AI PIEDI DI UN FAGGIO (Au pied d’un hêtre) | Un racconto di Octave Mirbeau inedito in Italia

Posted on 4 aprile 2016

0



octave_mirbeau_ai_piedi_di_un_faggioAI PIEDI DI UN FAGGIO (Au pied d’un hêtre)

Un racconto di Octave Mirbeau inedito in Italia

La guerra del 1870 contro la Prussia fu una delle più crudeli per la Francia: non solo perché la persero, ma anche perché ebbe come corollario la rivolta della Comune di Parigi (marzo-maggio 1871), in cui il governo francese fece più di ventimila morti tra i Comunardi, per poi accatastarli sulla collinetta di Montmartre (più alta così di parecchi centimetri) e far innalzare in cima l’immacolata chiesa del Sacré-Coeur. Crudeltà e buoni sentimenti, ferocia e rimorso sono normali in qualsiasi vicenda cruenta, ma i racconti su episodi della guerra franco-prussiana sono in proposito particolarmente sferzanti. Molti narratori francesi vi si cimentano, mostrando in generale un odio verso il nemico che si esprime anche attraverso pregiudizi razziali, a tal punto che la rivista del Mercure de France si sentì in dovere di lanciare sulle sue pagine, negli anni Novanta del XIX secolo, un’intervista a tutti gli scrittori perché dichiarassero il loro punto di vista sui Tedeschi, la loro razza e la loro arte. Ci fu chi, anche in una sede così raffinata, non esitò a manifestare la propria avversione. Non è certo questo il caso di Mirbeau, sempre pronto a schierarsi per il debole contro qualsiasi forma di potere, e il cui rifiuto della società si accompagna a un’umanissima partecipazione al dolore del singolo. In questo racconto non c’è contrapposizione tra buoni e cattivi, ma solo la dimostrazione di come la stupidità possa provocare la peggiore delle ferocie, in perfetta buona fede. Mirbeau poteva rischiare qui un eccesso di patetismo: riesce invece a mantenere il racconto in una tensione drammatica forte, ma tagliando rapidamente sulle sequenze di angoscia. La conclusione ci porta a una nuova considerazione sulla durata del rimorso o della pena: il colonnello, responsabile dell’evento tragico per colpa della cecità all’obbedienza militare, tace per molti anni sull’episodio. Ma alla fine, non resiste dal vantarsene, trasformando una storia straziante in un vittorioso momento di guerra…

Ida Merello

 octave_mirbeau_ai_piedi_di_un_faggio (1)

AI PIEDI DI UN FAGGIO (Au pied d’un hêtre)

Ricordo del 18 novembre 1870

di Octave Mirbeau

Fanno giusto venticinque anni oggi! E quel ricordo mi spaventa ancora come un brutto sogno fatto stanotte. Il sergente Millard rientrava al campo dopo aver dato il cambio alle sentinelle. Attraversava una vasta pianura interrotta qua e là da piccole macchie di bosco. Il cielo era grigio. Cadeva una pioggia sottile. Il terreno, inzuppato e fangoso, s’incollava agli stivali. Neppure una figura nella pianura della Beauce, neppure una figura di uomo o di animale; neppure un po’ di fumo al di sopra delle fattorie recentemente abbandonate dai contadini. In lontananza appariva, lieve e blu come una nube, la cattedrale di Chartres. Dopo che il nostro reggimento di fanteria era accampato da cinque giorni alle porte di Saint-Luperce, di fronte a quella distesa silenziosa e cupa, ciascuno di noi, a ogni istante, si aspettava di vedere i Prussiani irrompere nella pianura. Si diceva fossero a Chartres. E non poche volte, la sera, ci sembrò di sentire, non senza un brivido nelle ossa, una musica selvaggia e i clamori di un massacro che da Chartres ci raggiungevano trasportati dal vento. Il giorno prima, passandoci in rivista, il colonnello aveva detto:

