MIGRANTI a passi nudi, a cuori scalzi | di Daniela Fabrizi e Anna Manna | Aracne editore, 2016

Posted on 13 settembre 2016

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Daniela Fabrizi, Anna Manna

MIGRANTI a passi nudi, a cuori scalzi 

Prefazione Dante Maffia

Introduzione Lorenzo Spurio

Saluto Jole Chessa Olivares

ARACNE EDITORE, settembre 2016

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Il libro contiene commenti critici di Sandro Gros-Pietro, Ruggero Marino, Antonella Pagano, Luigi Tallarico, per “L’Esodo” di Anna Manna  e commenti critici di Dante Maffia, Giuseppe Mannino, Giovanni Pistoia per “L’Esilio” di Daniela Fabrizi .

“Quando la poesia bussa non si pone domande, non conosce risposte, non propone soluzioni. S’attarda in quel limite tremendo tra la vita e la morte, lo rende infinito : non è la soluzione che il poeta è capace di proporre. E’ umilmente, semplicemente, l’incontro tra il dolore e chi lo può in qualche modo raccontare. Emigrare dalla propria terra, dalla storia che ti ha costruito, significa migrare da se stessi. Anche il poeta emigra dalle proprie emozioni e approda nelle emozioni dell’alter. Un alter che non è un alieno però, ma un nostro simile, un appartenente alla grande famiglia umana. Che troppo spesso perde nei viaggi, in qualunque viaggio reale o metaforico, la dimensione dell’umanità e naufraga nell’apocalisse dei sentimenti che prova e che suscita.

Abbiamo voluto salvare dal naufragio almeno quel bagaglio terribile di emozioni: al poeta non è concesso altro. Ma nella speranza di salvare il bagaglio loro a volte abbiamo perso il nostro.

Ci siamo identificati provando a restare a a galla. Noi con le nostre penne traballanti, in un viaggio dell’anima che non risparmia la sofferenza vera della mente : quella capace di scrivere lo sdegno e la necessità di reagire allo scempio della nostra epoca tristissima.”

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Così Daniela Fabrizi e Anna Manna firmano il loro libro di poesie, scritto insieme,”MIGRANTI a passi nudi, a cuori scalzi” per l’editore Aracne, pubblicato il 9 settembre.

La silloge di Anna Manna , dal titolo L’Esodo, apre il libro. Poi segue la silloge di Daniela Fabrizi dal titolo “L’Esilio”.

Non è il primo tentativo di scrittura allo specchio , già avevano pubblicato negli anni precedenti “Donne di luna e di scure-poesie nel web” per Il Convivio editore.

Dunque una simbiosi già collaudata, un’amicizia poetica che ha già sperimentato il dialogo.

Ed infatti questo libro ha sicuramente il pregio di mostrarsi subito come un’opera matura, composta, costruita, sostenuta con grande slancio dai molti commenti critici di alto livello.

La tematica drammatica del resto non poteva presentarsi in altro modo. E le poetesse sono state all’altezza del compito arduo e difficile. Senza mai scadere nell’ovvio, nel banale, nella cronaca , nella polemica. Le due poetesse hanno fatto poesia, confrontandosi ed immergendosi in una tematica di vasto respiro e di complessa costruzione poetica. Già una silloge a tema unico può spaventare il lavoro di un poeta, qui inoltre e di più, c’è la tragedia che incombe, il dolore che strazia, la visione di un’umanità che naufraga sulle sue idee e nei suoi marosi.

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Riportiamo la prefazione di Dante Maffia, il famoso poeta Dante Maffia candidato al Premio Nobel per la letteratura,  al libro:

