CONOSCO L’AMORE MEGLIO DI VOI | Intervista a Andrea D’Agostino

Posted on 1 aprile 2016

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andrea_d'agostino_conosco_l'amore_meglio_di_voiCONOSCO L’AMORE MEGLIO DI VOI

Intervista a Andrea D’Agostino

a cura di Giancarlo Zaffaroni

 

Conosco l’amore meglio di voi è il secondo libro di Andrea D’agostino, pubblicato per Codice edizioni. È un libro coraggioso, interessante e ben scritto, con uno stile che aiuta il lettore a sopportare l’argomento per molti versi disturbante. Ne parliamo con l’autore.

Qual è l’origine dell’idea del soggetto del libro, la necessità dalla quale è partita l’urgenza creativa?

Nel 2006 ero a Madrid in Erasmus. Mi mangiassero i grilli, il mio primo romanzo, era stato pubblicato l’anno prima. Ero alla ricerca di una nuova storia da raccontare. Un giorno ho inciampato su un articolo di El Pais: un giornalista americano aveva confessato di essere stato violentato da un prete, quand’era bambino. Un pensiero laterale ha alzato la voce: in Mi mangiassero i grilli compaiono, a un certo punto, delle “strane fotografie di bambini”. Così ho ritagliato l’articolo, l’ho appiccicato su un quadernone e ho cominciato a documentarmi. Nove anni dopo, Conosco l’amore meglio di voi è arrivato in libreria.

Lo stile e la costruzione del romanzo permettono di accostarsi all’orrore guardandolo da vicino. È stato difficile trovare misura e modo del racconto?

Non ho avuto esperienza diretta di abuso. Ciò che tu chiami orrore, l’ho soltanto immaginato. Quando ho cominciato a scrivere, sapevo che a un certo punto avrei dovuto immergermi nell’orrore, impregnarmene, diventare vittima a mia volta di ciò che descrivevo. Era l’unica via, pensavo, che mi avrebbe permesso di essere credibile. Mi avevano impressionato le lacrime di David Clohessy, direttore del Survivor’s Network of those Abused by Priests, piante durante un’intervista rilasciata a Le Iene. Mi avevano fatto capire che l’orrore non abbandona chi l’ha vissuto, neanche decenni dopo. Mano a mano che la storia si avvicinava agli abusi, montava in me la preoccupazione di non essere all’altezza di raccontarli. Ma sapevo che ciò che dovevo fare era non distogliere lo sguardo. Fissare l’orrore, senza censure. Mi sono lasciato guidare da Vincenzo, il protagonista della storia. È stato lui, in qualche modo, a suggerirmi le parole da usare. Quando ho completato la descrizione del primo abuso che Vincenzo subisce, l’ho fatta leggere a un’amica che all’epoca era responsabile di una comunità per mamme e bambini vittime di violenza. Volevo un parere autorevole, qualcuno che mi dicesse se ciò che avevo immaginato fosse credibile. È rimasta senza fiato. Così ho capito che quella era la strada su cui continuare.

La sessualità prorompente e gioiosa di bambini e ragazzini è ben descritta nel libro, ma è spesso un tabù per genitori e insegnanti, per la società nel complesso. Una maggiore consapevolezza di questa realtà aiuterebbe gli adulti a essere meno violenti e i ragazzini a rifiutare e denunciarne la violenza?

La sessualità dei bambini è un tabù per lo stesso Vincenzo adulto, che da bambino era il più prorompente della famiglia. A pagina 31 del romanzo, infatti, riflette: “Però a volte, contro la mia volontà, mi chiedo cosa accadrebbe se anch’io avessi bambini. Giocherebbero, come facevamo noi, a mamma e figli o al dottore? Si chiuderebbero in soggiorno o in camera mentre noi grandi, pacifici, discutiamo di eredità modeste o beghe familiari? Si calerebbero le mutande in coppie, trii, quartetti? Io che farei? Mi apposterei per sorprenderli? Entrerei in punta di piedi, li sculaccerei? Se Agnese fosse viva direbbe: «Lasciali in pace, tu hai fatto di peggio».” Ci sono lettori del mio romanzo che restano turbati dalla vitalità erotica di Vincenzo bambino e altri che invece mi dicono: era proprio così anche per me! I bambini sono curiosi a prescindere dai tabù degli adulti e sono di solito attratti da ciò che non conoscono. L’erotismo fra bambini è un gioco. Se in scena entra un adulto, diventa un abuso. Toccherebbe agli adulti salvaguardare i bambini quando la curiosità li mette in pericolo.

L’educazione sentimentale e sessuale dei ragazzini potrebbe essere un antidoto alla violenza degli adulti? Che ruolo possono avere in questo senso famiglia e scuola?

