FIGLI DELL’ETNA | Come la terra | Un romanzo di Sergio Mangiameli

Posted on 3 luglio 2016

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sergio_mangiameli_come_la_terra_maoriFIGLI DELL’ETNA

Come la terra | Un romanzo di Sergio Mangiameli  (VME, 2016)

di Leone Maria Anselmi

BROWSABLE VERSION / VERSIONE SFOGLIABILE

Tra un prima e un dopo c’è sempre un tempo presente, il solo tempo che la natura conosca. Entrare in sintonia con questo tempo, sganciandosi dall’effimero di certa contingenza, significa acquisire consapevolezza, sentirsi un tutt’uno con il mondo circostante. Come la terra (VME, 2016) è la storia di un bisogno profondo che si fa riappropriazione. Sergio Mangiameli – geologo, interprete naturalistico, giornalista di ambiente e scrittore – in questo romanzo ha inteso indagare il legame viscerale e misterioso che fin dalla notte dei tempi l’uomo ha intrecciato con la sua terra, luogo dell’origine e del congedo. L’Etna, dove è ambientata la storia, assume qui una forte valenza simbolica; dalle pendici fin su alla temibile bocca del cratere i due protagonisti sono chiamati a compiere una sorta di escursione iniziatica, una salita impervia e pericolosa che gradualmente li condurrà a una consapevolezza più profonda, a uno sguardo sincero, e a tratti disincantato, dentro loro stessi. L’Etna è la terra, il percorso, ma anche il passaggio obbligato. È un processo di riappropriazione, un ritorno all’origine. Andrea, un agente di commercio residente nel Nord Italia, avverte per la prima volta questo richiamo nel corso di un breve viaggio in Sicilia. Percepisce che nell’aria c’è qualcosa di diverso, che forse non si trova lì per caso, e che un cambiamento profondo è già in atto dentro di lui. Sente incombere qualcosa, dall’alto e dal basso, una forza che esala dalle viscere della Terra e che, al contempo, preme anche dal cielo, un cielo gravido e presago. Tracce di quest’energia misteriosa le riscontra fin dal primo istante: l’impatto è quello con una Catania in equilibrio «tra l’abisso e la resurrezione. Tra il bacio e il coltello. Tra la fine e la rinascita. Uomini figli di una terra che cambia velocemente, mai uguale a se stessa, che genera e dà morte in un tempo uguale a quello dei suoi stessi figli.» Quel che all’inizio è solo una vibrazione, sconosciuta e insieme familiare, pian piano poi guadagna struttura, consistenza.

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Due forze agiscono prepotentemente e all’unisono su quest’uomo: una è Monica, la guida turistica che lo conduce sulle cime dell’Etna, e l’altra è l’Etna stesso, il vulcano o la Montagna, come lo chiamano i siciliani. Andrea ha una moglie e dei figli, una vita già consolidata, ma durante l’escursione con Monica rimette tutto in discussione; quella donna dura, taciturna, enigmatica lo attrae come nessun’altra donna prima di allora, e ad impadronirsi di lui è un sentimento primitivo, primordiale, atavico. Monica domina l’Etna, conosce ogni suo sentiero, ogni ansa, ogni sciara, ogni ferita; si muove scaltra lungo le sue pendici, tra i boschi, i fumi, le nebbie, le piogge di cenere; sa riconoscere i segnali del cielo, gli orari giusti per salire e ridiscendere, sa fin dove ci si può spingere e dove ci si deve fermare: Monica è l’Etna, ne incarna perfettamente quella placida volubilità, ne ricalca certi silenzi e certe improvvise impennate, gli abissi e le vertigini, la fierezza e il mistero. Andrea prima la segue, da turista, poi la insegue, da innamorato. All’escursione del primo incontro seguirà, sette anni dopo, l’incursione del secondo incontro, quello decisivo. A distanza il potere attrattivo calamitante di Monica-Etna è come centuplicato, e Andrea realizza che deve tornare lì, che deve trasferirsi lì in pianta stabile, accanto alla donna che ama e su quella terra antica che a ogni colata lavica si rigenera in terra nuova, in tempo presente. «In Montagna si va per perdere il senso del tempo comune e ritrovarne un altro, proprio.» È accanto a Monica che Andrea realizza di voler invecchiare e morire: insieme a lei ritornerà alla terra, si fonderà ad essa, vi sprofonderà per poi riemergere sotto una sembianza nuova. Sul mare nero di basalto, solidificato ma sempre pronto a riconvertirsi in materia viva incandescente, Andrea decide di fissare il suo Rifugio. Monica lo accoglie e, vincendo l’ultima reticenza, gli rivela il perché profondo di quella sua durezza, del perché non si è mai voluta allontanare dall’Etna, neanche per un solo giorno; lo conduce sul Monte Zoccolaro, un antico dente proteso sulla Valle del Bove e «quando è certa di avere tutta la sua attenzione, spara la fucilata: “Mio padre ha fatto il volo. Da qui.”» Il suicidio del padre non lo ha mai elaborato fino in fondo, se l’è tenuto dentro come si trattiene un senso di colpa, un rimorso senza spiragli d’espiazione. È Andrea a riaprire quella ferita, una ferita grondante lava e lacrime, ben consapevole che il dolore per potersi estinguere deve prima eruttare, buttar fuori, liberarsi. Il legame tra Monica e il vulcano è simbiotico, è quello tra una bambina e suo padre, una bambina che non ha mai smesso di cercare suo padre (un padre per certi versi ora ritornato attraverso la figura rassicurante di Andrea). Ci penserà poi il tempo a ricoprire tutto con una nuova colata. Monica negli anni a seguire verrà purtroppo obnubilata dalle nebbie dell’Alzheimer, ma Andrea non l’abbandonerà, resterà al suo fianco fino alla fine. È il respiro della Terra a non mutare mai, nel tempo presente dell’eterna rigenerazione.

Leone Maria Anselmi


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Cover Amedit n. 26 – Marzo 2016 “Sacré Cœur” di Iano, 2016

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 27 – Giugno 2016.

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