SOTTO UN CIELO MUTO | Elie Wiesel (30 settembre 1928 – 2 luglio 2016)

Posted on 28 settembre 2016

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SOTTO UN CIELO MUTO

Elie Wiesel (30 settembre 1928 – 2 luglio 2016)

 

di Massimiliano Sardina

(Su Amedit n.28 – Settembre 2016)

 

Eliezer Wiesel trascorre la sua infanzia in una piccola cittadina della Transilvania, Sighet, nel distretto delle Maramureş. Ebreo ortodosso animato da una fede totalizzante, Elie è poco più che un bambino quando ai giochi e alla spensieratezza preferisce lo studio appassionato del Talmud. In sinagoga si raccoglie in genuina preghiera, piange per la distruzione del Tempio, e ha un solo desiderio: trovare un degno maestro che lo introduca ai misteri della Cabbalà. Elie vive in Dio e per Dio. Non ha altro per la testa che la sua grazia e la sua misericordia. Non ha esperienza del male. Sa solo che il male è nell’assenza di Dio. Nell’assenza di luce. All’età di quindici anni sul primo fiore della sua giovinezza calerà la notte, la notte più nera che un’anima pura possa arrivare a concepire, il buio pesto, la tenebra più assoluta. A Sighet i nazisti perpetrarono uno schema già attuato altrove con successo: prima l’espulsione degli ebrei stranieri (1942), poi nel 1944 la creazione del ghetto (a Sighet ne vennero creati due); infine, il 6 maggio 1944, la deportazione ad Auschwitz-Birkenau. Elie vive il dramma accanto ai suoi genitori Shlomo Wiesel e Sarah Feig, e alle tre sorelle Hilda, Beatrice e Zipporà, un dramma in crescendo, sospeso tra premonizioni lugubri e improvvise impennate di ottimismo. L’arrivo ad Auschwitz, dopo un viaggio spossante in vagoni bestiame, farà definitivamente chiarezza su ogni ingenua supposizione. «Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.» Ad Auschwitz la madre e la sorellina Zipporà vengono subito spedite alle camere a gas. Le altre due sorelle, Hilda e Beatrice, trovano miglior sorte e alla fine si salveranno. Padre e figlio superano la prima selezione mentendo sulle rispettive età; Shlomo, che ne ha cinquanta, dice di averne quaranta; Elie, che ne ha solo quindici, ne dichiara diciotto. Vengono inviati a Buna, un campo di lavoro limitrofo ad Auschwitz (meglio noto come Auschwitz III – Monowitz).

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Elie, denudato della sua umanità, diventa A-7713. Il marchio, tatuato sul braccio sinistro, fa da sigillo a una mortificazione lenta e feroce. Per sopravvivere il ragazzino tiene duro, stringe i denti e mantiene bassa la testa. Impara presto il codice di comportamento ideale da assumere davanti agli aguzzini: rendersi invisibile, insignificante, ma al contempo scattante, ancora abile al lavoro, ancora utile. Un solo cedimento e sarebbe la fine. All’orrore che lo circonda e lo consuma Elie non può rispondere. Nei forni bruciano i corpi della sua gente, i camini svettano liberando colonne di fumo e tutta l’aria è impregnata dell’odore acre della morte. Avverte la sua umanità residua sfumare negli istinti più basici e animaleschi: la fame, certi piccoli opportunismi, il malcelato desiderio di liberarsi del padre, in certi frangenti percepito come un peso morto, come una preoccupazione di troppo. Il dolore. Una sofferenza fisica che ormai, notte dopo notte, aveva finito per fagocitare i mali dell’anima. E poi la fede, quella fede un tempo così incrollabile, ora spenta definitivamente dentro alle parole di uno dei tanti condannati: «Dov’è il Buon Dio? Dov’è?» Otto mesi di lavoro in condizioni disumane, mangiando piccole porzioni di zuppe nauseabonde. Poi l’ultimo faticoso spostamento, quello verso il campo di Buchenwald; Shlomo, fortemente provato, muore poche settimane prima della liberazione del campo da parte degli americani (11 aprile 1945). Circa il 90 per cento degli ebrei residenti nelle Maramureş fu assassinato nei campi nazisti. Elie Wiesel fu uno dei pochi sopravvissuti. Finita la guerra, per ben dieci anni Elie si rifiuta di scrivere una sola parola della sua esperienza. Sarà poi l’amico François Mauriac (Nobel per la letteratura nel 1952) a convincerlo a raccontare. A testimoniare. Nasce così E il mondo rimase in silenzio (un memoriale di quasi 900 pagine, redatto in lingua yiddish). Trovare un editore non si rivela un’impresa facile. In seguito Wiesel lo riduce a 245 pagine, lo rielabora in lingua francese e ne estrapola le 178 pagine che andranno a formare la prima versione de La nuit, 1958 (La notte). Nel 1960 esce la traduzione inglese, Night, in 116 pagine. Viene tradotto negli anni in oltre 30 lingue. Un classico, accanto a Se questo è un uomo di Primo Levi e Il diario di Anna Frank. Prima parte di una trilogia – La notte (1958), L’alba (1960) e Il giorno (1961) – che per oggetto ha il passaggio vivificante e rigeneratore dall’ombra alla luce. Di qui in avanti – attraverso decine di pubblicazioni, conferenze, incontri, seminari, battaglie di sensibilizzazione… – Wiesel ha consacrato tutta la sua vita alla memoria della Shoah. Nel 1986 è stato insignito del premio Nobel per la pace. Ci ha lasciati il 2 luglio di quest’anno, all’età di ottantasette anni.

di Massimiliano Sardina


amedit_settembre_2016_preciousQuesto articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 28 – Settembre 2016.

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