Qualche settimana fa, il figlio quattrenne della mia fidanzata ha voluto sapere da dove arrivano i bambini. Anziché ripetere le solite storie (cicogne, cavoli, oppure silenzio imbarazzato), Valeria ha risposto che i bambini sono il frutto di coccole speciali che le mamme e i papà si danno quando si amano tanto. Al bambino la spiegazione è bastata, per ora. A Valeria è costata uno sforzo di onestà contro l’imbarazzo che le è stato insegnato. Una volta io, avrò avuto sette, otto anni, curiosando nel comodino in camera dei miei, trovai una scatola, nascosta fra calzini e mutande. C’era la foto di una coppia che si teneva per mano, camminando su una spiaggia. Sul fianco della scatoletta c’era un testo che blaterava di amore; non riuscivo a capirne il senso. Allora mi presentai da mia mamma chiedendo: “Questo cos’è?”. Mi strappò di mano la scatola di preservativi, la andò a nascondere meglio e quello fu tutto quello che ebbe da dire sull’argomento. Non ce l’ho con mia mamma, sia chiaro. Non è facile spiegare il sesso a un bambino. È un rischio però lasciare che un bambino si faccia un’educazione sessuale come e dove capita. Potrebbe capitare male.

Gli elementi e le pratiche religiose, in particolare la confessione, sono un meccanismo diabolico che permette all’adulto di circuire e concupire più facilmente i bambini, più che in altri contesti o ambienti?

Si dà per scontato che un prete sia degno di fiducia perché è un uomo di fede. I preti d’altro canto sono gli ambasciatori di Dio in terra. Dal momento che Dio è il bene sommo e immutabile, un prete non può che fare il bene. La storia dei preti pedofili, però, insegna che non sempre è così. Perché un prete è di solito soltanto un uomo che per giunta ha la strampalata abitudine di pontificare sulla famiglia e sull’aborto e sul sesso senza, ufficialmente, averne nulla a che fare. Come andare a scuola guida da uno che non sa neanche mettere in moto un auto.

L’ambiente della storia è una Sicilia recente e senza tempo. Ci sono situazioni specificamente siciliane, ad esempio la religione magica e superstiziosa dei pellegrinaggi e delle Madonne, o la storia sarebbe la stessa anche su un altro sfondo italico?

Ho ambientato Conosco l’amore meglio di voi a Enna perché a Enna sono stato, come Vincenzo, bambino. A Enna ho inseguito cugine e frequentato chiese: sono stato chierichetto, ho fatto la comunione e la cresima, sono stato Apostolo durante una processione e ho avuto un piede lavato dal prete che interpretava Gesù. Ho anche fatto, per un paio di volte, il viaggio di San Filippo, come Vincenzo è costretto a fare dalla nonna che più crede ai Santi. Insomma, ho ambientato la vicenda a Enna perché la conosco. Ma l’ho ambientata lì anche perché padre Pio “ormai infesta ogni casa di Sicilia”; perché la Sicilia è la terra dove “la sensualità è desiderio d’oblio”; perché, soprattutto, è in Sicilia che immaginavo possibile l’ostracismo cui Vincenzo è condannato dalla società, nel momento in cui si azzarda a denunciare padre Calogero.

Il linguaggio non è mai banale e in qualche modo poetico, ad esempio “I rintocchi dei pneumatici sulle giunture del cavalcavia”, non è mai crudo nemmeno nei momenti più terribili. È forse anche per questo che si riesce a continuare a leggere?

Marco Belpoliti, recensendo Conosco l’amore meglio di voi per l’Espresso, ha scritto: “Ma questo romanzo non è solo quello che racconta; è prima di tutto come lo racconta”. La persona che mi ha impartito le prime lezioni di scrittura, una professoressa di italiano oggi in pensione, mi ha detto di avere trovato il romanzo raccapricciante ma di avere goduto nel leggerlo. In parecchi mi hanno detto che, nonostante abbiano trovato disturbante la storia di Vincenzo, hanno letto il libro tutto d’un fiato, come non succedeva loro di fare da tempo. Conosco l’amore meglio di voi è un romanzo dall’alto tasso emotivo. Scriverlo mi ha disperato, mi ha messo alla prova, mi ha scosso, mi ha cambiato. È un romanzo che richiede impegno ma regala emozioni.

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Il lettore sa dove si andrà a finire, che il soggiogamento del ragazzo otterrà il suo scopo, anche se non può immaginare la dimensione della tragedia. Eppure la speranza di una via di fuga rimane aperta finché, duramente, la tragedia si manifesta in tutta la sua portata. Deve essere costata una grande sofferenza arrivare così al fondo.

“Quando canto, credo di essere sincero”, disse una volta Frank Sinatra. Parafrasandolo: quando scrivo, cerco di essere sincero.

Uno dei pochi amici di Vincenzo è un pettirosso con una zampa sola che è un magnifico personaggio. Ha un significato particolare o simbolico?

È un personaggio realmente esistito! Ero a Voghera, a casa dei miei. Era un periodo in cui avevo ferite sentimentali da leccare. Scrivevo, ero a inizio romanzo. Un giorno è planato sul balcone un pettirosso che aveva una zampa soltanto. Gli ho dato delle briciole e lui è tornato, per un po’, a trovarmi. È stata una presenza che mi ha consolato. Così ho voluto regalare a Vincenzo la stessa consolazione. Solo in seguito mi sono accorto che la sua menomazione simboleggia quella di Vincenzo, è il suo correlativo oggettivo. Per finire, ho scoperto che il pettirosso è l’uccello che strappa una spina dalla fronte di Gesù, mentre è sulla croce, per alleviarne il dolore. Allora ho capito che, nella sua piccolezza, il mio pettirosso è un personaggio perfetto per la storia che ho raccontato.

