LE PAROLE DANNEGGIATE | Voglio potermi arrabbiare | Un romanzo di Chiara Briani

Posted on 2 luglio 2016

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chiara_briani_voglio_potermi_arrabbiare (1)LE PAROLE DANNEGGIATE

Voglio potermi arrabbiare | Un romanzo di Chiara Briani  (Alter Ego, 2016)

di Leone Maria Anselmi

BROWSABLE VERSION / VERSIONE SFOGLIABILE

 

chiara_briani_voglio_potermi_arrabbiare (2)Quando la malattia irrompe dalla porta principale la si può solo ricevere, incamerare, accogliere passivamente, e in molti casi l’incontro è devastante; la grande intrusa, in tanti anni di ligio mestiere, ha affinato ogni mezzo per insinuarsi nella vita delle persone e per rimanervici avvinghiata il più possibile. Più subdola quando, non accontentandosi del corpo, va a intromettersi nella mente, nell’intimo di quella stanza cerebrale dove i pensieri e le emozioni si intrattengono con le parole. Il romanzo Voglio potermi arrabbiare (Alter Ego, 2016) – prima pubblicazione di Chiara Briani, neurologa presso il Dipartimento di Neuroscienze dell’università di Padova – non racconta la storia di una malattia, ma ripercorre quella di una guarigione. Da un lato il medico (che non è mai solo un medico, ma un individuo con il suo vissuto interiore, i suoi conflitti, le sue fragilità) e dall’altro il paziente (impaziente di ritornare alla vita di sempre). «È un terremoto, la faglia che creiamo noi medici nella vita dei pazienti ogni volta che facciamo una diagnosi. Che è una sentenza, sempre e comunque. Non ci sono scale di gravità. Per ciascuno il proprio male è tutto il male del mondo, il peggio possibile.» In perfetto equilibrio tra la sua professione di neurologa e quella di scrittrice, Chiara Briani – con una scrittura ispirata e partecipe, capace di mediare efficacemente tra certi tecnicismi del linguaggio medico (qui più che mai funzionali all’economia del racconto) e il linguaggio più propriamente letterario – ripercorre la via crucis di Giovanni, un imprenditore cinquantenne colpito improvvisamente da un ictus cerebrale.

Dall’oggi al domani, nel bel mezzo di una vita serenamente divisa tra gli affetti familiari e la carriera, tra la passione per Ornella (la nuova compagna) e l’amore incondizionato verso Chiara (la figlia sedicenne che ama sopra ogni altra cosa), Giovanni si ritrova letteralmente senza parole, senza la possibilità di usare le parole per esprimersi e comunicare. L’ictus ha generato quella che in gergo medico si chiama afasia motoria, una condizione particolarmente odiosa in cui si mantengono integre tutte le capacità cognitive e funzionali per creare le parole, ma viene a mancare l’input, che vanifica ogni strenuo tentativo di articolazione verbale e di comunicazione. Steso su un letto d’ospedale, semiparalizzato, Giovanni riesce solo ad annuire con piccoli movimenti del capo e a disegnare qualche segno con la mano sinistra. «È un altro. Diverso, disfatto, trasformato in quel suo essere lo status ante di un cadavere, ombra dell’uomo che è stato e interprete inquietante del fantasma che potrebbe diventare.» Sopraffatto dall’impotenza e dalla vergogna Giovanni, con mille sforzi, fa capire di non volersi far vedere da sua figlia in quelle condizioni, e questo suo desiderio viene prontamente esaudito. A prendersi subito cura di lui c’è Chiara (un’altra Chiara), una neurologa che prende particolarmente a cuore il suo caso; in Giovanni, in quest’uomo tacitato dalla malattia, Chiara rivede i tratti di suo padre, quel padre che anni addietro non era riuscita a salvare per «quei cinque maledetti minuti di ritardo.»

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In Giovanni, in quest’uomo reso inerte dalla malattia, la neurologa rivede «lo spettro di una morte che si poteva evitare». Comincia qui un percorso di riappropriazione, il superamento di un senso di colpa altrimenti difficile da rimuovere: ricucendo una a una le parole di Giovanni, rimettendo insieme i versi, Chiara si riavvicina alla figura di suo padre, ed è un viaggio a ritroso, un ritorno a quel principio che coincide emblematicamente con il Verbo. Grazie alle cure di Chiara e a quelle di una logopedista l’uomo riconquista man mano la sua tavolozza verbale, prima partendo da semplici stentati vocalizzi e poi articolando parole e frasi compiute. Le parole danneggiate riprendono lentamente forma, tono, sostanza. Una guarigione lenta, sofferta, più volte interrotta da fasi di sconforto. Sullo sfondo una camera d’ospedale dove s’intrecciano altre storie di malattia e di guarigione. Tra Chiara (la neurologa) e Chiara (la figlia di Giovanni) c’è la figura del padre, quello che non si è salvato in tempo e quello che forse si salverà, un padre che, per entrambe, si ricompone come in un gioco di specchi. A scrivere la storia, a ripercorrerla dall’inizio alla fine in prima persona è la neurologa, ma al contempo anche Guido, un promettente specializzando deciso ad abbandonare gli studi di medicina per amore verso la letteratura. Le parole possono essere ricucite, ci dice Chiara Briani consegnandoci questa storia potente, pregnante, una storia fatta di silenzi che urlano, di dialoghi interrotti e poi ripresi, di quel non detto che è proprio di ogni comunicazione.

Leone Maria Anselmi


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Cover Amedit n. 26 – Marzo 2016 “Sacré Cœur” di Iano, 2016

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 27 – Giugno 2016.

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