MAN AT WORK | Works | Il nuovo libro di Vitaliano Trevisan

Posted on 27 giugno 2016

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MAN AT WORK

Works | Il nuovo libro di Vitaliano Trevisan

di Marco Cavalli

BROWSABLE VERSION / VERSIONE SFOGLIABILE

 

Si intitola Works il nuovo libro di Vitaliano Trevisan. Non jobs, proprio works nel senso sia di “lavori” sia di “opere” realizzate grazie a quei lavori e nonostante quei lavori, nel novero dei quali Trevisan include i testi da lui scritti. Perché Works, tra le altre cose, è un romanzo su come si può diventare scrittori nascendo nel Nordest italiano e in particolare in Veneto. Dettaglio tutt’altro che secondario, visto che il libro – rievocazione meticolosa di una storia lavorativa durata un quarto di secolo e iniziata a quindici anni – si interrompe proprio quando il narratore-protagonista si vede ufficialmente insignire della qualifica professionale di “scrittore”. Mestiere che, stando a Works, si pratica di massima lontano da penna e carta, indaffarati in altro, e che sembra consistere in gran parte nella rivelazione graduale che il suddetto “altro”, cioè il lavoro obbligatorio, quello che si compie per dovere di sopravvivenza, costituisce il fondamento di ogni scrittura anche non incentrata sul lavoro. La necessità di lavorare costringe a tenere in vita la scrittura fino a fare di essa una necessità supplementare, un lavoro straordinario.

Ma la conversione della scrittura in mestiere con annesse prospettive di carriera non rischia di essere l’epilogo beffardo di una biografia di lavoratore che Trevisan definisce “una lunga successione di false partenze, di strade imboccate senza sapere bene perché, e tutte presto o tardi lasciate”? La domanda non è oziosa, specie se a porsela è un nativo di Sandrigo (Vicenza) cresciuto all’insegna di una mistica del lavoro famosa per essere il contrassegno di provenienza e il vanto di una identità collettiva, geopolitica.

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Trevisan mostra di conoscere benissimo il rapporto viscerale che il lavoratore veneto ha con l’ambiente, il territorio, i dintorni, “tre concetti sui quali sarebbe bene fare chiarezza”. Nel libro le strade della città di Vicenza, la periferia urbana, le zone industriali, non sono una scenografia, non hanno la convenzionalità delle location cinematografiche. Trasudano un che di organico, formano la rete di vene nelle quali il narratore sente circolare o stagnare il suo stesso sangue. I veneti si specchiano nel loro paesaggio di riferimento e vi si riconoscono in misura proporzionale a quanto l’hanno sconvolto o alterato in meglio. Spesso, l’orgoglio di aver reso più ricco e funzionale il territorio non è che l’altra faccia della vergogna di averlo sfigurato. Così Trevisan, ricostruendo il periodo in cui lavorò come geometra in un piccolo studio di progettazione: “Quel palazzetto in centro storico fu il mio primo. Vi lasciai anche un segno, un’altra di quelle piccole opere di periferia che ogni tanto incontro camminando, intendo al presente, e sempre, incontrandole, mi dico: To’! ma guarda, quello l’ho disegnato io, e sempre un po’ me ne vergogno. E quell’orribile portoncino d’ingresso in ferro e vetro antisfondamento mi fa decisamente vergognare ogni volta che lo vedo. Non mi sembra possibile averlo disegnato, averlo addirittura pensato! […] Strano però, perché se invece mi imbatto in qualcosa che ho fatto, nel senso di fatto con le mani, come una grondaia, o un pluviale per esempio, allora non provo nessuna vergogna: sono solo orgoglioso […]. Però cazzo!: sapevo tagliare, piegare, innestare, saldare il rame, e in definitiva sapevo fare qualcosa di utile con le mie mani; e sapevo farlo anche bene, visto che dopo vent’anni quello snodo, quella grondaia, quel pluviale è ancora lì che funziona”.

