6.000.000 | La Shoah in 100 mappe | Un saggio di Georges Bensoussan, con cartografie di Mélanie Marie (Leg, 2016)

Posted on 1 aprile 2016

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shoah_mappe_sterminio_ebrei6.000.000 | La Shoah in 100 mappe

Un saggio di Georges Bensoussan, con cartografie di Mélanie Marie (Leg, 2016)

di Massimiliano Sardina

 

shoah_mappe_sterminio_ebrei (1)Per la grande macchina burocratica nazionalsocialista gli ebrei furono soprattutto numeri, null’altro che cifre da destinare, per progressiva sottrazione, all’azzeramento. L’unità (l’essere umano ridotto a mera entità numerica) sfuma nelle decine, nelle centinaia, nelle migliaia, nelle centinaia di migliaia, nei milioni, fino ad arrestarsi su una cifra drammaticamente compresa tra i 5,9 e i 6,2 milioni. Le azioni di sterminio interessarono oltre un terzo della popolazione ebraica mondiale (gli ebrei d’Europa furono letteralmente, o dovremmo dire numericamente, dimezzati). I numeri, nero su bianco, lasciano poco spazio all’immaginazione: l’oggettiva constatazione, la cosiddetta conta dei danni (stimata tutt’altro che per eccesso), rende superflua ogni interpretazione. Lo storico Georges Bensoussan – studioso di storia culturale europea, responsabile editoriale del Mémorial de la Shoah (da molti definito una vera autorità in materia di Shoah) – offre con questo saggio uno dei contributi più chiari ed esaustivi che siano stati mai redatti sulle reali proporzioni dell’Olocausto, merito anche dell’efficace sintesi visiva delle cartografie realizzate da Mélanie Marie. Allegate al saggio, non già come accessorie didascalie ma come pagine testuali vere e proprie, mappe e tabelle fissano, una volta per tutte, con l’asettica freddezza dei numeri, quello che le parole non sempre sono riuscite efficacemente a quantificare. Incasellati in griglie, cartine e grafici i numeri affermano, al di là di ogni approssimazione per eccesso o per difetto, quello che tante parole hanno troppo spesso tentato di negare o minimizzare. Una domanda su tutte: come è potuto accadere?

Quello consumatosi tra 1939 e 1945 nel cuore della moderna Europa non è stato il primo genocidio della storia e, con molta probabilità, non sarà l’ultimo. La tendenza a uccidere in massa, come ha scritto Jared Diamond, è una costante atavica nell’essere umano, e come tale può verificarsi in qualsiasi momento, a prescindere dal grado di evoluzione civile e tecnologica di una società. È un mostro che cova nell’ombra, pronto a manifestarsi con rinnovata irruenza non appena le condizioni si rivelano favorevoli. Di qui l’importanza rivestita dalle celebrazioni memoriali e da tutti quei contributi (saggi, diari, film, mostre, convegni…) che mantengono acceso il ricordo nelle nuove generazioni. Comprendere una tragedia come quella della Shoah richiede un complesso lavoro interiore, una riflessione tanto profonda quanto disincantata sulla natura umana e le sue derive, e tuttavia per quanto ci si sforzi non se ne ricavano che ulteriori interrogativi. Disconnesso dal significato liturgico, il termine ebraico “Shoah” sta per “distruzione degli ebrei d’Europa”. «Analizzare un simile evento attraverso la cartografia – scrive Bensoussan nelle note introduttive – consente di osservare i problemi da un’angolazione diversa.» L’eliminazione in massa degli ebrei non è stata soltanto una diretta conseguenza delle politiche espansionistiche del Terzo Reich. Gli ebrei sono stati sterminati innanzitutto in quanto tali. Dietro il massacro ha agito un sentimento paranoide, un’ideologia antica e strutturata, alimentata per secoli dal cristianesimo.

