LA SANTA È SERVITA | Madre Teresa di Calcutta e il business della povertà

Posted on 9 luglio 2016

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LA SANTA È SERVITA

Madre Teresa di Calcutta e il business della povertà

di Giuseppe Maggiore

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La Chiesa Cattolica si appresta a santificare una donna da molti considerata già santa quando era ancora in vita. Si tratta di Madre Teresa di Calcutta, la suora albanese nota in tutto il mondo per le sue opere di carità al servizio dei poveri. Papa Bergoglio celebrerà la canonizzazione il 4 settembre 2016, nel contesto dell’Anno Giubilare della Misericordia. Sulla santità della missionaria di Calcutta non sembrano esserci dubbi, anzi, lei sembra rientrare tra quei pochi casi in cui santi lo si diventa a furor di popolo, secondo il vecchio detto Vox populi,vox Dei. In vita Teresa ha goduto d’una straordinaria popolarità, anche grazie a un’esposizione mediatica che ne ha fatto un’icona del XX secolo. Ma chi era veramente? E sulla sua santità c’è davvero unanime consenso? Come vedremo, attorno alla sua figura si addensano tante luci, ma anche tante ombre.

Anjezë Gonxhe Bojaxhiu, questo il suo vero nome, nasce il 26 agosto del 1910 a Skopje, in Macedonia, da genitori albanesi benestanti. La sua esperienza religiosa inizia all’età di diciotto anni, quando prende i voti presso le Suore di Loreto dedite ad attività missionarie in India; di lì a poco si stabilisce a Calcutta, ed è proprio qui, a contatto con l’estrema povertà delle migliaia di persone che vivono nelle baraccopoli, che ritiene sia avvenuta la sua vera “chiamata” e dove meglio definisce l’indirizzo della sua missione. Nel 1950 decide di fondare una propria congregazione, che chiama Missionarie della carità, il cui scopo sarà quello di prendersi cura dei poveri e dei moribondi. Sceglie come abito un semplice sari bianco a strisce azzurre, simbolo di mestizia. I suoi passi si muovono lungo le zone più degradate delle città, tra uomini e donne che recano addosso i segni più degradanti della miseria e della sofferenza, e tra i tanti bambini orfani o gettati via come rifiuti tra i rifiuti. Questo popolo di affamati, storpi e moribondi diventa la famiglia di Teresa. Il candido sari che veste brilla tra quei brandelli di umanità che a stento si riesce a distinguere dal fango e dai rigagnoli di liquami a cielo aperto; tutt’intorno è odore di morte che esala dalla carne divorata dagli insetti e dal morbo della lebbra. Teresa raccoglie questi relitti umani, li porta con sé, dà ad essi un rifugio, li lava, li nutre. Ma le case in cui li ospita non sono tuttavia degli ospedali, curarne i mali fisici non rientra tra le sue competenze. Un sorriso, una carezza su quelle membra rese ripugnanti dalle piaghe purulente, in questo consiste la sua cura. Un contatto fisico che in qualche modo restituisce a quei corpi il valore di esistere e di possedere ancora un barlume d’umana dignità. Lavati, nutriti, accarezzati, accompagnati con le preghiere fino alla morte. Questo è il servizio che Teresa e le sue suore offrono, questo è il loro atto di carità. La congregazione riceve fin da subito il pieno appoggio della Chiesa; Teresa gode dell’amicizia e della stima, prima di Paolo VI, che dà notevole impulso all’espansione delle Missionarie oltre i confini dell’India, e dopo di Giovanni Paolo II, che più volte si reca in visita alle strutture di accoglienza, manifestando tutta la sua ammirazione. Ma la congregazione non deve la sua fortuna solo alla benevolenza della Chiesa; nel corso della sua vita Teresa compie molti viaggi in giro per il mondo, entrando in contatto con alcune tra le più ricche e influenti personalità. Ogni suo viaggio – puntualmente intercettato e immortalato dai media – ha sempre un tono ufficiale, ovunque le sono riservati onori istituzionali e viene accolta come una celebrità. Amata e riverita dai potenti di tutto il mondo, viene inondata di premi e riconoscimenti (tra cui il Nobel per la pace nel 1979), ma riceve anche ingenti donazioni di denaro per finanziare le sue missioni (nel frattempo diventate ben 517 sparse in oltre cento paesi). Muore nel 1997 all’età di 87 anni. Ai suoi funerali, trasmessi in mondovisione, sono presenti capi di stato, teste coronate e vip provenienti da tutto il mondo. Per l’occasione le strade di Calcutta sono state recintate con alte barricate, al fine di consentire il passaggio dell’imponente corteo funebre. Oltre quelle barricate, tenuta a debita distanza, sta quella gente di cui lei s’era circondata, stanno i poveri, quegli scarti d’umanità che Teresa non è riuscita a curare nella carne, a risollevare dalla miseria, né tanto meno a fargli guadagnare un posto dignitoso nella società.