Di qui il legame simbiotico e nevrotico con il contesto, a cominciare dagli spazi di lavoro incongrui rispetto alle mansioni e all’organico, in particolare gli uffici e i magazzini, oggetto di prolungate ruminazioni da parte del narratore. A volte queste descrizioni-elucubrazioni sono di una visionarietà che definire grottesca è poco e definire veneta è forse troppo. La descrizione della strada statale Vicenza-Verona, la “Double s 11”, fa pensare a uno di quei paesaggi di Bosch metà reali e metà inventati, con la differenza che nel quadro di Trevisan la metà allucinatoria della visione sembra reale e la metà reale l’invenzione di un artista psicotico. La statale 11 è una sintesi dell’economia italiana con la sua sovrapposizione di sommerso e pubblico. È un corridoio viabilistico e un bordello en plein air “a sviluppo lineare, nostro in quanto eccellenza veneta e vicentina in particolare”. Osservandone le caratteristiche, il narratore recrimina sul fatto che “come al solito, noi veneti, e vicentini in particolare, siamo senz’altro capaci di fare, sia in qualità che in quantità, ma non siamo capaci di venderci”, e fantastica sulle verosimili opportunità di impiego e di mercato che creerebbe una razionalizzazione del traffico sessuale lungo la statale, la sua riconversione in “distretto a luci rosse della metropoli Nordest”. Anche la chiesa diroccata di Brendola, detta l’Incompiuta, gli ispira una fantasia particolareggiata e plausibilissima di sfruttamento commerciale. L’effetto grottesco è dovuto alla sensatezza del progetto, non alla sua assurdità. C’è qualcosa di spropositato in un furore iconoclasta che si esprime in termini di riqualificazione. Preso alla lettera e portato agli estremi, il mantra degli artigiani veneti, “Tuto se poe fare” (che ricorda il “Si può fare tutto” di Celestino Lometto in Vita standard di un venditore provvisorio di collant, di Aldo Busi, 1985, epico romanzo sui falsi splendori e sulle servitù del lavoro in Italia), sfocia in un sentimento di onnipotenza che alla lunga sospinge verso il naufragio e la bancarotta, verso il “Si può fare tutto” nel senso di disfare quel che si costruito, per impazienza o bramosia di aggiungere la cosa che manca alla somma delle cose che “si possono fare”.

Il guaio dunque non è il lavoro bensì la concezione beatifica del lavoro nel “territorio”. Ad esempio, l’imperativo di ostentare l’entusiasmo, l’anima con cui si lavora. Un’impresa che Trevisan giudica immancabilmente al di sopra delle proprie forze. Facendo i mestieri più disparati (operaio in una fabbrica di gabbie per uccelli, manovale per un’impresa edile, cameriere, scaricatore, geometra, venditore di mobili, cartografo, lattoniere, gelataio …), Trevisan si accorge che il lavoro sprovvisto di relativa drammatizzazione nasce e muore subordinato. Per quanto ben fatto, viene sempre dopo, o sotto, il lavoro che fa mostra di esserci con quella certa enfasi che, di solito, sostituisce a tutti gli effetti il lavorare. È questo overacting a fare della cultura del lavoro vicentina una religione integralista che non perdona devoti svogliati e poco osservanti. Non importa che lo zelo sia sincero. La sincerità non è il requisito di partenza della recita, ma il suo traguardo. Chi è troppo occupato a lavorare non riverbera abbastanza il lavoro, non lo racconta a dovere. Un laboratorio pirandelliano, insomma. O un limbo beckettiano, se si preferisce. Non sorprende che Trevisan si sia fatto un nome scrivendo teatro.

Il tema era già stato toccato da Luciano Bianciardi ne La vita agra (si noti la data di pubblicazione: 1962; Trevisan è nato nel 1960): “E mi licenziarono soltanto per via di questo fatto che strascico i piedi, mi muovo piano, mi guardo attorno anche quando non è indispensabile. Nel nostro mestiere invece occorre staccarli bene da terra, i piedi, e ribatterli sull’impiantito sonoramente, bisogna muoversi, scarpinare, scattare e fare polvere, una nube di polvere possibilmente, e poi nascondercisi dietro” (La vita agra, cap. 7).

