IGNORANTI ALL’ITALIANA | Italia all’ultimo posto negli investimenti sull’istruzione. Minimo storico di iscrizioni nelle università.

Posted on 3 ottobre 2016

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IGNORANTI ALL’ITALIANA

Italia all’ultimo posto negli investimenti sull’istruzione. Minimo storico di iscrizioni nelle università.

 

di Maria Dente Attanasio

(Su Amedit n. 28 – Settembre 2016)

 

Non sembra arrestarsi, per l’Italia, la rassegna dei tristi primati che nel confronto internazionale la vedono indietreggiare su tutti i fronti. L’ultimo dato di questi giorni è quello relativo alla popolazione universitaria nettamente in calo e che vede il Belpaese posizionarsi in coda alla classifica dei laureati di età compresa tra i 25 e i 34 anni. Nell’ultimo decennio le iscrizioni all’università sono infatti diminuite di oltre il 20% (pari a 65.000 matricole in meno). Il numero di chi, ultimate le scuole superiori si è iscritto negli atenei italiani, è sceso dal 73% del 2005 al 49% del 2015 (con solo 272.000 matricole). Ma c’è poi anche un altro dato rivelato dalla Commissione Ue, ovvero quello relativo all’alto tasso di abbandoni che nel 2013 ha visto registrare in Italia una delle quote più alte d’Europa, con ben il 45%. Questo impietoso bilancio riporta il nostro Paese indietro di decenni, e per la prima volta dal 1945 la crescita del numero di laureati segna una fase di arresto. Volendo fare un raffronto con la situazione di altri Paesi, vediamo come in Germania e Francia la popolazione laureata cresce almeno il doppio rispetto all’Italia; in costante aumento sono anche i laureati in Irlanda e Corea del Sud, ma ancora più significativo è il dato che vede l’Italia sorpassata anche da Paesi economicamente emergenti come la Turchia, la Polonia e la Cina.

Quel che emerge è quindi il ritratto di un Paese che perde sempre più colpi, anche in un settore fondamentale come quello della Formazione. Sono ben lontani i tempi in cui il titolo di studio rappresentava quel “pezzo di carta” che ti dava una marcia in più, vige ora l’idea, tutta italiana, che quel titolo di studio non valga più un bel niente ai fini di un concreto sbocco professionale. Quello che potrebbe sembrare soltanto un luogo comune potrebbe però rivelarsi per certi aspetti vero. Solo poco più della metà dei nostri laureati riesce a trovare un’occupazione entro tre anni dalla laurea, facendo registrare all’Italia il dato peggiore (l’ennesimo) nell’Unione europea dopo la Grecia, cui va ad aggiungersi il fatto che nella maggior parte dei casi il lavoro eventualmente trovato non ha alcuna attinenza con il titolo di studi conseguito ed ha una bassissima remunerazione (circa 1000 euro al mese). Se a fronte del grosso investimento che hanno dovuto affrontare, prima per ottenere una laurea e dopo per riuscire a conquistarsi un lavoro, lo stipendio risulta tanto basso, non stupisca che molti nostri laureati guardino altrove.

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L’Istat stima che solo nel 2015 gli italiani che sono emigrati in cerca di lavoro sono circa 145.000, tra questi, uno su quattro è laureato. Le mete più gettonate sono Gran Bretagna, Germania e Svizzera, dove però il welfare nazionale registra un numero di immigrati italiani tre volte e mezzo maggiore rispetto a quelli risultanti all’Istat. Tra chi decide di restare, accontentandosi di una posizione professionale spesso frustrante e denigrante, e chi invece decide di andarsene in cerca di un più adeguato riconoscimento, il malcontento dei laureati non incoraggia certo altri giovani (e le rispettive famiglie) a investire nello studio. Vanno tenute in conto anche le difficoltà che deve affrontare chi oggi volesse intraprendere il percorso universitario, specie se proviene da una famiglia meno abbiente e ha l’esigenza di doversi spostare sul territorio. In tempi di crisi studiare all’università è diventato un lusso che non tutti possono permettersi, il cui costo può aggirarsi tra le 1400 e le 1800 euro l’anno, che se poi è uno studente fuori sede possono arrivare a 7-8000 euro. Le borse di studio sono sempre troppo carenti per via dei fondi insufficienti a disposizione delle Regioni e rappresentano un aiuto solo per uno studente su cinque. Questo significa che vien meno una delle prerogative del nostro Governo inerenti alle politiche di sostegno al diritto allo studio, che nel nostro caso si concretizzerebbero nella possibilità per i meno abbienti di poter ottenere una borsa di studio o l’esonero del pagamento delle tasse d’iscrizione. Paradossalmente, proprio negli anni che hanno visto un calo del reddito familiare le rette degli atenei sono progressivamente aumentate, specie in quelli del Centro e del Mezzogiorno.