“Ragazzi miei, probabilmente sarà per domani… Ah!… ah!… spero che me ne ammazzerete un mucchio di quei vermi… di quegli sporchi vermi… Nessuna pietà, per Dio! e viva la Francia!”. Il colonnello era un po’ spaccone. Gli piaceva recitare la parte del duro. Ma non era un uomo cattivo. Faceva anche tutto il possibile per renderci tollerabili le fatiche e le sofferenze. Malgrado le previsioni del colonnello, la mattinata successiva era passata come le altre. Nella pianura non si era mosso niente. Tuttavia,  impaziente, il colonnello si era portato con i suoi trombettieri cinquecento metri più avanti rispetto al campo e aveva fatto suonare un’eroica fanfara di sfida nella direzione di Chartres. Era ritornato furioso dicendo:

“Vigliacchi!… Vi dico che sono dei vigliacchi!… Ma pazienza!… Li riporteremo a calci sotto le mura di Parigi; a calci, ragazzi miei, avete capito bene… Bismarck in testa e Moltke in coda! Ci divertiremo, ragazzi miei, ci divertiremo.”

E per il resto della giornata, le mani incrociate dietro la schiena, masticando sigari e imprecando, camminava attraverso il campo, in mezzo agli uomini che preparavano la zuppa per la sera. Dopo aver dato il cambio alle sentinelle, il sergente Millard rientrò verso le cinque. E tutto il campo rimase stupefatto. Gli uomini lasciarono i bivacchi davanti ai quali si erano raggruppati aspettando il rancio serale.

“Che cosa succede?… Che cosa succede?” Quel che accadeva era davvero stupefacente. Il sergente teneva per la briglia un cavallo dei Prussiani e sopra la sella era legato un pacco di vestiti sanguinanti. Dietro, con aria trionfante, un uomo portava un casco appeso in cima al fucile; un altro una corazza; un terzo trascinava una lunga sciabola della cavalleria; un quarto brandiva in aria una carabina. Il volto del sergente era raggiante.

“Che cos’è questo?” domandò il colonnello che, sopraggiungendo di colpo, sparpagliò il gruppo che si era formato intorno al sergente. E interrogò:

“Dove hai trovato questo?… Dove hai trovato questo, per Dio?”

Allora il sergente Millard raccontò: Mio colonnello, ecco la storia… Stavo rientrando con i miei uomini… Fiancheggiavo un piccolo bosco quando, di colpo, al margine del bosco, mi ritrovai faccia a faccia con un gran diavolo di cavaliere… M’impressionò quanto io impressionai lui. Mi fermai e anche lui si fermò… Sul momento non pensai che si trattasse di un Prussiano. Tuttavia aveva un casco e un largo mantello bianco che ricopriva la nuca del cavallo… E mentre lo esamino il cavaliere getta a terra il casco, slaccia il mantello e lo getta a terra, sguaina la sciabola e la getta a terra… Ed ecco che anche lui smonta da cavallo, agita le braccia, sorride e dice avanzando verso di me: “Tu, buon Francese; io, buon Prussiano!… Io andare con buon Francese!” Non c’erano più dubbi, era un Prussiano!… E sentii nascere in me un grande orgoglio…

“Andiamo!… continua! – ordinò il colonnello – vieni al dunque… non mi servono tutte queste chiacchiere…”

“Non avrei mai creduto che un Prussiano potesse avere un viso così bello, riprese il sergente con voce meno sicura… Era biondo e rosa come un bambino; i suoi occhi erano dolci.

“Afferrate quel verme!” ordinai ai miei uomini. Il Prussiano lasciò fare senza resistere. Al contrario, sembrava felice e ripeteva nel suo gergo: “Io, moglie laggiù… io, piccoli bambini laggiù!… io basta guerra, basta guerra!…”

“Va bene. Alla fine si è arreso? – domandò il colonnello il cui viso era diventato molto grave e serio – Continua.”

“Si è arreso, sì, mio colonnello” rispose il sergente Millard. “Ero molto contento di aver catturato un Prussiano e nello stesso tempo molto confuso… Non sapevo che cosa dovevo fare con quel verme!… Mi dissi: se lo riporto vivo, forse il colonnello non sarà contento, perché ci ha raccomandato di ucciderne il più possibile. D’altra parte, mi dava dolore passare per le armi un uomo così dolce e che non voleva fare del male. Chiesi consiglio ai miei uomini: “Che cosa fareste voi al mio posto?” Gli uomini scossero la testa. Non lo sapevano più. Allora, mio colonnello, mi ricordai una vostra frase: “Nessuna pietà.” E fu questo a decidere.”

