LA SOPRAVVIVENZA DELLA COSCIENZA | La mano sullo specchio | Una testimonianza di Janis Heaphy Durham

Posted on 3 aprile 2016

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Janis_Heaphy_Durham_la_mano_sullo_specchio (3)LA SOPRAVVIVENZA DELLA COSCIENZA

La mano sullo specchio | Una testimonianza di Janis Heaphy Durham

di Elena De Santis

 

Siamo mera attività cerebrale o c’è dell’altro? Cosa si agita, invisibile e impalpabile, tra i reticoli complessi dei nostri neuroni? Ha senso, scientificamente, parlare di “coscienza”? A queste e ad altre domande ha tentato di rispondere Janis Heaphy Durham nel libro La mano sullo specchio, sorta di diario di viaggio di un’esperienza al confine tra realtà concreta e realtà altra. Nata a Kalamazoo (Michigan) nel 1951, Janis si è laureata presso la Miami University di Oxford (Ohio) e ha lavorato  come vicepresidente pubblicitario per il “Los Angeles Times”; nel 1998 è passata alla guida del “Sacramento Bee” (sotto la sua direzione il giornale si è aggiudicato ben due Pulitzer).

Janis_Heaphy_Durham_la_mano_sullo_specchioBen consapevole di inoltrarsi in un territorio tutt’altro che agevole, la Durham mette i puntini sulle i fin dalle prime pagine e tenta di dispiegare la sua narrazione su un piano il più possibile oggettivo e pragmatico; una paura su tutte: quella di suscitare il ridicolo e di passare per un’allucinata visionaria, o peggio ancora per una vedova inconsolabile disposta a tutto pur di lenire la sua sofferenza. Per acquisire più credibilità agli occhi del lettore la Durham esibisce in pompa magna il suo curriculum professionale, e lo stesso fa per tutti i personaggi che si avvicendano lungo l’itinerario (scienziati, scrittori, professori, studiosi, sensitivi, medium, religiosi…); al di là di ogni convinzione c’è in primo luogo la necessità tutta umana di capire, di comprendere, di penetrare più a fondo, senza escludere nulla (soprattutto gli scherzi giocati dalla suggestione). All’origine di tutto la morte del secondo marito Max Besler, un uomo colto e di rara sensibilità, raffinato collezionista di libri e dischi. Janis sta cercando di elaborare il suo lutto e, insieme al figlio quattordicenne Tanner (avuto dal precedente matrimonio) continua pur se con difficoltà a condurre la vita di tutti i giorni.

L’8 maggio 2005, primo anniversario della scomparsa di Max, Janis trova l’impronta di una mano sullo specchio del suo bagno a Sacramento (California). «… Sembrava fatta di una sostanza bianca e farinosa, morbida come cipria, e mostrava tutte le caratteristiche della struttura ossea, al pari di una radiografia. Guardando più da vicino, riconobbi che si trattava di una mano maschile, a causa della forma delle dita e della base ampia del palmo. L’immagine era lì, impressa sullo specchio, isolata e nitidissima. Era spuntata dal nulla. Letteralmente dal nulla.» È il primo di tanti “segni” che Janis coglierà nel corso degli anni, prima con cauto scetticismo e poi gradualmente con trasporto sempre più crescente. La sua vita razionale, ponderata e moderatamente religiosa, viene messa a dura prova da una serie di eventi inspiegabili, coincidenze e fenomeni tutti riconducibili alla figura del defunto marito, quasi che questi volesse in un qualche modo rimarcare la sua presenza, la sua vicinanza, la sua persistenza. Janis in un primo momento tenta di non dar troppo peso alla singolarità degli “accadimenti”, lasciando prevalere anche una certa forma di vergogna e di disagio, però con l’andar del tempo si fa più forte l’urgenza di venirne a capo, di dare una spiegazione a quello che le stava succedendo.

