IL CONIGLIO HITLER E IL CILINDRO DEL DEMAGOGO | Un pamphlet di Moni Ovadia

Posted on 1 ottobre 2016

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moni_ovadia_coniglio_hitler_demagogoIl coniglio Hitler e il cilindro del demagogo

Un pamphlet di Moni Ovadia (La nave di Teseo, 2016)

di Leone Maria Anselmi

(Su Amedit n. 28 – Settembre 2016)

 

Con onestà intellettuale, umana partecipazione e ragionata “faziosità” – a debita distanza da quell’obiettività di comodo che spesso cela la prudenza ipocrita di chi non vuol schierarsi – Moni Ovadia raccoglie in un coraggioso pamphlet riflessioni scomode che smascherano inquietanti connessioni tra il nazismo di ieri e quello di oggi. Il coniglio Hitler e il cilindro del demagogo (La nave di Teseo, 2016) è innanzitutto una lezione di storia, un ripasso contro la memoria corta delle false coscienze; uno scritto, chiarisce Ovadia nella premessa «deliberatamente polemico e maleducato, che non si cura di essere politicamente corretto, non vuole essere ossequiente alla retorica imperante, neppure alle sue manifestazioni più raffinate.» Si parte con una domanda che esige una risposta univoca ed esaustiva: «Chi è stato Adolf Hitler?» Un mostro genocida? Un mediocre omino farneticante? Un pazzo? Un invasato? Le definizioni si inanellano compenetrandosi, ed ecco sfilare anche i negazionisti, i revisionisti, i conservatori, i progressisti, tutti bravi e convincenti a rileggere la storia falsificando, omettendo, minimizzando, giustificando…, ma la verità dov’è? Una risposta Ovadia la ricava da un testo di Zvi Kolitz, Yossl Rakover si rivolge a Dio: «Non è vero che Hitler ha in sé qualcosa di bestiale, è un tipico figlio dell’umanità moderna, ne sono profondamente convinto. È stata l’umanità a generarlo e a crescerlo, ed egli è il più sincero interprete dei suoi intimi e segreti desideri.» L’ideologia razzista ha trovato terreno fertile sul quale attecchire. Le idee antisemite circolavano in Europa già nella seconda metà dell’Ottocento, si pensi al Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane di Joseph Arthur de Gabineau. Hitler e compagni agirono per certi versi su un sentiero già tracciato; fin da subito il principio di discriminazione – il culto della Herrenrasse (la razza padrona) contrapposto alla demonizzazione dell’ebreo – trovò ampio spazio nei manifesti di quella politica che fece da immediato preludio al Terzo Reich. «Ora,» osserva Ovadia «se la nazione tedesca fu la diretta responsabile dei genocidi, delle stragi e degli assassini di massa, con la collaborazione attiva dei suoi alleati – ovvero tutti i regimi fascisti dell’Europa libera e occupata –, molte furono le responsabilità indirette e collaterali derivate da posizioni opportunistiche, pavide, indifferenti dei governanti europei, anche di quelli che combattevano contro la Germania nazista.»

L’iconizzazione del mostro è l’altra faccia dell’innocenza posticcia degli altri. E tra questi altri Ovadia include anche, e a ragione, gli “Italiani brava gente!”, maestri dell’autoassoluzione, che a suo tempo poco o nulla fecero in difesa dei loro fratelli ebrei. Alla deportazione nei campi di sterminio di tanti propri concittadini gli italiani si sarebbero potuti opporre con più fermezza, sull’esempio di Bulgaria e Danimarca che si rifiutarono di consegnare al Reich i propri ebrei, salvando così migliaia di vite. «Perché seppero farlo? Semplice, perché li consideravano loro cittadini. (…) se due piccole nazioni riuscirono a fermare i nazisti, anche altre avrebbero potuto farlo, se le loro classi dirigenti lo avessero voluto. Ma esse scelsero di non farlo.» In questo pamphlet su quello che fece o non fece la Chiesa romana per salvare dei suoi concittadini (colpevoli solo in quanto ebrei) Ovadia non si pronuncia esplicitamente. Fatto è, osserva Ovadia, che Hitler poteva essere fermato in più momenti, sia all’inizio, sia durante, sia nel suo apogeo, ma nulla è stato fatto da chi poteva intervenire efficacemente. Quel che è preoccupante è che la storia è fatta di eterni ritorni, di rigurgiti, e che morto un Hitler si fa presto a farne un altro, magari non così iconico e impattante, ma altrettanto pericoloso e letale. Hitler, scrive Ovadia, è una sorta di coniglio tirato fuori dal cilindro come in un gioco di prestidigitazione; riaffiora evocato da una nuova figura di demagogo, un leader politico che per giustificare le proprie guerre instilla nel popolo la paura di un nemico confezionato per l’occasione. Hitler così viene fatto riaffiorare in tutti quei nuovi dittatori, piccoli o grandi, che minacciano il mondo occidentale; il fine è quello di «imbavagliare le obiezioni di chi mostri le capziosità e le malefatte del potere selvaggio e spietato dei potentati finanziari e delle loro tecniche di smisurato arricchimento senza scrupoli…»

Questo coniglio Hitler è un mago del travestismo, e all’occorrenza si chiama Saddam, Osama, Gheddafi, Ahmadinejad, Isis o Kim Jong-un, ed è il prestidigitatore mediatico che ci sollecita a smascherare il camouflage di turno del fantomatico Führer. Questi nuovi piccoli tiranni, con le dovute differenze, hanno inquietanti punti in comune con Hitler ma, osserva Ovadia, nessun nostro leader civile ha mai mosso un dito, in nome di equilibri economici con ogni evidenza più inalienabili dei diritti umani. Gli imperi moderni, unitamente allo strapotere cieco delle multinazionali, prosperano attraverso l’esercizio ben dissimulato della menzogna, a dispetto della pace (rimandata sempre a domani) e della democrazia. «Se è pur vero che la storia non si fa coi se e coi ma, è anche vero che la storia è opera degli uomini e dipende dalle scelte degli uomini.» Colonialismo, razzismo, connivenze, opportunismo…, gli strali di Ovadia illuminano le pagine più oscure della storia vecchia e nuova. Da Hitler (e sue rivisitazioni) il pamphlet affronta poi, senza stucchevoli prudenze, la figura tout court dell’ebreo (da paria a vacca sacra, dall’ebreo in perfetta sintonia con la sua millenaria identità culturale all’ebreo che odia se stesso). A sorpresa il testo si chiude con una serie di irresistibili barzellette su stereotipi ebrei e nazisti che, sull’orlo dell’abisso, fanno sorridere di un riso amaro.

di Leone Maria Anselmi


amedit_settembre_2016_preciousQuesto articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 28 – Settembre 2016.

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