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Nel 2003, ad appena sei anni dalla morte, Giovanni Paolo II la proclama beata. È proprio in quest’occasione che da più parti si levano voci fuori dal coro, gettando non poche ombre su di lei. Si tratta di giornalisti, medici, testimoni diretti, e tra questi ci sono anche ex infermiere e missionarie che hanno prestato servizio nelle strutture della congregazione. Dalla giornalista Linda Polman, col suo libro inchiesta L’industria della solidarietà, a Cristopher Hitchens, autore del celebre La posizione della missionaria, dallo scrittore indiano Aroup Chatterjee con Madre Teresa: il verdetto definitivo, a Alan Drew con il suo libro Nel giardino d’acqua; ma anche ricercatori dell’Università di Montreal (Serge Larivée, Geneviève Chénard e Carole Sénéchal) e diverse riviste mediche, tra cui “The Lancet” e “British Medical Jornual”, solo per fare alcuni nomi. La storia che ci raccontano queste voci presenta una Teresa ben lontana da quell’esemplare icona di santità descritta dai racconti agiografici, molto più legata alle cose terrene che a quelle del cielo. Colei che si definiva “una piccola matita nelle mani di Dio” e che raccomandava di essere generosi con discrezione, di agire nel silenzio e di non cercare azioni spettacolari, ha fatto della sua opera la spettacolarizzazione della povertà, abilissima con i media, sempre ben disposta a lasciarsi riprendere dalle telecamere e a posare guardando fisso l’obiettivo in pose che l’hanno immortalata come l’amorevole madre soccorritrice dei poveri. Teresa viaggiava, viaggiava molto, con voli di prima classe che la trasportavano da un estremo all’altro del pianeta; teneva discorsi pubblici, riceveva onori e sedeva alle tavole di ricchi e potenti di mezzo mondo. Ambasciatrice di quei poveri di cui si era fatta servitrice? O leader di una multinazionale che della povertà aveva fatto il proprio business? Questi viaggi mostravano spesso la mite suorina a fianco delle forze politiche più conservatrici e oscurantiste, militante in agguerrite campagne contro l’aborto, il divorzio e il controllo delle nascite,  contro l’AIDS e, contemporaneamente, contro l’uso dei preservativi, rivelando così il suo pensiero perfettamente in linea col più rigido fondamentalismo cattolico. Ma questi viaggi servivano anche alla raccolta fondi per le proprie missioni. Centinaia di milioni di dollari di varia provenienza e mai rendicontati, che non venivano depositati nelle banche dell’India (dove il governo obbliga alla pubblica divulgazione) ma in vari conti personali e in parte fatti confluire nelle casse vaticane. Denaro di cui i poveri non beneficiavano affatto, né tanto meno veniva utilizzato per i fabbisogni delle strutture (i cui costi erano oltretutto sostenuti dai governi locali). Teresa raccomandava sempre alle sue suore di andare in giro ostentando povertà, e se da una parte vietava loro l’utilizzo di quel denaro per qualsiasi cosa potesse servire a dare sollievo ai poveri ammalati, dall’altro le spingeva a chiedere in continuazione donazioni, cibo e prestazioni gratuite di vario genere ai commercianti del luogo. Ingenti somme di denaro elargite anche da personaggi discutibili con i quali ha intrattenuto legami di amicizia (come l’ex dittatore di Haiti, Jean-Claude Duvalier, o il dittatore albanese Enver Hoxha); denaro sporco (come quello ricevuto da Charles Keating, condannato per truffa ai danni del fondo Lincoln Savings and Loans): al processo contro quest’ultimo, Teresa prese le sue difese, scrivendo un’accorata lettera al procuratore; questi esortò la suora a restituire il denaro ricevuto, in quanto si trattava di soldi rubati a onesti lavoratori, ma lei fece orecchie da mercante. Quante strutture dignitose, quanti ospedali all’avanguardia si sarebbero potuti realizzare, quante più idonee e dignitose condizioni si sarebbero potute garantire a quei poveri disgraziati di cui si era presa carico? Tanta ricchezza utilizzata per fondare nuovi conventi e fare cassa per non si sa quali altri fini.