Mi piace ricordare un gran signore della poesia contemporanea, Nelo Risi, che spesso ripeteva: «Il poeta deve essere un supremo realista». Nelle sperimentazioni esclusivamente linguistiche, tutte affidate al significante, egli vedeva dei giocolieri, della gente da circo equestre, e sorrideva. Sorrideva con amarezza davanti allo sfascio in atto e le nostre discussioni ritornavano quasi ossessivamente sulla funzione della poesia. Se ha, se deve avere una funzione, se l’ha avuta. Leggendo le poesie di Daniela Fabrizi e di Anna Manna, che affrontano un problema scottante, anzi il problema principe dei nostri giorni, quello dell’esodo, le conversazioni con Nelo Risi mi sono tornate tutte in mente. Sì, la poesia ha molte funzioni, e il poeta, se tale è davvero, deve essere un supremo realista. Ovviamente non nel senso in cui la parola era intesa dai critici quando nacque la moda della cronaca fatta romanzo o poesia, ma nel senso più ampio e universale del termine, perché solo la poesia può svelare, e Platone ce lo ha insegnato, i segreti del Divino, i progetti che stanno nel divenire umano. Io scrissi, mi si perdoni l’autocitazione, un intero libro sui clandestini, circa venti anni fa. Lina Sergi lo mise in scena nella sede del Sindacato Scrittori in Corso Vittorio Emanuele a Roma. Adesso ritorna, con la regia di Anna Teresa Eugeni, al Teatro dei Conciatori e perciò sono interessato a opere che fanno sentire una forte indignazione civile. Le due poetesse non parlano del metafisico e non si muovono nelle confessioni  personali; non cincischiano sporcando il vocabolario con casuali accostamenti. Affrontano le vicende disumane che stanno scuotendo il mondo e lo fanno con quel pathos che è il timbro di garanzia di autentiche vocazioni.

Questo il giudizio poetico di un grande della poesia. Ma l’introduzione di Lorenzo Spurio, critico letterario e poeta molto noto , si inoltra nella tematica allargando lo sguardo alle vicende storiche. 

Così il critico letterario Spurio : 

Anna Manna Clementi e Daniela Fabrizi hanno deciso di unire in un unico volume una serie di loro liriche accomunate dalla tematica civile relativa al fenomeno ormai planetario dell’immigrazione verso l’Europa vista da interi popoli che fuggono la guerra, la dittatura, la povertà e la disperazione, come un nuovo Eldorado. Le cronache degli ultimi tempi non mancano di narrarci di quanti morti ogni volta si contano nelle repliche delle tante tragedie per mare dove imbarcazioni di fortuna sovraccariche di persone stipate come animali finiscono per non reggere: il legno si incrina e il barcone si spezza, affonda nelle acque scure di un Mediterraneo indifeso che come una densa coperta ricopre i tanti lutti e fa sciabordare le onde nell’illusione di risollevare le vite assopite per sempre nei fondali. Entrambe le poetesse hanno dedicato al tema la gran parte dei componimenti inseriti in questa raccolta ma lo hanno fatto in modo assai differente (ed è questo uno dei punti di forza di questo libro). Anna Manna Clementi, che apre la raccolta con la silloge dal titolo “Esodo”, si concentra sull’elemento aquoreo ossia sul fenomeno migratorio visto nella fuga per mare verso le coste dell’Europa. L’elemento sensoriale al quale la Nostra sembra essere particolarmente legata, quasi in maniera inscindibile, è quello sonoro: Anna Manna con i suoi versi ci fa sentire con nitidezza le urla rotte, le grida lancinanti, i rumori assordanti e impetuosi, i gorghi rumorosi e affannanti del mare, descrivendoci la tragedia dei barconi che si inabissano in maniera diacronica: dal giorno dominato da un sole all’apparenza timido allo scenario notturno, cupo e privo di conforto nel migrante alle prese con l’avaria del mezzo di trasporto. Così quelle urla, quegli SOS accorati finiscono ben presto silenziati quando l’acqua, pregna di sale, occupa in maniera opprimente i polmoni dei poveri derelitti. Ciò avviene in maniera non molto diverso da ciò che la compagine europea ed internazionale fa: parla del fenomeno e si dice costernata per le tragedie impegnandosi in summit allargati per ovviare a decisioni veloci da prendere, salvo poi stanziare fondi ai paesi più coinvolti dal fenomeno lasciandoli in balia di sé stessi a gestire l’inarrestabile penosa avanzata. L’incapacità di intervento, la mancata concretezza nella gestione del dramma finiscono per mostrare un’Europa disattenta, fredda, razzista e connivente in una certa maniera con la mercanzia delle anime, con il crimine etnico. Crimine che è ancor più spietato e schifoso per il fatto che è esso stesso merce di consumo nel circuito informativo dove l’immigrazione diviene spesso tema da talkshow nel quale dire tutto e il contrario di tutto, acconsentire o dissentire, mostrarsi o accaparrarsi la simpatia di fasce della popolazione, impiegare il tema, demagogicamente, quale impegno del proprio partito in una possibile campagna elettorale. I vestiti degli sventurati si inzuppano di acqua e si fanno pesanti, l’umidità addosso infradicia le ossa, il cielo è lì, alto, come disegnato e sembra impossibile ricavarci una qualche consolazione. Le carni sono pressate, il tormento invade le menti, l’angoscia di non farcela macchia il cammino della speranza mentre i bambini piangono e leproprie madri si apprestano a dargli tutto ciò che possono, il loro latte fattosi ormai acerbo dal disprezzo nei confronti della vita. La natura ambientale che accoglie la dipartita delle anime ha assunto anch’essa gli stilemi di una depravazione morale, di un’incompatibilità con la vita dell’uomo: colpiscono le “viscide alghe”, ne percepiamo quasi la loro ignavia e al contempo la vigliaccheria, il mare, pure, sembra assumere peculiarità umane e rendersi fautore di un “ghigno spaventoso”, bestiale e malefico, privo di redenzione. Un’acqua di morte che nega il ciclo di rinascita, si fa densa e piena di propaggini, mani che non aiutano né sollevano o facilitano il galleggiamento, ma che, pesanti e dalla presa diabolica, afferrano e trascinano nei fondali più infimi. Una condizione apocalittica alla quale la Nostra contrappone il suo fiero disappunto con foga e con un dolore autentico che la conduce a vagheggiare istinti mortiferi e annullanti l’intera umanità (“se fossi forte vorrei spezzare il mondo”) per metter fine alla sperequazione della speranza tra fortunati e disperati, ed esser tutti fratelli, in un’angoscia comune che si può realmente conoscere solo se la si vive.