Giudeofobia e antisemitismo si sono sviluppati in parallelo al processo di emancipazione del popolo ebraico, e soprattutto tra Germania e Austria hanno trovato un terreno fertile sul quale attecchire. Il crescendo dell’odio è drammaticamente compreso tra due date: il 1882 (anno del 1° congresso internazionale antisemita, svoltosi a Dresda) e il 1925 (anno di pubblicazione del Mein Kampf, la bibbia del nazionalsocialismo redatta da Adolf Hitler). L’NSDAP – il Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi (che in origine non era che una delle tante associazioni nazionaliste di estrema destra) – fino al 1928 raccoglie un’adesione piuttosto tiepida, solo il 3% dei seggi al Reichstag. Provvidenziale per le sorti del partito si rivela la crisi economica degli Stati Uniti, subito gravida di conseguenze anche sul vecchio continente. Hitler non deve far altro che cavalcare il malcontento della popolazione tedesca, afflitta da disoccupazione, povertà, incertezze sul futuro… e qual miglior occasione per riversare la colpa su un unico responsabile: il nemico per antonomasia, la quintessenza del male, l’infestante gramigna nel prato in fiore della grande Germania. Nel ’30 i seggi salgono a 107, e nel ’32 a 196. Il 30 gennaio 1933 Hitler, conquistato il consenso, prende il potere e forma il suo governo. Due mesi dopo viene aperto a Dachau il primo campo di concentramento. Appollaiato sul suo nido d’aquila, un bunker-deluxe arroccato su una cima delle alpi bavaresi, Hitler sogna di conquistare il mondo. Punta avvelenata di una piramide costellata da nefandi gerarchi, Hitler era, per usare le parole di Thomas Mann: «Un impostore isterico, una patetica nullità che ha saputo sfruttare la disperazione e il disagio di un’epoca assetata di fede con l’astuta ostinazione di un demente, con lo scopo di elevare se stesso.» Un demente, una patetica nullità, ma con ogni evidenza lucido abbastanza da saper pianificare l’eliminazione di 6.000.000 di esseri umani.

Heinrich Himmler (left) and Adolf Hitler (third from left) observe Stormtroop maneuvers in January 1941.

All’indomani del suo insediamento il regime adotta subito le prime misure antiebraiche. La campagna contro l’ebreo ricalca all’inizio i vecchi cliché della demonologia medioevale, ma ben presto tutte le azioni convergono in un marketing mirato ed efficace, funzionale al consolidamento di un’identità nazionale aderente al partito: l’individuazione del “nemico comune”, fomentato ad arte (premendo sulla xenofobia latente in ogni cultura o religione), diventa il vero carburante del Terzo Reich. Il processo di emancipazione delle minoranze ebraiche europee – iniziato all’indomani della Rivoluzione francese e proseguito lungo tutto il XIX secolo, con picchi di grande vivacità culturale in Austria e Germania tra il 1880 e la fine degli anni Venti – subisce nel ’33 un brusco arresto. Nella Germania pre-hitleriana quasi un premio Nobel su tre se lo aggiudicava di buon merito un ebreo; non occorre menzionare Einstein, Mahler, Schönberg o Freud per capire quali livelli di eccellenza popolassero le comunità ebraiche del centro Europa e quale linfa creativa scorresse nelle nuove generazioni (basti pensare a Charlotte Salomon). «Questi successi – scrive Bensoussan – danno vita a una violenta concorrenza sociale nei ceti borghesi e, in ogni luogo, a una equivalente reazione dettata dall’invidia.» Occorre dunque togliere all’ebreo per dare al tedesco. Dalla requisizione dell’oggetto (il bene materiale) si passerà di lì a poco, in ossequio alla stessa rigida e fredda procedura, a quella del soggetto (il bene immateriale), in un’unica soluzione di continuità.