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Luci sfarfallanti, orologi fermi alle 12,44 (ora della morte di Max), sagome d’angeli e impronte di mani e piedi materializzatesi in particolari anniversari, porte che si aprono e chiudono da sole, tappeti che camminano, biglietti con frasi sibilline che cadono dai libri… tutti segnali che Janis si convince sempre più di ricevere da una dimensione parallela: Max sta cercando di comunicare con lei, il suo amore non si è esaurito con la morte corporale ma è ancora lì, misteriosamente capace di manifestarsi e di trasmettere messaggi. C’è un ponte, si domanda Janis, tra i due mondi? La coscienza si estingue quando il corpo muore o continua a esistere oltre i legacci della materia? Questo affaccio nel soprannaturale la spinge a intraprendere un viaggio al contempo spirituale e scientifico, una ricerca volta a sciogliere dubbi e al confronto con esperienze analoghe; tanti incontri si rivelano determinanti e illuminanti, e Janis fin da subito appura quanto può essere sottile il confine tra un autentico ricercatore e un astuto ciarlatano. Al di là dei dubbi, che mai l’abbandonano sul piano razionale, lascia agire dentro sé – sulla scia di un’emotività certo suggestionata dallo stupore e da una compiaciuta permeabile incredulità – una tenerezza, un infinito amore, la promessa di una riappropriazione. «… Prima di conoscere il dottor Wendland a Ventura, il dottor Radin a Petaluma, il dottor Schwartz a Tucson e il dottor Greyson a Charlottesville, non sapevo nulla delle ricerche sulla coscienza. Adesso sapevo che c’era una quantità di lavori a sostegno della tesi che la coscienza sopravvive alla morte. Nutrivo grandissimo rispetto e riconoscenza per questi uomini che andavano controcorrente, sfidando le posizioni dei loro ambienti accademici e scientifici per arrischiarsi nel campo della parapsicologia.» Particolarmente determinanti si rivelano le conversazioni con Gary Schwartz, che aveva condotto degli esperimenti con dei medium presso la University of Arizona; per Schwartz la coscienza continua a vivere oltre la morte del corpo, assumendo forme dotate di intenzionalità e volontà proprie. Grazie a Loyd Auerbach (antropologo e parapsicologo, che scherzosamente si definisce esploratore del fantasmatico) Janis impara la differenza tra spirito cosciente e spettro: «Uno spirito cosciente è un’apparizione, l’essenza della persona che sopravvive alla morte del corpo ed è in grado di interagire con i viventi; (…) gli spettri invece appartengono a una categoria diversa: si tratta di voci o entità ancorate a un luogo particolare, che non possono interagire con i viventi (non sono coscienti, sono come ologrammi, non esseri capaci di interagire).»

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Tra un incontro e l’altro Janis diventa una vera esperta in materia di ADC, After-Death-Communications, ossia le comunicazioni post mortem (che scopre più frequenti e diffuse di quel che immaginava all’inizio della sua ricerca). Tra i numerosi testi consultati si imbatte in Milioni di farfalle, scritto dal neurochirurgo Eben Alexander, che narra di un’incredibile esperienza di pre-morte. Durante il coma causato da una rara malattia Alexander dichiara di essersi trovato “nel mondo più bello e strano che io abbia mai visto”, un “paradiso” visto non con gli occhi del cervello – durante lo stato comatoso, dichiara il neurochirurgo, la parte del cervello che controlla il pensiero e le emozioni non funzionava – ma con quelli dello spirito. Quest’esperienza di NDE (Near-Death-Experience, ossia esperienza di quasi-morte) portò Eben Alexander a convincersi che coscienza e cervello fossero due cose ben distinte. È un coro quello che Janis trova muovendosi di città in città, ponendosi in ascolto di tante piccole storie, testimonianze vagliate una per una sia col metro scientifico che con quello più strettamente umano ed emotivo. La mano sullo specchio (tradotto per Mondadori da Elena Sciarra) raccoglie e riordina considerazioni e constatazioni in materia di “sopravvivenza della coscienza” senz’alcuna pretesa di esaustività, senza fanatismi e senza ingenuità religiose e occultistiche; il testo ha il merito di eludere intelligentemente certo rigido scetticismo, aprendolo a riflessioni scomode, spesso glissate dalla scienza ufficiale. È, in ultima analisi, lo schietto e sincero resoconto di un’esperienza profondamente personale, vissuta in prima persona e poi allargata attraverso la pubblicazione del libro a un pubblico più ampio. «(…) La mia vita sicura, prevedibile e relativamente controllata, che mi aveva dato certezze e continuità, era stata scardinata. Avevo affrontato esperienze straordinarie che avevano mutato il mio modo di considerare il mondo. (…) ero passata dal lutto alla paura, allo stupore e infine a una curiosità e a una speranza che mi avevano indotto a intraprendere quel percorso. Infine ero giunta a una visione più complessa della vita e della morte. Vivo nel presente – conclude la Duhram nelle note accorate dell’epilogo – acutamente consapevole dell’attenzione da prestare a tutte le dimensioni. Assaporo i brevi istanti in cui ho accesso ai misteri dell’esistenza.» Protagonista di eventi fuori dall’ordinario – fenomeni filtrati da una sensibilità capace di coglierli ed elaborarli – Janis invita il lettore a prestare attenzione, e a sbirciare oltre il mero ingombro della materia. Il messaggio di fondo – offerto con un sano e ingenuo slancio non in contraddizione con i metodi di verifica della scienza sperimentale – è che è possibile gettare un ponte tra le due dimensioni (porose, sempre in intermittente contaminazione), e che nulla finisce per sempre, se lo vogliamo.

Elena De Santis


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Cover Amedit n. 26 – Marzo 2016 “Etica-Mimetica” by Iano

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 26 – Marzo 2016.

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