IL PENE DI NAPOLEONE | Il gran bazar delle reliquie laiche

Posted on 11 luglio 2016

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pena_napoleone_reliquie_laicheIL PENE DI NAPOLEONE

Il gran bazar delle reliquie laiche

 

di Giuseppe Maggiore

BROWSABLE VERSION / VERSIONE SFOGLIABILE

 

Quando si parla di reliquie generalmente si pensa subito a quelle dei santi, custodite e venerate in appositi luoghi di culto. Ma quello delle reliquie è un fenomeno che ha una sua ben rappresentata controparte laica, magari scevra dalla solennità di riti e celebrazioni propri della religione, forse meno sfolgorante, più terrena, ma non per questo meno curiosa e affascinante. È proprio a quest’altra forma di culto, diciamo profana, che sono dedicati due saggi recentemente usciti: Teste mozze. Storie di decapitazioni, reliquie, trofei, souvenir e crani illustri di Frances Larson (Utet, 2016) e Ossa, cervelli, mummie e capelli di Antonio Castronuovo (Quodlibet, 2016). Con estrema curiosità e un pizzico di ironia, entrambi gli autori compiono un insolito viaggio nella storia, attraverso paesi e culture differenti, per mettersi a caccia di strane reliquie, ricostruendone le misteriose e a tratti rocambolesche vicende fino a giungere al giorno d’oggi.

Come recita il titolo del suo libro, l’antropologa Frances Larson si concentra in particolare su quella parte del corpo che rappresenta la sede della nostra coscienza, il nostro centro nevralgico, ossia la testa. E lo fa esaminando le molteplici forme in cui, attraverso l’atto della decapitazione, essa riveste un particolare interesse presso le varie culture. Dalle teste dei martiri cristiani a quelle dei soldati esibite come trofeo di guerra, da quelle rimpicciolite dei cacciatori tribali a quelle utilizzate per i preparati anatomici nelle facoltà di medicina; una lunga sequela di teste miracolose, teste regali, teste sacrificali, teste catalogate per scopi scientifici, e ancora teschi cosparsi di scritte, ingioiellati o racchiusi in preziosi reliquiari. Un viaggio compiuto sul filo tagliente della spada, della ghigliottina, del pugnale, dall’antichità fino a oggi, giungendo alla macabra spettacolarizzazione delle decapitazioni trasmesse in mondovisione sul web dai terroristi islamici. Sede del cervello e di almeno quattro dei cinque sensi, la testa non è stata solo il bersaglio privilegiato dei boia, ma oggetto di studio sempre al centro di un particolare interesse in ambito sia scientifico che filosofico, intorno alla domanda: davvero noi siamo la nostra testa, e la nostra testa soltanto? Tra sacro e profano, l’avvincente e multiforme racconto storico di Frances Larson non si propone di dare risposte univoche a questo antico dilemma, ma riesce certamente bene ad evocare il mistero, l’inquietudine, lo stupore che sottendono all’irresistibile potere d’attrazione che suscita in noi questo tema, in un misto di orrore e fascinazione lungo il labile confine tra la vita e la morte.