Il numero trionfa sulla perdita di senso della parola e di ogni sentimento umano. Fresca di scettro e di corona, la nuova dittatura si adopera come meglio può per ingraziarsi una fiera e orgogliosa sudditanza, e con un battage di scenografie e coreografie che non ha eguali nella storia non tarda a piegare l’intero Paese in una commossa patriottica genuflessione. Prima sedotto, poi manipolato e infine aizzato contro l’ebreo (incarnazione contingente del nemico immaginario), il popolo tedesco si fa fin da subito volenteroso carnefice, operoso scagnozzo del padrone. Idolatrato dalle folle, il Führer è salutato all’unanimità come il salvatore, l’uomo della provvidenza che farà risorgere in tutto il suo splendore il grande popolo tedesco, affrancato una volta per tutte dal nemico interno. Ecco affiorare nuovamente la medesima domanda: come è stato possibile? Perché un intero Paese, un popolo evoluto e civile come quello tedesco ha ritenuto giusto odiare e discriminare così violentemente un altro popolo? (“altro” per modo di dire, vista la folta compagine di ebrei-tedeschi così ben integrata in ogni angolo di Germania). Perché tanta cieca obbedienza? Forse la risposta, brutale e tremenda, per citare nuovamente Diamond, risiede nella nostra natura recondita di animali territoriali. Al nazismo è bastato soffiare sulla brace mai sopita della passione antigiudaica per risvegliare la figura fantasmagorica dell’ebreo traditore, causa di tutti i mali del mondo.

La campagna antiebraica, condotta dal regime con ogni mezzo mediatico – dai libri illustrati per l’infanzia (dove l’ebreo ha fattezze di fungo velenoso), ai giochi di società (gioco dell’oca con caccia all’ebreo), alle canzonette, fino alle aberranti teorie divulgate nei testi letterari e scientifici – ha fomentato in tutti gli strati della società la supposta esistenza di un “complotto ebraico”. La propaganda antisemita stigmatizza una figura già tratteggiata da secoli di storia, ma le assegna una valenza nuova in una precisa connotazione spazio-temporale. Per colpire a morte la piovra ebraica bisogna reciderne con forza tutti i tentacoli, solo così la Germania potrà liberarsi definitivamente dalla morsa che la affligge, e risorgere sana e forte. Sull’ebreo (uomo o donna, vecchio o bambino, ricco o povero, professore o studente, medico o paziente, esercente o cliente… tutti, nessuno escluso, in qualunque corpo non ancora cadavere scorra una sola goccia di quel sangue dannato) si catalizza un odio tanto concreto quanto astratto, un disprezzo al contempo accanito e ingiustificato, un’avversione paranoide sempre più radicata, in altre parole una condanna istituzionalizzata.

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Tra ’33 e ’35 Hitler allinea partito e apparati statali: con la Gleichschaltung prende avvio la grande macchina dell’antisemitismo burocratico sistematico; in questo stesso frangente si forma la Gestapo (la polizia segreta di Stato), il feroce apparato repressivo diretto da Himmler e Heydrich. Con la legge del 7 aprile 1933 gli ebrei furono esclusi dalle funzioni pubbliche. Via professori, docenti, medici…, entro il settembre dello stesso anno tutti gli ebrei vennero sollevati dalle professioni giuridiche, finanziarie, artistiche e culturali. Numerosi libri scritti da ebrei, e quindi giudicati antitedeschi, vengono bruciati nelle piazze. Queste prime misure antiebraiche coincisero con l’emigrazione di circa il 10% della comunità ebraica tedesca (la Germania contava 550.000 ebrei, ossia meno dell’1% dell’intera popolazione). Nel ’35 le leggi di Norimberga conferiscono diritti civili e politici solo ai tedeschi. Le progressive misure di esclusione – si veda la tabella cronologica ’33-’38 realizzata da Mélanie Marie – culmineranno, nel novembre ’38, nell’orrore della “notte dei cristalli”, dove persero la vita oltre 2.500 ebrei. L’inasprimento repressivo, l’impennata delle violenze antisemite tra ’38 e ’39, rende chiaro alla comunità ebraico-tedesca che ormai l’unica prospettiva auspicabile è quella della fuga dalla Germania. Procurarsi i visti d’ingresso per un altro Paese era pressoché impossibile. Un po’ come accade oggi: gli emigranti non li vuole nessuno. I più fortunati (come Einstein che raggiunse l’America) riuscirono a emigrare, per tutti gli altri le cose andarono diversamente.