Se il mezzo identificativo delle poesie di Anna Manna Clementi è rappresentato da quel mare infingardo che diviene pozza mefitica di certezze e sepoltura di massa, l’altra poetessa, Daniela Fabrizi, si concentra in particolar modo sull’elemento terra. Anch’essa ci parla del fenomeno migratorio del nostro periodo storico visto, però, per mezzo delle lunghe traversate per terra, principalmente quella di siriani ed iracheni che sulle proprie gambe risalgono ampi territori, passando per la Turchia e cercando poi di immettersi nell’Europa attraverso la Grecia o, più frequentemente nelle ultime settimane, proiettandosi verso i Balcani quale meta finale per l’ingresso nei confini della Comunità Europea. Per tali ragioni Daniela Fabrizi non può non parlare del fenomeno eclatante di divisione, una sorta di nuovo muro di Berlino, che il governo del conservatore Orbán in Ungheria ha fatto costruire a salvaguardia delle proprie frontiere. Non solo viene negata l’assistenza e l’asilo al profugo di guerra ma anche il passaggio per una nazione che possa permettergli dopo settimane di duro cammino di poter entrare in Croazia e dunque in Europa. La Nostra sottolinea con particolare enfasi nelle sue liriche questa durezza dei cuori che si esplica negli elementi di chiusura, recinzione, allontanamento che non fanno altro che esacerbare differenze tra etnie, culture e società contribuendo alla segregazione di alcune e al dominio di altre: “Un certo Abele mi chiamava fratello”, scrive nella poesia “Fratello”. Il binomio di esperienze letterarie di Anna Clementi e Daniela Fabrizi in questo caleidoscopio di riflessioni amare su uno dei problemi sociali più cocenti e gravi del momento è senz’altro riuscito. In esso, meglio di qualsiasi pagina di giornale o foto di una qualche tragedia annunciata, è contenuta la sofferenza e lo scoramento di due donne che, pur appartenendo alla società civile di un mondo Occidentale, fanno propria l’esigenza della battaglia per la vita. Un esodo di dimensioni bibliche dove lo straniero viene visto come minaccia pericolosa, un esilio per nulla romantico, gravato da un desiderio impetuoso di fuga. Mentre la tv ruggisce notizie più o meno simili di barconi spezzatisi al largo del mare o di militari che sparano contro le orde migranti in uno stupido e deprecabile confine, non c’è più tempo di stare ad ascoltare. Per alcuni, per i cultori della dialettica verbosa e inconcludente forse non siamo ancora arrivati al collasso e—come dice la Fabrizi—“si sta [ancora] aspettando il boato”. Esso, però, si è già prodotto e giorno dopo giorno lo percepiamo con sofferenza nella insanabile deflagrazione dei cuori.”

 

Il responsabile della comunicazione per la poetessa Anna Manna

Alessandro Clementi 


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