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Nel suo saggio, Antonio Castronuovo si dedica invece più specificatamente alle reliquie laiche, ossia quelle di personaggi illustri che vanno dall’ambito artistico a quello scientifico, da quello filosofico a quello politico, e qui il campionario di elementi destinati ad assolvere la funzione di reliquia si fa più ampio e sorprendente. Al pari d’un santo, anche un artista, uno scienziato, un filosofo o un grande leader politico può continuare, da morto, a esercitare il suo fascino sui posteri. Sorprende, almeno in questi casi, che ad assolvere la funzione di far memoria di loro non sia, come sarebbe auspicabile e più consono al contesto, soltanto la loro opera, il loro pensiero, ciò che hanno scritto o fatto all’interno dei loro rispettivi ambiti, ma che anch’essi si ritrovino loro malgrado ad essere oggettivizzati nella forma feticistica del macabro culto delle reliquie. Così anche i corpi o tutto ciò che è appartenuto a eccelse figure della società civile possono dar luogo a fenomeni di fanatismo tali da sfociare in atti di profanazione cadaverica, di furtive amputazioni e di sofisticati metodi di conservazione. Sorprendentemente, è proprio in ambito laico che assistiamo a un feticismo portato alle estreme conseguenze. Tutto può costituire un feticcio, poiché ogni oggetto è in sé una reliquia. Il passaggio dalla vita alla morte trasforma il personaggio in mito, ed egli non è più un soggetto ma un oggetto; qualcosa di cui appropriarsi, di cui far vanto e bella mostra. Dal simulacro scolpito nella pietra, nel marmo, nel bronzo, si passa al simulacro costituito dallo stesso cadavere, imbalsamato, plastinato, immortalato in pose erette, sedute o distese e agghindato a guisa di quando era in vita. Lì dove si dispone del corpo, questo viene trasformato in un fantoccio da esporre come attrattiva turistica a torme di curiosi visitatori. Si fa leva su quella forma di pulsione inconfessabile che ci attrae verso questi corpi esanimi, su quel misterioso e atavico richiamo che ci spinge nei territori dell’orrido, facendo tesoro di cose morte, custodendole gelosamente, e cercando di avere con esse un contatto. Questo gusto estetico dell’orrido resiste anche oggi, nonostante questa sia l’epoca in cui più ci si affanna per respingere l’idea della morte e a inseguire la chimera dell’eterna giovinezza. Accuratamente imbellettato o mostrato in tutto il suo disfacimento, il cadavere può non risultare raccapricciante e suscitare bensì fascino e ammirazione, ancor più se appartenuto a un personaggio importante. Quanto è diffuso questo macabro culto e in quali forme si esprime? Castronuovo traccia nel suo libro una galleria di personaggi famosi attraverso ciò che di essi è rimasto dopo la morte. Ne vien fuori una serie di biografie post mortem, in cui protagonista non è più il personaggio in sé ma il suo corpo (o presunto tale). Non più persona ma cosa, questo corpo (o ciò che di esso rimane) si ritrova a vivere di vita propria; compie viaggi, passando di mano in mano (come il cranio di Mozart o lo scheletro di Cartesio), diventa oggetto da collezione (come le ciocche di capelli di Beethoven), merce di scambio o bottino di guerra; si fa oggetto di studio o cavia per esperimenti scientifici (come il cervello di Carlo Giacomini o quello fatto a fette di Einstein); diventa protagonista di eventi espositivi (come il dito medio di Galileo Galilei conservato a Firenze); testimonial di una nazione o ideologia di partito (come le mummie di Lenin e di Stalin in Russia o quella di Mao Zedong in Cina), e può persino assistere a delle riunioni e esprimere il proprio voto (come nel caso della celebre autoicona del filosofo utilitarista Jeremy Bentham, conservata all’University College di Londra). Crani, cervelli, cuori, corpi, ossa, chiome, dita, brandelli di tessuti impregnati di sangue e liquidi biologici, e tanti altri impensabili oggetti, talvolta frutto di furtive profanazioni cadaveriche, sono oggi proprietà di facoltosi collezionisti, battuti all’asta da Christie’s a cifre stratosferiche o esposti in musei, facoltà, mausolei dove sono motivo di vanto e di prestigio per un’istituzione, una città o un’intera nazione. Tutto, dicevamo, può essere considerato una reliquia, ed ecco che in questo bizzarro bazar di reliquie civili ne ritroviamo tra le più insolite e curiose: c’è il capello di Maradona esposto in un’edicola votiva a Napoli, il pelo pubico di John Lennon e le unghie di Che Guevara custoditi al Museo de Vestigios Insolitos di Barcellona, o il cuore di Chopin conservato sotto alcol a Varsavia, solo per fare alcuni esempi. Questi elementi, oltre a diventare oggetto di culto e di ammirazione, possono talvolta rivelare dettagli curiosi sulla persona a cui appartenevano.

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Si veda il caso del pene di Napoleone Bonaparte, asportato all’indomani della morte dal dottor Francesco Antommarchi mentre eseguiva l’autopsia. L’illustre imperatore francese sarà pur stato un grande amatore ma non era certo dotato di “grandi attrezzi” a giudicare da ciò che viene custodito come il suo fallo, le cui misure potranno finalmente sollevare molti uomini dalla grande ossessione per le dimensioni del proprio pene. Venduto all’asta da Christie’s a Londra nel 1969, il prezioso fallo imperiale venne successivamente acquistato a caro prezzo dall’urologo John Lattimer e portato a New York, dove si trova ancora oggi. Proprio Lattimer, da esperto urologo qual era, si dedicò con perizia alla misurazione del pene napoleonico, concludendo che le sue misure fossero di soli 4,5 cm in fase di riposo e che in erezione potesse raggiungere una lunghezza massima di 6,5 cm. Si direbbe proprio un vero smacco alla grandezza di Bonaparte, e in proposito aggiungiamo un termine di raffronto proprio con un altro illustre membro fallico, ovvero quello del mistico russo Rasputin (consigliere dell’ultimo zar di Russia) del quale, per l’appunto, è rimasto solo il pene: l’eccezionale reliquia fa bella mostra di sé con i suoi ben 30 cm di lunghezza al museo erotico di San Pietroburgo. Al di là delle dimensioni, dell’autenticità o meno di alcune di esse, e di tutte le considerazioni che se ne possano trarre non senza suscitare una certa nota di ilarità, i casi citati sono solo un assaggio di quel variegato mondo che ruota attorno al culto delle reliquie, e di quelle laiche in particolare. Dalle prime forme di imbalsamazione operate dagli antichi egizi alle più recenti tecniche di plastinazione eseguite da Gunther von Hagens, passando, nel XVIII secolo, per le Macchine anatomiche di Raimondo di Sangro, la storia del corpo in rapporto alla morte è la storia di un’umanità costantemente protesa verso il sogno di eternità cui ciascuno aspira e dell’antica battaglia che da sempre si gioca tra la vita e la morte. La vivacità e l’interesse che animano questa particolare espressione di culto possono richiamarci a molte altre implicazioni di ordine spirituale, sociale, politico e culturale. L’attitudine a circondarci di cose morte e inanimate, di idolatrarle e venerarle, nonché le modalità di approccio e interazione con esse, sembrano, in ultima analisi, riportarci anche a quella tendenza animistica di quand’eravamo bambini, a quella capacità cioè di vedere negli oggetti qualità che essi di fatto non hanno, e che ci portiamo dentro anche da adulti.

Giuseppe Maggiore

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Cover Amedit n. 26 – Marzo 2016 “Sacré Cœur” di Iano, 2016

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 27 – Giugno 2016.

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