In un primo momento l’azione persecutoria nazista aveva come obiettivo solo l’espulsione degli ebrei dal Reich. Il genocidio non è stato un “delitto premeditato”, perlomeno non lo è stato dall’inizio. È la sostanziale impraticabilità della grande espulsione a far dirottare tutto sul piano B della “soluzione finale”: l’eliminazione fisica degli ebrei e la loro polverizzazione. Tra il ’39 e il ’41 la cosiddetta “questione ebraica” aveva raggiunto proporzioni tali che nessuna politica di migrazione forzata sarebbe stata in grado di affrontare efficacemente, soprattutto in pieno regime di guerra mondiale. In attesa della “soluzione finale della questione ebraica”, tra ’39 e ’42 gli ebrei vengono stipati nei ghetti, anticamere dei campi di concentramento. Il progetto d’espulsione dell’ebreo parassita è strettamente legato al mito germanico della purezza della razza; l’antico sangue tedesco, secondo le deliranti convinzioni dei nazisti, andava assolutamente epurato dal morbo appestante della genia ebraica, preservato attraverso un accurato processo di “riproduzione selettiva”, e infine destinato a ripopolare una civiltà perfetta. Studi e progetti di “igiene razziale” preesistevano al nazismo, in stretta correlazione con il cosiddetto movimento eugenetico, attivo in Europa nella seconda metà dell’Ottocento. Il termine “eugenetica” venne coniato nel 1883 dal naturalista britannico Francis Galton; l’equivalente in lingua tedesca “rassenhygiene” venne proposto una decina d’anni dopo dall’economista Alfred Ploetz. Antidoto contro ogni degenerazione – malattie fisiche e mentali, tendenze criminali, orientamenti sessuali considerati deviati, alcolismo… – l’eugenetica avrebbe debellato definitivamente tutti quei mali contratti per via ereditaria, e ripristinato la sana e robusta purezza della razza ariana.

Contro le “vite indegne di essere vissute” i medici nazisti attuarono, tra ’39 e ’41, due vergognosi programmi: il T4 (piano di eliminazione dei malati mentali) e il 14f13 (piano di eliminazione dei diversamente abili). Su decine di migliaia di malati, molti dei quali bambini, questi medici inflissero la cosiddetta “morte misericordiosa” (con iniezione letale o lasciandoli deperire per inedia). Come abbiamo già osservato, la “questione ebraica”, prima del campo di concentramento, ha trovato temporaneo contenimento nel ghetto, che del campo costituisce una previa configurazione; ammassati nei ghetti gli ebrei erano per la gran parte ignari del destino che sarebbe toccato loro in sorte una volta fuori, e, d’altra parte, quale immaginazione avrebbe potuto spingersi fino a tanto orrore?  Nei ghetti i nazisti pianificarono una lenta morte per selezione, alimentata dalla fame (il razionamento non superava le 200 calorie pro capite), dal freddo e dalle frequenti malattie epidemiche. Le penose deportazioni sui convogli con vagoni-bestiame infieriscono su una popolazione già sfiancata e debilitata. La guerra totale contro la Russia (e contro il progressivo coinvolgimento degli Stati Uniti) si fa Vernichtungskrieg, ossia una guerra di sterminio; è alla fine del dicembre del ’41 che, con molta probabilità, il Führer avvia lo sterminio sistematico di tutti gli ebrei d’Europa. «La mondializzazione della guerra – sintetizza bene Bensoussan – accelera la radicalizzazione del genocidio. Essa risveglia lo spettro di una Germania in lotta sola contro tutti per la propria sopravvivenza. Da qui la decisione di liquidare subito questo nemico interno, al quale il Reich hitleriano imputa una volontà sterminatrice che altro non è che la propria.»

