striscia di incuria urbana, più una scorciatoia di passaggio che una destinazione in sé»; quattro civici più in là, la Chiesa Luterana Immanuel. Dall’esterno una casa, null’altro che una casa, con la piccola veranda sul davanti e il giardinetto sul retro; all’interno una prigione, anzi peggio di una prigione, ma nessun segnale trapelava da quelle finestre sempre sbarrate, solo il rumorio di fondo di televisori e radio sempre accesi a ogni ora del giorno e della notte.

Il 23 agosto 2002 Ariel Castro rapì la ventunenne Michelle Knight. Meno di un anno dopo, il 21 aprile 2003, rapì Amanda Berry (che il giorno successivo avrebbe compiuto diciassette anni); ultima in ordine di tempo la quattordicenne Gina DeJesus, rapita il 2 aprile 2004. Rimorchiate in auto e portate dentro casa con un pretesto, approfittando della buona fede e dell’ingenuità delle ignare malcapitate. Una volta dentro scattava la trappola. Castro rinchiuse le ragazze in singole stanze, le incatenò al letto e le sottopose per anni a ripetuti stupri. Durante la prigionia, per quel che è stato possibile ricostruire, si verificarono almeno cinque aborti. Ingravidata da Castro Amanda Berry riuscì a mettere alla luce (in una piscinetta gonfiabile) la piccola Jocelyn. Strappate brutalmente dalle loro famiglie, dalle loro vite ancora in boccio, ridotte a mero oggetto di piacere per un sadico sociopatico anaffettivo, umiliate e vessate nel corpo e nella mente, alle prigioniere non restava che aggrapparsi alla speranza, la speranza che la polizia varcasse quella porta, che qualche vicino allertato da un rumore sospetto desse l’allarme, o che il carceriere (pignolo e meticoloso) commettesse un errore fatale. Per molti mesi le ragazze ignorarono persino l’esistenza l’una dell’altra; Castro le fece interagire poco per volta. Passati i primi sei anni le sistemò in due stanze comunicanti: Amanda con la figlioletta nella camera più grande, Gina e Michelle in quella più piccola. Come “premio”, ma minacciandole di morte se avessero osato tentare la fuga, le liberò dalle pesanti catene che per i primi anni hanno dovuto sopportare attorno alla vita e alle caviglie. Prigioniere in pochi metri quadrati, senza finestre, chiuse a chiave, con un secchio per fare i bisogni e nutrite in modo avaro e discontinuo, Amanda, Gina e Michelle si consolavano scrivendo diari (su quaderni ma anche sui risvolti dei sacchetti del McDonald) e guardando la tv, il solo contatto col mondo esterno.

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Il mondo là fuori non le aveva dimenticate, e a ogni anniversario della scomparsa di Amanda e Gina tutto il quartiere si riuniva in fiaccolate. Di Michelle, forse perché maggiorenne al momento della scomparsa, si parlava meno, quasi nulla a dire il vero. Per Amanda e Gina invece si inanellavano trasmissioni televisive, raduni, battute di volantinaggio, nei primi anni con intensità costante, ma già alla vigilia del decimo i riflettori si erano quasi del tutto spenti. Dalle loro celle Amanda e Gina guardavano gli appelli televisivi dei loro genitori, sorelle, fratelli, amici, tutto quel mondo che fuori stava comunque andando avanti senza di loro. Sempre dalla tv Amanda apprese della morte di sua madre, che mai per un solo minuto aveva smesso di cercarla; Castro guardò la trasmissione con lei e subito dopo, come se nulla fosse, le riusò violenza. Un uomo freddo, incapace di empatia, scevro d’ogni residuo d’umanità. Nel libro Hope gli inviati del “Washington Post” (e vincitori del Premio Pulitzer) Mary Jordan e Kevin Sullivan hanno raccolto le sofferte testimonianze di due delle sopravvissute: Amanda Berry e Gina DeJesus; Michelle Knight ha scelto di raccontare il suo calvario separatamente.

