SE L’ASSASSINO HA DODICI ANNI | Tre giorni e una vita | Un romanzo di Pierre Lemaitre

Posted on 1 ottobre 2016

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pierre_lemaitre_tre_giorni_una_vitaSE L’ASSASSINO HA DODICI ANNI

Tre giorni e una vita | Un romanzo di Pierre Lemaitre

 

di Massimiliano Sardina

(Su Amedit n. 28 – Settembre 2016)

 

Dicembre 1999. Antoine Courtin ha dodici anni e vive con la madre a Beauval, una piccola cittadina della provincia francese. Quattro strade messe in croce, case a schiera con giardinetto sul davanti e, nel centro del paese, una piazzetta con un grande platano: quel tipico microcosmo dove ci si conosce tutti da almeno tre generazioni, e dove è pressoché impossibile mantenere a lungo un segreto. Un presepe d’altri tempi, a tratti fumettistico, «una cittadina in cui i figli somigliano ai genitori e aspettano di prendere il loro posto.» Sullo sfondo il sindaco, il parroco, il gendarme e, più in primo piano, quelle figure che, loro malgrado, si ritroveranno protagoniste di un evento tanto inaspettato e improvviso quanto tragico e misterioso (e a seguire, come in un movimento centrifugo, tutti gli altri membri di una comunità scossa, impreparata a gestire l’imprevisto, certo reattiva e sospettosa, ma di fatto disarmata). All’origine di tutto la morte di Ulisse, un bastardino segaligno bianco e fulvo, di proprietà dei Desmedt. Non tanto la morte in sé, quanto il modo in cui sopraggiunse, violento e disumano, spregevole, proprio sotto gli occhi di Antoine. Di natura timida, cresciuto senza padre e spesso isolato dai compagni, Antoine aveva da tempo trovato in Ulisse, di guardia nel giardinetto adiacente al suo, l’unico vero amico, il solo con cui condividere giochi ed escursioni nel vicino bosco di Saint-Eustache. Poi, l’imprevedibile. Durante uno dei suoi abituali vagabondaggi Ulisse viene investito da un’auto; il pirata non si ferma, e chi assiste alla scena ha il buon cuore di sollevare il povero cagnetto e di portarlo dal suo padrone. «…Antoine si precipitò. Ulisse, steso in giardino, respirava a fatica. Una zampa e alcune costole rotte imponevano l’intervento del veterinario. Il signor Desmedt, le mani in tasca, guardò a lungo il suo cane, entrò in casa, uscì con un fucile e gli sparò alla pancia a bruciapelo.» Antoine non poté far altro che stare a guardare, paralizzato dallo shock. In un solo istante aveva perso il suo migliore amico, freddato davanti ai suoi occhi, così, con noncuranza. Tutta la rabbia incanalata avrebbe trovato fatalmente, di lì a pochi giorni, l’occasione di liberarsi, sebbene con esiti del tutto inaspettati.

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Schiacciato dal dolore Antoine cercò rifugio nel bosco, dove da tempo aveva costruito una casetta sull’albero; assecondando un incontrollabile impulso distruttivo  la smantellò pezzo dopo pezzo, accasciandosi poi sfinito tra le tavole schiodate e lasciandosi andare a un pianto liberatorio. Proprio in quel frangente sopraggiunse il figlio del signor Desmedt, il piccolo Rémi, di appena sei anni. Il bambino, come già era accaduto altre volte, l’aveva raggiunto per giocare. Fu un attimo. Agito da un furore indomabile, Antoine brandì un bastone e lo colpì a una tempia. Ogni tentativo di rianimarlo si rivelò inutile. Rémi era morto. Ecco vendicato il povero Ulisse. Ecco punito l’insensibile signor Desmedt. Ora toccava a lui piangere, disperarsi, restare in solitudine. No…, nulla di tutto questo. Quello di Antoine era stato solo il gesto di un attimo, non una vendetta calcolata. L’aveva colpito sì, quel povero bambino, ma semplicemente per sfogare la sua rabbia, non certo per ucciderlo. E ora? Ora cosa sarebbe accaduto? Prevalse il panico, la paura di essere giudicato dall’intera comunità. «In pochi secondi la sua vita ha cambiato direzione. È un assassino. Queste due immagini non collimano, non si può avere dodici anni e essere un assassino.» Prevalse la paura. Antoine occultò il corpicino in un fosso profondo, un’enorme zolla di terra sollevata da un faggio divelto, poi corse a casa. Quella notte nessuno a Beauval chiuse occhio. Rémi venne cercato per mesi. I sospetti caddero prima sul salumiere, poi su un professore, poi su un fantomatico forestiero, tutte piste cieche. A complicare le ricerche ci si mise pure una disastrosa tempesta, un’inondazione come mai se ne erano viste a Beauval.  Antoine negò di aver incontrato Rémi quel giorno. Negò per tutta la vita ogni coinvolgimento. Visse nel terrore di essere scoperto, convinto «che, prima o poi, quell’omicidio lo avrebbe riacciuffato e gli avrebbe rovinato la vita.»

Credette di sbarazzarsene lasciando Beauval, laureandosi in medicina e allontanandosi da quei luoghi che lo inchiodavano alla sua colpa, ma poi ogni volta bastava la vista di un bambino o di un gendarme per rigettarlo nel panico. L’imminenza della catastrofe fagocitava la sua esistenza. Antoine lotterà con ogni mezzo per riscattare la sua vita, ma alla fine si ritroverà a scontare la sua pena in una condizione di simulata libertà. Il destino, diabolico e beffardo come sa essere quando vuole, lo ricondurrà a Beauval a dodici anni di distanza dal tragico evento. La sua vita si sarebbe rivelata null’altro che «l’immensa disfatta alla quale la sua infanzia, un puro dolore, l’aveva destinato.» In Tre giorni e una vita Lemaitre indaga per esteso la nozione complessa di responsabilità, e lo fa interrogandosi su un caso di coscienza. Nel romanzo l’atto violento compiuto dal minore non è che il riflesso diretto di quello compiuto da un adulto, una sorta di effetto collaterale. Ed ecco che la responsabilità risale a monte, al cattivo esempio che si fa causa scatenante, alla malsana semina che fa germogliare il giglio nero. Il rapporto tra infanzia e male, uno dei più rigidi tabù, è qui sviscerato dall’interno e restituito in tutte le sue sfaccettature. Lemaitre ci mostra un carnefice che è sempre più vittima, tacciabile certo di vigliaccheria e della mancata confessione in età adulta, ma comunque anch’egli vittima di una maledetta fatalità.

Massimiliano Sardina


amedit_settembre_2016_preciousQuesto articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 28 – Settembre 2016.

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