“L’hai fucilato?” interrogò il colonnello con voce tonante.

octave_mirbeau_ai_piedi_di_un_faggio (2)

“Lì vicino c’era un grande faggio… – proseguì il sergente – Un grande faggio che debordava sul pendio del bosco… Ordinai di legare quel Prussiano con delle corregge passate intorno al faggio e io stesso gli levai la corazza. Il Prussiano impallidì: “Tu, buon Francese, supplicava… Io basta guerra, io moglie laggiù… Io piccoli bambini… Io non morire!” Misi in fila gli uomini a dieci metri dall’albero. I fucili erano caricati. “Tu non uccidere me, gemeva il prigioniero… perché io, basta guerra, mai più, basta guerra.” Tutto ciò mi spezzava il cuore… Avevo voglia di piangere mentre lo sentivo parlare in quel modo. Eppure, mio Dio!… Fuoco! ordinai…”

Ci fu un silenzio angosciato. Il colonnello era diventato livido e abbassava la testa.

“Abbiamo preso il suo mantello e la sua divisa – continuò il sergente – abbiamo riportato le sue armi… e il suo cavallo… Lui è sempre laggiù, attaccato al tronco del faggio… Abbiamo anche preso il suo orologio… eccolo… e il suo portamonete che era vuoto… Abbiamo lasciato, ai piedi del faggio, delle lettere che teneva dentro una piccola sacca di cuoio, con delle fotografie…”

“Sta’zitto! Basta!” ordinò il colonnello. E rivolgendosi agli uomini: “Prendete il sergente e conducetelo al quartier generale… sarò lì fra un’ora.” Ordinò immediatamente una corvée di sei uomini alla testa dei quali si piazzò e si diresse, attraversando la pianura, verso il piccolo bosco dove il soldato prussiano era stato abbandonato morto, attaccato al tronco del faggio. Fece scavare una fossa ai piedi dell’albero, seppellì il Prussiano, e piantò nella terra un ramo a forma di croce.

Era, mi ricordo, una notte orribile, una notte senza luna, di un’umidità polverosa e gelata…

Il colonnello, la sera stessa, aveva formato un consiglio di guerra. La decisione venne presa rapidamente. Il sergente fu condannato a morte. La sentenza imponeva che l’esecuzione avesse luogo il giorno dopo, all’alba, ai piedi del faggio… A partire da quel giorno, durante la campagna in cui, d’altronde, il nostro reggimento non si trovò mai neppure una volta in presenza del nemico, il colonnello non parlò più di vermi, né di vacche, né di ricondurre a calci i Prussiani sotto le mura di Parigi.

Fu soltanto tempo dopo, quando, rientrato nella vita civile, ripreso il lavoro di ingegnere dei lavori pubblici, e scomparsa a poco a poco l’impressione di quel dramma, che iniziò a raccontare al caffè, la sera, le sue prodezze e il grande combattimento di Saint-Luperce in cui i suoi fanti avevano ucciso, a colpi di baionetta, una gran quantità di Prussiani vicino a un piccolo bosco… “Si può andare a vedere, per Dio! Ai piedi di un certo faggio, c’è, fra le altre, una grande fossa piena di cadaveri… Ve lo giuro!

Octave Mirbeau (Traduzione di Albino Crovetto)

Illustrazioni di Iano © Amedit


amedit_cover_marzo_2016_etica_mimetica

Cover Amedit n. 26 – Marzo 2016 “Etica-Mimetica” by Iano

Copyright 2016 © Amedit – Tutti i diritti riservatilogo-amedit-gravatar-ok

Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 26 – Marzo 2016.

VAI AGLI ALTRI ARTICOLI: Amedit n. 26 – Marzo 2016

VERSIONE SFOGLIABILE

Per richiedere una copia della rivista cartacea è sufficiente scrivere a: amedit@amedit.it e versare un piccolo contributo per spese di spedizione. 


 

Annunci