Intanto, nelle case d’accoglienza cui diede vita, venivano stipate centinaia di persone in condizioni igienico-sanitarie pressoché nulle; persone senza più nemmeno un nome, viste e trattate non in quanto individui dotati di una propria soggettività ma solo in quanto poveri. Un’indistinta e impersonale massa di corpi raccolti in stanzoni umidi, freddi, disadorni e privi d’ogni più elementare comfort; corpi privi di un’adeguata alimentazione, lasciati come larve a vegetare su brandine allineate l’una accanto all’altra in attesa della morte. Già, perché quelle erano in effetti solo case per moribondi, non si era lì per ricevere cure appropriate e tornare a vivere un’esistenza dignitosa, ma solo per attraversare l’ultimo stadio prima di morire. Nessun sollievo in questi templi della sofferenza; nessun antidolorifico per lenire gli atroci tormenti, nessuna diagnosi competente né ricovero in ospedale per tante malattie che si sarebbero potute curare, e poche siringhe più volte riutilizzate su persone diverse. Tutto ciò solo per compiacere Cristo.

“C’è qualcosa di meraviglioso – diceva Teresa – nel vedere i poveri accettare la propria sorte, sopportandola come se si trattasse della Passione di Cristo. Il mondo ha parecchio da guadagnare dalla loro sofferenza”. E perché allora la zelante suora non offriva a Cristo la propria sofferenza? Perché quando era lei a star male si curava nelle più esclusive cliniche americane? Quale logica sottende nell’appropriarsi della sofferenza altrui per farne dono a Dio? Più che dei poveri, Madre Teresa sembrava innamorata della povertà in sé. Più della loro vita sembrava avesse a cuore la loro morte offerta in sacrificio a Dio. Una morte che doveva essere santificata non solo dalla più atroce sofferenza, sopportata con rassegnazione, ma anche dalla conversione al cristianesimo. Conversioni forzate, un sistematico proselitismo esercitato su persone inermi e vulnerabili, battesimi impartiti in punto di morte senza alcun consenso. Sta forse in questa moltitudine di anime guadagnate al cristianesimo con la coercizione, la santità di Madre Teresa? O piuttosto in quell’immagine edulcorata che di lei si vuol dare, frutto di una ben riuscita campagna mediatica messa in atto dalla Chiesa?

Teresa, ancora un mito che si sostituisce alla storia; Teresa la star, Teresa la santa.

Giuseppe Maggiore

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Cover Amedit n. 26 – Marzo 2016 “Sacré Cœur” di Iano, 2016

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 27 – Giugno 2016.

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