Stando ai dati OCSE e MIUR, la probabilità di entrare nel sistema universitario è in Italia di circa il 41%, contro il 60% della media OCSE. Vi sono poi altri fattori che rendono ancor più problematico l’accesso agli atenei, come il “numero chiuso” (con tutto ciò che comporta), una vera e propria barriera che va a ledere il concetto stesso di diritto allo studio, un diritto sacrosanto che lo Stato dovrebbe garantire a ogni suo cittadino, specie se giovanissimo, senza restrizioni decise già in partenza; c’è infine la questione dell’alto tasso di abbandoni, spesso imputabile alla scarsa efficacia delle attività di orientamento, selezione e indirizzo degli studenti verso corsi a loro più adatti, o ancora al deficit strutturale dell’offerta formativa in percorsi brevi e professionalizzanti più adatti a studenti con un profilo meno accademico o a chi abbia già maturato esperienze lavorative.

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In definitiva il quadro generale descrive un sistema universitario inadeguato e fallimentare, ormai prossimo al collasso, vittima come tanti altri settori pubblici di scelte politiche sbagliate e poco lungimiranti. I vari governi che si sono succeduti in Italia negli ultimi decenni hanno dimostrato scarsa sensibilità nei confronti della Formazione, scegliendo di disinvestire soprattutto sull’università e sulla ricerca, che risultano essere infatti i comparti in cui maggiormente si è ridotto l’investimento pubblico. Nel rapporto “Education at a glange” del 2016 (che analizza i sistemi educativi di 35 paesi nel mondo) l’OCSE denuncia che negli ultimi cinque anni la spesa pubblica italiana nell’istruzione è scesa del 14%, mettendo il nostro Paese al penultimo posto dopo l’Ungheria. Si tratta di un grave atto masochistico e in controtendenza rispetto a quanto sta avvenendo nel resto del mondo, dove invece si sceglie di potenziare sempre più gli investimenti nella Formazione di alto livello. Anche Paesi caratterizzati dal basso costo del lavoro stanno ora puntando la loro attenzione nella conoscenza, nella ricerca, nel valore aggiunto del proprio capitale umano. Ciò che sta avvenendo in Italia rappresenta un atto irresponsabile che denota una certa cecità da parte della nostra classe politica, specie in tempi in cui le tecnologie dei sistemi produttivi globali si fanno sempre più sofisticate e richiedono personale altamente specializzato. L’Italia rischia sempre più di essere tagliata fuori dalla competizione mondiale, e gli elementi di questa criticità non sono più soltanto quelli legati al costo del lavoro più alto rispetto agli altri Paesi, ma anche allo scarso capitale umano dotato di ottima formazione che possa rappresentare una preziosa risorsa del sistema industriale. Tutti questi dati devono servire da monito affinché si cambi rotta e si torni a credere nel valore della cultura e della conoscenza. Senza un’adeguata istruzione oggi non si va da nessuna parte. Non è sufficiente saper leggere e scrivere, occorrono specializzazioni, talenti e competenze specifiche da spendere in quello che è l’attuale scenario internazionale sempre più competitivo. Non è più accettabile che un Paese come l’Italia pretenda di poter vivere di rendita, restando adagiato sugli allori del passato. C’è un presente da ricostruire e un futuro a cui puntare.

Maria Dente Attanasio

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amedit_settembre_2016_preciousQuesto articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 28 – Settembre 2016.

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