Il prete viene allontanato ma non realmente punito. L’ipocrisia delle istituzioni religiose, incarnata dalla suora testimone muta, è una grave colpa che pende su di loro, nel giudizio della società laica e civile.

La Chiesa ha lasciato per anni che i suoi preti pedofili, in giro per il mondo, combinassero danni. Li ha coperti, ha comprato il silenzio delle vittime e, ciò che è peggio, ha permesso che restassero a contatto con i bambini, che continuassero a rovinare vite. Questa è cronaca. Ogni volta che ci ripenso, mi fremono i baffi.

La vita di Vincenzo e la sua famiglia sono travolti dalla tragedia, non c’è alcuna pietà per loro, o tentativo di aiuto da parte della società, di singole persone amiche o parenti. Solo la nonna, infine, porta qualche speranza di rapporto umano a Vincenzo, rimasto solo.

Nonna Luisa è la “donna che mi ha fatto coraggio, quando più forte è stata la tentazione di andarmi a buttare dalla Rocca di Cerere.” Quando poi lei resta vedova, Vincenzo scopre che “il dolore che la fa deperire, è identico al mio. Siamo fatti della stessa materia, siamo alleati nella guerra contro la vita che fugge lasciandoci soli”. Ma la nonna non è il solo personaggio che sfida l’omertà della società che circonda Vincenzo. C’è il prozio da cui Vincenzo eredita l’Ape: lo “faceva lavorare nonostante le proteste della moglie, una dei parenti che mi imputavano la distruzione della famiglia, malgrado prima del disastro ci incontrassimo soltanto ai funerali, ai matrimoni raramente”. C’è il pettirosso. C’è Andrea, il cugino torinese. Soprattutto c’è lo zio alsaziano, l’unico a dare credito alla parole di Vincenzo quando denuncia il prete. Ed è così perché credo che il Principe di Salina, nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, ci avesse visto giusto quando diceva a Chevalley: “Non nego che alcuni Siciliani trasportati fuori dell’isola possano riuscire a smagarsi: bisogna però farli partire quando sono molto, molto giovani: a vent’anni è già tardi; la crosta è già fatta”.

È anche una storia di povertà, di bisogno, il padre lontano per lavoro, lo zio emigrante, che però potrebbe restare in una zona tranquilla, modesta, quasi felice come quando la grande famiglia va al mare. E per questo è ancora più grave che un uomo fragile e esposto al fascino del male distrugga questa umanità fragile.

Il reverendo Lawrence Murphy, fra il 1950 e il 1974 ha violentato duecento bambini sordi, alla St. John School di Milwaukee. Prediligeva quelli che sapeva essere figli di genitori che non conoscevano la lingua dei segni. In questo modo, minimizzava i rischi: se anche il bambino avesse trovato il coraggio di parlare ai genitori, avrebbe fatto fatica a trovare il modo di descrivere l’orrore. I preti pedofili sono rapaci: sfruttano la debolezza delle vittime facendo leva sulla fiducia accordata all’abito dietro cui si nascondono.

Il libro si conclude con la citazione del Vangelo secondo Matteo che invita a diventare come i bambini e ad accoglierli. E invita a eliminare chi li scandalizza gettandoli negli abissi del mare. È chiara la distanza fra l’insegnamento teorico della chiesa e il comportamento di alcuni suoi membri, e la copertura omertosa di tanti altri.

L’interpretazione di quel passo del Vangelo è controversa. Alcuni sostengono che Gesù non parla di bambini ma di adulti che sono piccoli nella fede. Altri sono certi che stia puntando il dito contro la pedofilia. A me bastava l’esistenza del dubbio. La distanza fra il presunto insegnamento teorico e il comportamento di molti dei suoi pastori è un abisso, esattamente quello in cui Gesù ordinerebbe di scaraventare chi “scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me”. Per quanto riguarda la copertura omertosa dei vertici, c’è un proverbio siciliano che riassume bene la faccenda: U pisci feti da testa.

Senza rivelare il finale, si può dire che Vincenzo infine forse riuscirà ad avere una nuova vita?

Lascio che a rispondere sia David Clohessy. Ecco cosa dice durante l’intervista alle Iene che ho già citato: “Per favore, parlane con qualcuno che ami e di cui ti fidi, meglio non sia un uomo della Chiesa, un parente, un amico. Non portarti addosso questo peso da solo, perché puoi guarire e stare meglio, ma non se resti in silenzio, altrimenti ti consumerà dentro in modi che non puoi immaginare. Quindi trova il coraggio di raccontare quello che ti è successo. Ricordati che non è stata colpa tua, che non sei solo e che puoi stare meglio. Il dolore non durerà per sempre e tu puoi riprenderti”.

Giancarlo Zaffaroni

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