LATTE E SANGUE | Morire in primavera | Il nuovo romanzo di Ralf Rothmann letto e recensito da Amedit

Posted on 4 aprile 2016

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morire_in_primavera_ralf_rothmannLATTE E SANGUE

Morire in primavera / Il nuovo romanzo di Ralf Rothmann (Neri Pozza, 2016)

di Massimiliano Sardina

 

Morire in primavera ok_Layout 1In Morire in primavera (Im Frühling sterben) lo scrittore tedesco Ralf Rothmann svela l’altro volto della gioventù hitleriana, quello celato dalla maschera inespressiva del gelido esecutore, quello sfigurato dalla smorfia disumana del volenteroso carnefice. È il volto imberbe di tanti ragazzi tedeschi, spesso poco più che ragazzini, gettati in guerra tra fronti e retrovie anche nelle ultime settimane che precedettero la grande disfatta, giovani betulle consegnate a un fuoco ormai tutto cenere e fumo, primavere sepolte vive. Non c’è medaglia al valore civile che possa appuntarsi con onore su una giovinezza mandata a morire in guerra, e non c’è stele o monumento che possa innalzarsi fieramente alla sua memoria. Se perduta è la giovinezza perduta è la vita. Non si dà arbusto senza fiore. Prima di ergersi a romanzo pacifista Im Frühling sterben – in parte ispirato alla storia del padre dello scrittore – è soprattutto un inno all’innocenza della giovinezza, a tutto quel puro che per sua natura è destinato a ingozzare l’impuro, alla bellezza che fa da carburante alla grande macchina della barbarie.

La gioventù arruolata nelle file del Terzo Reich non fu solo caratterizzata da una cieca e obbediente militanza, non tutta la malsana semenza crebbe rigogliosa, e molte furono le vittime che dovettero indossare le divise dei carnefici, come Walter e Fiete, i due diciassettenni protagonisti del romanzo di Rothmann. Walter e Fiete lavorano come apprendisti mungitori in una fattoria della Germania del nord, e hanno ancora le mani bagnate di latte quando vengono bruscamente reclutati dalle Waffen-SS e spediti in Ungheria. Walter, che ha la patente, finisce a fare l’autiere addetto al trasporto dei rifornimenti, mentre Fiete viene spedito a combattere nelle prime linee. Fino all’ultimo avevano sperato di poter continuare a svolgere il loro lavoro nel podere: chi avrebbe munto le vacche in loro assenza? Era attraverso il latte, inviato puntualmente ai soldati, che fino a quel momento avevano versato il loro contributo alla grande Germania. Ora il latte non bastava più. Ora dovevano versare il sangue. Dal bianco del latte al rosso del sangue, un viraggio violento, come il divampare di un incendio nel candore di una nuvola. La guerra irrompe nella vita semplice di questi due ragazzi e non ne esce più. Anche i padri, come i figli, combattono la guerra di Hitler. Il padre di Walter lavorava come guardia nel campo di Dachau, ma per punizione (aveva regalato sigarette a dei prigionieri) era stato spedito in prima linea ad Albareale. Per telegramma Walter apprende della sua morte. Anche Fiete scopre di aver perso i genitori sotto i bombardamenti. Che si fosse a un passo dalla débâcle, che il colosso nazista stesse rovinosamente collassando su se stesso era ormai chiaro a tutti, ma l’ordine delle alte gerarchie era quello di continuare a combattere, pena la fucilazione per alto tradimento. Per Walter e Fiete, legati da un’amicizia pura, teneramente eroica come solo sanno esserlo le grandi amicizie virili, la guerra è subito separazione; assegnati a due mansioni diverse si rincontreranno prima in un ospedale da campo e poi nell’anticamera della morte, costretti a recitare la più disumana delle tragedie. Fiete, ferito a una spalla, dopo una fasciatura sommaria viene rispedito al fronte, mentre Walter fa su e giù alla guida di un Henschel 33 per trasportare rifornimenti cercando di schivare i colpi di mitraglia degli aerei a monomotore Il’jušin. Ovunque cadaveri straziati, macerie e veicoli in fumo. La sopravvivenza si fa legata ogni giorno a un filo sempre più sottile.

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Grazie a un permesso speciale – concessogli dall’Hauptsturmführer come premio per aver salvato il figlio Jochen – Walter ottiene tre giorni di licenza, e decide di impiegarli per trovare la tomba del padre (un’impresa folle, a bordo di una moto a quattro tempi BMW R75). In questa vana ricerca della tomba del padre – un padre tutt’altro che amorevole, che lo pestava di botte e molestava sua sorella – Walter si illude di trovare un senso, una ragione all’orrore della guerra. In quello stesso frangente Fiete decide di disertare, di cercare la pace e la salvezza nei boschi, un’imprudenza che gli costerà prima la prigionia e poi la fucilazione. Walter farà di tutto per salvarlo, si umilierà al cospetto di un irremovibile e sadico Sturmbannführer che invece di concedergli la grazia lo obbligherà anzi a unirsi al plotone d’esecuzione. L’angelo della salvazione è costretto a vestire il drappo funebre del boia. Nel dare la morte al suo amico, in un giorno di primavera, compie un atto che va al di là della sua comprensione. Finita la guerra, Walter non ritrova più il suo mestiere di mungitore, e apprende che d’ora in avanti saranno le macchine a estrarre il latte dalle vacche. Ad attenderlo c’è la miniera, ed è qui che lavorerà per i trent’anni successivi. Sposerà la fidanzatina lasciata al paese prima dell’arruolamento e metterà al mondo un figlio. Anche questo figlio, decenni dopo, si aggirerà invano nel cimitero innevato di Tackenberg alla ricerca della tomba di suo padre.

Massimiliano Sardina


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Cover Amedit n. 26 – Marzo 2016 “Etica-Mimetica” by Iano

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