Anche il narratore di Works è accusato di “strascicare i piedi” (vedi il capitolo Lavorare coi secondi). Ma Trevisan non ha il cinismo di Bianciardi, che odiava il sistema del capitalismo industriale italiano e le sue retoriche di consolidamento e si faceva un punto d’onore di sabotarlo dall’interno, nel ruolo di dipendente e salariato. L’io narrante di Works rifiuta di fare del finto collaborazionismo. In ogni mestiere intrapreso, per quanto interinale e sentito come inadeguato, mette un puntiglio di precisione e uno scrupolo di correttezza che tradiscono un’intenzione provocatoria, polemica; ma a farne le spese è soltanto lui, il narratore. La sua “personale atipicità” lo pone nella condizione di non essere né in accordo né in disaccordo con l’onnipotente religione del lavoro. Lo sforzo che fa per mettersi a livello di un’operosità leggendaria basta da solo a smascherare gli scopi autopubblicitari di quell’operosità puramente ideale. E la goffaggine di questi sforzi viene interpretata come lo sfoggio di un apatico senso di superiorità.

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Le contraddizioni di un mondo regolato dall’inflessibile religione veneta del lavoro provocano una catena di inversioni e stravolgimenti: di genere (sposatosi, il narratore si ritrova mantenuto dalla moglie orafa, confinato tra le mura domestiche a sbrigare il lavoro nero e donnesco della casalinga; bellissime le pagine sulla suocera che domina il nucleo familiare e aziendale facendo la vittima, pagine da accostare a quelle sulla madre del narratore, presenza incombente anche da assente; se ne conclude che in Veneto a un patriarcato che abbaia corrisponde un matriarcato che morde); di fuso orario (lavoro come portiere notturno in un hotel); di coordinate spaziali e sociali (da quasi capoufficio di una fabbrica di cucine componibili, carriera iniziata al pianoterra di una “torre di uffici” che ha “qualcosa di medievale”, pianoterra “decisamente opprimente”, quasi un seminterrato a causa del controsoffitto “troppo basso”, il narratore passa a fare il lattoniere e a guardare il mondo dall’alto pur essendo sceso in basso nella graduatoria economica dei lavori).

Il susseguirsi di così tanti e vertiginosi sottosopra rende quasi ordinaria l’esperienza della droga, vissuta anch’essa secondo le regole della disciplina veneta (“spacciare è un lavoro a tutti gli effetti”). La dipendenza dall’eroina e dagli acidi con i suoi risvolti impiegatizi e burocratici è una specie di similitudine della dipendenza dal lavoro dipendente con le sue sacche di illegalità convenuta, protocollare – dipendenze entrambe letali, soggette a misure diametralmente opposte di tolleranza penale e di scomunica morale.

Stupefacente è nell’insieme il tribolato viaggio di Trevisan dentro gli ambiti prima di tutto mentali del lavoro. Un trip che dovrebbe spiegare le continue fluttuazioni psichiche del narratore, l’abitudine a dislocarsi, a diversificarsi: a volte “l’autore”, a volte un “noi” maiestatico, mai però corporativo, altre volte un “io” con un seguito di “ma”, “però”, “forse” lungo quanto la coda di una cometa.

Inutile chiedere quanto vi sia di autobiografico nel libro. Anche se tutto fosse inventato di sana pianta, non per questo sarebbe meno vero, poiché è un’impressione di verità quella che si ricava dalla lettura di Works. L’io narrante è indubbiamente un’invenzione di Vitaliano Trevisan, e però anche viceversa, visto che Works racconta la costruzione di Vitaliano Trevisan a opera dell’io narrante. Del resto, che scriva o che lavori, Trevisan non sembra posseduto dall’ambizione di realizzare se stesso: “Se ‘realizzarsi’ significa ‘rendere se stessi reali’, devo dire che, del tutto istintivamente, ho sempre cercato di fare esattamente l’opposto; e se significa ‘rendersi reali a se stessi’, peggio ancora, perché ho sempre l’impressione di esserlo troppo, e semmai vorrei esserlo di meno. Realizzare qualcosa fuori di sé è tutto un altro discorso. Non c’è da rifletterci sopra più di tanto: solo l’opera conta.”

Works, appunto (Einaudi, pp. 651, euro 22).

Marco Cavalli

 


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Cover Amedit n. 26 – Marzo 2016 “Sacré Cœur” di Iano, 2016

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 27 – Giugno 2016.

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