Il 21 luglio 2004, a più di un anno di prigionia, Amanda Berry scrive su una pagina del suo diario: «… Di notte, la pesante catena attorno alla pancia non mi fa dormire, e durante il giorno mi rende impossibile dimenticare dove mi trovo. La mia catena in realtà è composta da diverse catene attaccate l’una all’altra con dei lucchetti, ed è lunga un metro e mezzo, dal radiatore alla mia pancia. Quel metro e mezzo è diventato la misura del mio mondo.» Con la sue tre schiave Castro intesse nel tempo un rapporto malato e, da grande manipolatore, le mette a più riprese le une contro le altre, instillando gelosie per poterle controllare meglio. Masturbatore compulsivo fin dalla più tenera età – e a suo dire oggetto egli stesso d’abusi quando aveva sei anni, compiuti da un ragazzino di dieci – Castro aveva sviluppato una vera e propria dipendenza dal sesso, e per placare le sue smanie stuprava le sue prigioniere più volte al giorno. Le vittime, complici la solitudine e l’isolamento, svilupparono con il loro carnefice dinamiche relazionali quasi “affettive”, mosse ora dalla disperazione (il bisogno di intrecciare un rapporto umano) ora da strategie di sopravvivenza. Ariel Castro ripeteva a tutte che un giorno le avrebbe liberate, un giorno che anno dopo anno continuava a posticiparsi.

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Nonostante la sete disperata di libertà le vittime svilupparono una sorta di abitudine alla loro condizione assoggettata; dopo anni di claustrale e coatta emarginazione i sintomi della Sindrome di Stoccolma non si erano fatti attendere. All’orrore veniva così ad affiancarsi una “normalità dell’orrore”, un’ordinaria quotidianità se vogliamo anche banale, come testimonia questo stralcio (sempre dal diario di Amanda): «Sono stata al piano di sotto con lui a vedere la tv, il che vuol dire che ho passato un po’ di tempo senza catene. L’altra sera ha noleggiato La passione di Cristo di Mel Gibson, che ci teneva molto a vedere. Era strano sedere accanto a un uomo così cattivo e vedere la storia di Gesù.» Ogni mattina Castro usciva di casa e andava a recitare la sua vita di persona perbene; alle sue spalle assicurava mille catene e mille lucchetti, oltre a musica ad alto volume per coprire qualsivoglia richiesta d’aiuto. In sporadiche occasioni Castro fece entrare in casa anche i suoi due figli Anthony ed Angie (avuti con Nilda Figueroa, una povera donna fuggita da un matrimonio fatto di botte e di soprusi), e quando c’erano visite il carceriere prendeva ogni precauzione per nascondere la presenza delle sue prigioniere; se avessero osato urlare o attirare l’attenzione con rumori o quant’altro la punizione sarebbe stata esemplare.  Così, nel timore di perdere quelle poche consolazioni di cui godevano (la tv, qualche vecchia rivista, ogni tanto qualcosa di buono da mettere sotto i denti o, nel caso di Amanda, un vestitino nuovo o un libro per la piccola Jocelyn).

A dei piani di fuga avevano pensato infinite volte, ma la paura di fallire e peggiorare la situazione puntualmente le atterriva «Se lo attaccassimo – scrive Amanda l’11 ottobre 2004 – sarebbe come se tre cuccioletti cercassero di aggredire un grizzly. Mi domando se è per questo che ci ha scelte. La sola cosa che abbiamo in comune è che siamo tutte e tre minute, e abbiamo tutte e tre dei seni grandi. Credo che il suo tipo sia questo.» Un altro passaggio del diario di Amanda (questa volta datato ottobre 2007) è particolarmente significativo circa l’assurda geometria del quotidiano ordita dal carceriere «Ho trovato una busta strana nel freezer e gli ho chiesto cosa fosse, e lui mi ha risposto che era la mia placenta! Non potevo crederci. Conserva tutto. Ha detto che aveva paura che se l’avesse gettata via i netturbini avrebbero potuto trovarla e insospettirsi.» Quando Amanda Berry mette al mondo Jocelyn, nello squallore e nella sporcizia, senza alcun accorgimento medico, Castro si bea di questa sua nuova condizione di padre. Nella sua follia si convince che Amanda sia davvero la sua compagna, innamorata e consenziente, e che Jocelyn sia la loro adorata pargoletta da crescere e proteggere. Sindrome di Stoccolma o no Amanda sceglie di fingere per il bene di sua figlia, e cerca (in attesa di un miracolo) di prendere il meglio da quell’uomo. Castro conduce più volte la piccola nel mondo esterno, presentandola come la figlia della sua compagna. Jocelyn non sospetta nulla della reale situazione, è troppo piccola per capire. Per Amanda le ore d’aria di Jocelyn sono una benedizione, un gancio al quale appendere quella speranza che, tenace e ostinata, non l’ha mai abbandonata.

