I FLUSSI MORTI | Un dramma di Francesco Sani

Posted on 28 giugno 2016

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i_flussi_morti_francesco_sani (1)I FLUSSI MORTI

Un dramma di Francesco Sani   (Ibiskos Editrice, 2016)

 

di Leone Maria Anselmi

BROWSABLE VERSION / VERSIONE SFOGLIABILE

i_flussi_morti_francesco_sani (2)Nella pièce teatrale I flussi morti Francesco Sani condensa, in un suggestivo amalgama di taglio crepuscolare, fantasie sceniche liberamente desunte da fiabe, ballate e racconti appartenenti a un frangente storico compreso grossomodo tra il 1782 e il 1857. Sani attinge dalla ballata di Goethe Il re degli elfi (1782), dal racconto di E.T.A. Hoffmann Il poeta e il compositore (1813) e dalle fiabe dei Fratelli Grimm, tra cui Tremotino (1812, seconda versione 1857). Le singole storie, ammantate d’atmosfere vespertine, sono chiamate a comporre una pièce gotico-romantica in cinque atti, scandita da forti contrasti tra luce e ombra, tra amore e morte, dove protagonista è in primo luogo una scrittura colta e ponderata, mossa da una genuina ispirazione. «Scivolando da una scogliera di nevrosi devo vedere flussi morti marciare al largo verso un mare dove io non so nuotare…»

Nel primo atto il ricco Capio (sollecitato dalla sua coscienza) prima di tirar le cuoia devolve tutte le sue ricchezze al povero Hans, nella speranza di guadagnarsi la miglior vita, e in cambio chiede all’incredulo erede di vegliare per tre notti sulla sua tomba. Al cimitero, terminata la terza notte di veglia, Hans si imbatte in Fredo, un soldato in congedo. Mentre i due fanno amicizia, accanto alla tomba di Capio compare il Demonio. «Sei qui per lui?» gli domanda Hans. Il Demonio indugia volentieri, sicuro com’è di svoltarla sempre sulla dabbenaggine degli uomini. Ecco che si fa avanti Fredo: «La vuoi per forza la sua anima?» e nel mostrargli uno stivale aggiunge «Riempilo di monete d’oro e il vecchio è tuo.» Si tratta di uno stivale bucato, ma il Demonio non lo sa. Il patto è stretto. Il Demonio, gabbato dalla scaltrezza di Fredo, dopo aver riempito e riempito invano lo stivale si allontana con la coda tra le gambe. Il racconto presenta forti analogie con Il diavolo e l’architetto (1841) di Alexandre Dumas.

Nel secondo atto il contadino Linguamozza si fa bello davanti al re Pocoro, vantandosi di avere una figlia capace di tessere la paglia in oro. Il re vuole vedere il prodigio con i suoi occhi e, mosso dalla proverbiale avidità di tutti i re, intima a Linguamozza di portare la figlia al castello. Al cospetto della bella Aurora il re esclama: «Ragazza devi filare la paglia ammassata in una delle stanze del mio castello: filarla in oro. Nel caso che tu non ci riesca farò filare per te un sudario fatto con i tuoi stessi capelli…» Aurora è perduta, maledice la lingua del padre e la sua triste sorte, ma proprio quando crede sia tutto perduto ecco comparirle dinanzi un nano prodigioso. Sarà lui a tessere la paglia in oro, lui a salvarle la vita e a renderla la sposa del re, ma in cambio chiede il suo primogenito. Aurora accetta. Tutto si compie secondo la profezia del nano. Al momento però di consegnare il neonato Aurora, mossa da amor materno, chiede al nano un margine di trattativa. Questi, divertito, le concede tre giorni di proroga: se indovinerà il suo nome l’accordo verrà stralciato e il piccolo principe resterà negli agi del castello. Grazie alla soffiata di una guardia Aurora riesce a trovare quello giusto: Tremotino. Ecco gabbato anche il nano. Per punizione Aurora lo fa impiccare per le budella.

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Nel terzo atto l’amore assoluto di Solèo per la principessa Luna – l’amore romantico e sublime capace di incorporare il nobile sacrificio della morte – si rivelerà drammaticamente malriposto. Il mostruoso tradimento di Luna getta Solèo nel dolore più nero. «…E questo è il tradimento, questo lo schifo che strangola ogni voce pietosa verso il mondo e verso gli uomini. E adesso vorrei veramente essere un pazzo: un demente senza coscienza di nulla…» Il quarto atto ha per scena un bosco, una temibile ombra blu profonda, con guizzi di turchese e grigio. Susro, agito da un’oscura premonizione, chiede al padre Doetto di interrompere la traversata, di tornare indietro. Lo scongiura con tutto se stesso, ma il padre è più che mai deciso a proseguire. Susro muore «alla maniera in cui una foglia cade in un fiume (…) planando, dolcemente, senza rumore, inghiottita da… flussi morti.» Nel quinto atto, quello finale, il musicista Ludwig e il poeta Friederich si incontrano in un’osteria (mentre fuori infuriano il caos e la guerra). I due si imbarcano, travolti dai flussi delle rispettive esperienze in seno alla vita e all’arte, in una lunga dissertazione sulla natura dell’opera romantica. È la voce dell’Oste a risuonare per ultima, sorta di figura mediana tra la vita e la morte, la luce e il buio, il flusso vitale (impetuoso e vivo) e quello mortifero, stagnante.

«…Ogni nostra convinzione è soltanto la sgualdrina del nostro umore (…) Io allora chi sono, se non il servo di me stesso? E chi è me stesso se non il riflesso scomposto di tante ombre intraviste non so dove?» Lo scorrere – del sé, dolcemente travolto dal tutto, destinato a convogliarsi nel gorgo del divenire sempiterno – è meraviglioso; c’è irrorazione, sebbene tutto si risolva «in flussi morti». La presentazione del libro, curata dal regista teatrale Piergiorgio Pietroni, si è tenuta in anteprima l’8 maggio presso la Biblioteca comunale Mozzi Borgetti di Macerata, all’interno della rassegna culturale “Macerata Racconta”. I flussi morti, prima pubblicazione del giovanissimo Francesco Sani (nativo di Vigevano ma maceratese d’adozione), è edito da Ibiskos nella collana “Scritture verticali”.

Leone Maria Anselmi


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Cover Amedit n. 26 – Marzo 2016 “Sacré Cœur” di Iano, 2016

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 27 – Giugno 2016.

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