ADDIO TERRA AMARA E BELLA | Angelo Ferracuti e il romanzo della fine del lavoro

Posted on 2 ottobre 2016

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ADDIO TERRA AMARA E BELLA

Angelo Ferracuti e il romanzo della fine del lavoro

di Giuseppe Maggiore

(Su Amedit n. 28 – Settembre 2016)

 

Resistere, reinventarsi, essere versatili in un mondo che cambia costantemente; sono queste le parole d’ordine di un discorso che accomuna produttori, imprenditori, semplici lavoratori attanagliati da una crisi di cui non si scorge ancora la fine. Ma c’è un’Italia che intanto va perdendo pezzi da tutte le parti, quella delle grandi industrie dismesse, dei distretti produttivi che vanno scomparendo, delle tante aziende che le hanno voltato le spalle per indirizzare altrove i loro investimenti. E in quest’Italia sempre più deindustrializzata c’è tanta gente che non ce la fa, che annaspa e non riesce a stare a galla, e che vive ormai in uno stato di apnea sociale invisibile; una cruda realtà che chi di dovere molto spesso finge cinicamente di non vedere.

È di quest’Italia dei vinti che Angelo Ferracuti ha voluto parlarci nel suo ultimo libro, emblematicamente intitolato Addio, per raccontare quel senso di disagio, di inadeguatezza e di angoscia esistenziale che subentra quando si rimane senza lavoro. Voleva inizialmente essere una sorta di grand tour nei tanti luoghi della desertificazione industriale disseminati lungo tutto il paese, ma poi risultò chiaro che non era necessario doversi spostare in lungo e in largo per cogliere questi segnali. Era possibile mettere a fuoco un fenomeno su larga scala pur restando in un solo luogo, fissandolo per così dire in un “bit antropologico”, perché queste storie di disagio e desolazione si somigliano tra loro, parlano la stessa lingua, esprimono gli stessi sentimenti di rabbia, di sconforto e d’impotenza. Ferracuti sceglie quindi un luogo tra tutti, per farne il simbolo d’una débâcle che non conosce ormai confini geografici, questo luogo è il Sulcis-Iglesiente, storica regione a sud della Sardegna che ha conosciuto tempi d’oro grazie alla fiorente attività estrattiva nelle miniere in cui trovavano lavoro migliaia di persone. Venivano qui da ogni parte del paese, dal Veneto alla Sicilia, dando luogo alla prima comunità multiregionale italiana.

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La storia dei minatori del Sulcis-Iglesiente è contrassegnata dalla fatica, dalla morte, ma anche dalle irriducibili lotte sindacali; si tratta di gente che ha scritto pagine importanti del movimento dei lavoratori; le prime lotte per il miglioramento delle condizioni di lavoro in Italia furono fatte da loro e qui nacquero le prime società di mutuo soccorso. Una terra in cui tutto ruotava attorno allo sfruttamento minerario, iniziato secoli fa già con i pisani e i romani; a metà dell’Ottocento all’estrazione del carbone si affiancò anche quella dello zinco e del piombo, di cui deteneva oltre il dieci per cento della produzione mondiale. La ricchezza dei suoi giacimenti la rese prima terra di conquista, piccolo far west del capitalismo in mano alle grandi aziende del Nord Europa grazie alle generose concessioni governative, poi sito nevralgico dell’autarchia mussoliniana. Proprio in epoca fascista nacquero le sue principali città, tra cui Carbonia, costruita nel 1938 in soli trecento giorni per ospitare i minatori e le loro famiglie. Tra alti e bassi l’attività estrattiva costituirà la fonte di ricchezza di questi luoghi, fino all’indomani della Seconda guerra mondiale, quando la Comunità europea del carbone e dell’acciaio decreta il graduale abbandono dei giacimenti del Sulcis a vantaggio dei poli produttivi in Belgio, Germania e Francia. Inizia proprio in questi anni il declino e una lunga storia di emigrazione e povertà. Le ultime miniere sono state chiuse alla fine degli anni Novanta; l’ultima rimasta attiva è quella di Nuraxi Figus, di cui l’Unione europea ha decretato la chiusura entro il 2020.

Oggi il Sulcis rappresenta la provincia più povera d’Europa con i suoi 30.000 disoccupati su 130.000 abitanti e 40.000 pensionati dell’industria, spesso usciti dal mondo del lavoro perché ammalati di gravi patologie come tumori e silicosi. Qui non si muore più dei veleni inalati durante il lavoro, ma di una lenta agonia che vede tanta gente affondare nella depressione, nel consumo di droghe e psicofarmaci, nel crescente numero di suicidi. Gente che vive ormai di espedienti, famiglie non più in grado persino di mandare i figli a scuola, giovani con una sola prospettiva: dire addio a questi luoghi in cui non scorgono più un futuro. Storia emblematica di un’Italia che affonda nel marcio, e che Ferracuti decide di raccontare attraverso una continua e lenta messa a fuoco, tornando più volte “sul campo”, ascoltando in presa diretta chi lì ci vive e può meglio di chiunque altro raccontare. Il risultato è un intenso reportage narrativo degno della migliore tradizione letteraria di impegno civile, un libro capace di restituirci la cruda immagine di un paese che sembra condannato a un inarrestabile processo d’impoverimento. «In certi luoghi italiani dove l’economia declina, – scrive Ferracuti – l’impoverimento si traduce nel lento spegnersi delle luci elettrizzate della modernità, quelle che altrove danno la percezione del benessere diffuso, dello sfarzo e del troppo della ricchezza. Tutto è più grigio e opaco, sembra che diminuendo i consumi aumenti l’incertezza, cresca l’insoddisfazione, subentri la paura del futuro […]». Il Sulcis-Iglesiente è uno di questi luoghi paradigmatici del decadimento d’una nazione fino a qualche decennio fa tra le maggiori potenze industriali ed economiche del mondo. Immagine pregnante d’un’Italia sempre più povera, sempre meno brava e bella.

Giuseppe Maggiore


amedit_settembre_2016_preciousQuesto articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 28 – Settembre 2016.

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