Nel frattempo il mondo continuava a girare. Là fuori erano ormai in pochi a credere che Amanda e Gina fossero ancora vive. Il 9 febbraio 2011 Ariel Castro, che forse sentiva già vicina la sua disfatta, in una delle rare parentesi di lucidità confida ad Amanda quanto segue: «Voglio spiegarti perché ti trovi in questa situazione. Ho una dipendenza dal sesso. Ce l’ho fin da bambino. […] Credo di avere il cuore di ghiaccio. Non mi interessa quello che provano le altre persone. […] A volte vedo la tua famiglia e non provo nessuna emozione. Lo so che soffrono. Ma la cosa non mi tocca.» Dal diario di Gina DeJesus: «… Michelle dice che nessuno verrà mai a salvarci e che moriremo qui. Ho smesso di fantasticare sui modi per fuggire. Prima sognavo di ucciderlo con il veleno che sparge nelle nostre stanze per eliminare i topi. […] Ho problemi a respirare. Sento le pareti che mi si chiudono addosso. Ho smesso di sperare che lui possa cambiare. La mia vita è questa.» Recluse nella caverna dell’orco, ingabbiate come criceti, isolate visivamente e acusticamente, private del conforto del sole e dell’aria fresca, costrette a ogni genere di rinuncia, nutrite spesso con scarti, avanzi e cibo scaduto, ridotte a vivere perlopiù su un letto con addosso il lezzo nauseabondo dell’abusatore mai sazio, con il secchio delle feci e delle urine nell’angolo, la pelle madida e oleosa cui è concessa solo una fugace doccia settimanale. E poi le catene, dalla caviglia al radiatore, girando prima attorno alla vita. I primi anni erano stati i più duri. Ora si erano conquistate la fiducia del mostro, ora potevano godere di qualche privilegio. Piccole concessioni, altrove trascurabili, ma che nella loro condizione miserabile facevano davvero la differenza.

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Dal diario di Gina DeJesus (febbraio 2013): «… Mi sento invisibile. Fuori c’è gente che passa a piedi o in macchina. Mi chiedo se mia mamma è a casa di mia zia, proprio in fondo alla strada. Com’è possibile che nessuno sappia che sono qui? Ho il terrore che il resto della mia vita possa essere così. […] Ero in seconda media quando sono entrata in questa casa. Adesso ho ventitré anni.» Come può un essere umano fare questo a altri esseri umani? Come si può, per così tanto tempo, infliggere il dolore senz’esser mossi da pietà? È difficile comprendere una storia come questa. Difficile immedesimarsi nella solitudine violenta subita dalle vittime. Dieci anni sono un tempo troppo lungo, specie per delle ragazzine, equivalgono a una vita, al fiore della vita. Si immagini, solo per un momento, cosa possa aver significato vivere l’esperienza della maternità in siffatte condizioni di reiterata prigionia. Partorire nello squallore e consegnare la propria figlia a un mondo di pochi metri quadrati, poco più che una scatola. Una brutta storia, sì. Ma per una che emerge, chissà quante altre simili a questa rimangono nell’ombra, dietro un numero civico al quale nessuno andrà mai a bussare. Il furto di vita è uno dei crimini più odiosi, non chiamatelo rapimento perché non rende l’idea. Il furto di vita è l’oggettualizzazione dell’altro da sé, la riduzione della libertà in schiavitù, la negazione stessa della vita. Castro tenne crudelmente in vita tre cadaveri nella bara sigillata della sua mente deviata. Costrinse le sue prigioniere a un supplizio che pochi al mondo, davvero pochi, augurerebbero al loro peggior nemico.

Poi, proprio quando l’ultimo brandello di speranza stava per dissolversi nella rassegnazione più nera, accadde il miracolo. Castro commise un’imperdonabile leggerezza. Il suo errore fatale. Un proverbiale istante di distrazione, fisiologico in oltre un decennio di meticolosa pignoleria. La porta d’ingresso. Castro dimentica di assicurare le mandate della porta d’ingresso. Amanda non crede ai suoi occhi. Prende con sé sua figlia e tenta l’impossibile. Impugna la maniglia e apre! C’è una doppia porta, tipica degli ingressi americani, ma più sottile. Amanda cerca di forzarla. Vede passare un uomo, lo chiama, chiede aiuto. Il tutto si svolge in pochissimi concitati minuti. Dieci anni di stasi assoluta contro due minuti di dinamicità febbricitante. È la libertà! La luce del sole quasi la acceca. Amanda, raggiunge la strada e urla, chiede un telefono, la gente le si stringe intorno. Qualcuno finalmente le procura un telefono. La ragazza, tremando e piangendo, stringendo la figlia a sé, compone il 911: «Aiutatemi, mi chiamo Amanda Berry e sono stata rapita dieci anni fa!». Il resto è cronaca. Hope. Diario di due sopravvissute, è edito da Mondadori nella traduzione di Dario Ferrari.

Elena De Santis


amedit_settembre_2016_preciousQuesto articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 28 – Settembre 2016.

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