UNO ZOMBIE TUTTO PER SÉ | Zombie | Un romanzo di Joyce Carol Oates letto e recensito da Amedit

Posted on 4 aprile 2016

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zombie_Joyce_Carol_OatesUNO ZOMBIE TUTTO PER SÉ

Zombie | Un romanzo di Joyce Carol Oates

di Leone Maria Anselmi

 

Scritto nel 1995 e tradotto in Italia solo ora da Marco Pensante (per il Saggiatore), Zombie è la più delirante lucida confessione di un feroce omicida seriale, un trentenne del Michigan che risponde al nome di Quentin P. La Oates, prolifica scrittrice americana con all’attivo circa settanta romanzi, gli dà letteralmente la parola, finanche nelle licenze grammaticali (con la & usata come “e” congiunzione) e nell’impaginazione grafica (con inquietanti disegnetti allegati). Quentin è già stato arrestato per molestie sessuali nei confronti di un minore, ma adesso è nuovamente libero, ha scontato quel che doveva scontare e ora è seguito da un’equipe di psicologi e assistenti sociali. Il padre, uno stimato professore universitario, lo ha perdonato per l’errore commesso, e gli ha trovato lavoro come custode di un palazzetto di famiglia adibito a casa-alloggio per studenti fuori sede. Agli occhi di tutti Quentin è “quello strano”, quello con gli occhiali di plastica che si ingozza tutto solo da McDonald’s e gira in tondo per il vicinato col suo vecchio furgone. Sullo sfondo è tutto apparentemente tranquillo. Quentin taglia il prato per sua nonna, che è molto lontana da capire chi sia veramente suo nipote.

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Quentin desidera. Il suo desiderio è quello di possedere un essere umano, un altro da lui, che soddisfi tutti i suoi appetiti e i suoi bisogni, senza controbattere, senza reagire, senza tradire alcuna emozione all’infuori della più passiva obbedienza. Desidera un ragazzo catatonico, inerte, una sorta di manichino, un automa a uso e consumo delle sue pulsioni sessuali e “affettive”. Tra il dire e il fare…, la mente psicopatica di un omicida seriale rompe il tabù tra proiezione astratta e azione concreta, si spinge oltre, su un confine dove dolore e piacere collimano fino a fondersi irrimediabilmente. Quello che Quentin desidera con tutto se stesso è uno zombie. «Un vero ZOMBIE sarebbe mio per l’eternità. Obbedirebbe a ogni mio ordine & esaudirebbe ogni mio capriccio. Direbbe “Sì, Padrone” & “No, Padrone”. (…) Direbbe: “Inculami, Padrone, cavami le budella dal buco del culo (…) Oppure si lascerebbe posare la testa sulla spalla come un bambino.» Come si crea uno zombie? Quentin trova la risposta su un vecchio manuale di psicochirurgia del 1942 che, con tanto di illustrazione, riporta il procedimento per praticare la lobotomia transorbitale: un punteruolo viene introdotto nell’orbita sopra il globo oculare per recidere le fibre alla base dei lobi frontali; una tecnica invasiva, brutale, volta ad azzerare le facoltà cognitive e ad appiattire non già le turbe – era principalmente usata per “curare”  gli schizofrenici – ma le emozioni, la dignità affettiva della persona. Qual modo migliore per inibire una volta per tutte ogni capacità reattiva, ogni pensiero inutile e accessorio, sì perché un vero zombie obbedisce e basta, non elabora nulla all’infuori della prostrazione più assoluta.

Quentin sottrae al suo dentista uno strumento molto simile al sottile leucotomo descritto nel manuale – nello specifico Principi di psicochirurgia di Walter Freeman e James W. Watts – e alla prima occasione lo testa. La prima vittima, perforata in modo maldestro, muore dissanguata. E così la seconda. Entrambi giovani ragazzi, uno robusto e l’altro più esile, avvicinati con una scusa, drogati e condotti nel piccolo laboratorio allestito in cantina: un lettino operatorio, una cisterna, le bende, le corde, le lame, la formaldeide e il prezioso scintillante punteruolo. Il desiderio monta, e nell’atto di perforare Quentin sente ingrossarsi l’uccello, un’eccitazione mai provata prima, una sensazione impagabile che subito lo porta all’orgasmo. Di entrambe le vittime decide di conservare dei macabri souvenir. Ma la terza volta, giura, non fallirà. Praticherà la migliore lobotomia transorbitale di tutti i tempi, e finalmente avrà il suo zombie. Nel frattempo Quentin continua a offrire di sé un’immagine neutra e tranquillizzante (per la famiglia e per tutti i dottori che ne seguono la riabilitazione la terapia al litio sta funzionando bene). Non è uno sprovveduto, sa che deve muoversi con scaltrezza senza destare sospetti. Il suo desiderio cresce, si gonfia, si fa prossimo a esplodere. Sulla sua strada compare Jamie Waldron, un bellissimo adolescente biondo, che subito Quentin ribattezza “Scoiattolo”. Inizia la fase d’osservazione, fatta di pedinamenti, appunti e fotografie. Al colmo del desiderio scatta un elaborato piano di cattura, con una tenera covata di pulcini come esca. Quentin non ha agito a volto scoperto, ma si è travestito dal suo alter ego Todd Cuttler (con parrucca ricciuta, baffi e berretto dei Tigers). Uno scatto deciso e l’ignaro Jamie viene caricato a bordo del nuovo furgone Dodge Ram. Al culmine dell’eccitazione lo sperma vira nuovamente nel sangue. La lobotomia transorbitale fallisce per la terza volta.

Leone Maria Anselmi


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Cover Amedit n. 26 – Marzo 2016 “Etica-Mimetica” by Iano

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 26 – Marzo 2016.

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