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Il genocidio si profila quale fantasia malata di un mondo senza nemici. Fuori dai campi i massacri e le fucilazioni delle Einsatzgruppen sterminano, tra il giugno del ’41 e il dicembre del ’42, oltre un milione e mezzo di ebrei. «Gli ebrei sono selvaggina non protetta» scrive un soldato tedesco sul fronte orientale nel 1941. Oltre due milioni di prigionieri di guerra sovietici perirono nel breve volgere di pochi mesi (giugno ’41 – febbraio ’42), perlopiù per denutrizione o malattie; la mattanza subì una leggera flessione dopo il febbraio del ’42, ma solo perché la grande macchina tedesca necessitava di manodopera. Nel 1942 il terzo Reich tocca l’acme della sua brutale politica espansionistica sui territori d’Europa; è un anno nero: vi trova la morte ben la metà delle vittime della “soluzione finale”. Una svolta decisiva nelle dinamiche delle persecuzioni si era già avviata nel settembre del ’39 dopo l’invasione della Polonia, ma è dal dicembre ’41, come abbiamo già sottolineato, che il progetto (prima incerto, poi sistematico) del genocidio comincia a concretizzarsi su scala continentale. Lo sterminio degli ebrei polacchi avviene nell’arco di un anno e mezzo, parallelamente ai massacri compiuti fuori dai campi dalle Einsatzgruppen. Con l’operazione Aktion Reinhardt, condotta da Himmler, Höfle e Heydrich tra l’inizio del ’42 e l’ottobre del ’43, vengono sterminati circa 1.700.000 esseri umani (per la maggior parte ebrei polacchi) in apposite “fabbriche per la macellazione” (Belzec, Sobibor e Treblinka).

Il primo modello di centro di sterminio viene inaugurato a Belzec: recinzione in filo spinato sorvegliata da torrette di guardia, area ferroviaria (ricezione e smistamento prigionieri), area amministrativa, baracche guardie e baracche prigionieri, depositi dei beni confiscati, bagni e spogliatoi, cucine, cortili e area impiccagioni; all’area di sterminio si accede attraverso “il tubo”, un budello che conduce alle camere a gas. Solo a Belzec hanno perso la vita tra 480.000 e 600.000 ebrei. La liquidazione dei ghetti, tra ’42 e ’44, mette in moto la catena di montaggio della “soluzione finale”. Nei flussi delle deportazioni molte vittime annegano ben prima di giungere a destinazione; i vagoni diretti ai campi – gonfi di esseri umani accatastati come merce, costretti a estenuanti traversate di giorni e giorni senza cibo né acqua – sono già prefigurazione di tombe e fosse comuni. Questa lucida prassi del prelievo a domicilio ribalta le dinamiche canoniche tra chi uccide e chi è ucciso; come fa notare Bensoussan: «Se l’assassino, di norma, suole farsi incontro alla sua vittima, qui dall’Europa intera sono state le vittime a essere dirette verso i propri aguzzini, per venire eliminate in luoghi appositamente studiati per quest’unico scopo.»

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All’urgenza di uccidere si accompagna quella di nascondere e dissimulare. I nazisti sono ben consapevoli di star compiendo un orrore ingiustificabile, ecco perché si premurano in ogni modo di far sparire quante più tracce possibili; nelle settimane che precedettero la disfatta le alte gerarchie ordinarono la distruzione di tutti i documenti compromettenti, compresi i campi stessi. Sulla base di ciò che è scampato alla cancellazione (l’incredibile mole dell’efficientissima burocrazia nazista), ma soprattutto grazie alle testimonianze di chi è sopravvissuto all’orrore dei campi, è stato possibile ricostruire quanto accaduto, a dispetto d’ogni delirio negazionista. Metonimo di Shoah è Auschwitz-Birkenau, il campo di sterminio dove furono deportati 1.300.000 esseri umani, 900.000 dei quali gasati all’arrivo. Dopo le selezioni sulla Judenrampe, che decidevano chi poteva lavorare e chi no, il destino del prigioniero era tracciato. Lo scrittore Primo Levi, che visse il momento della selezione sulla sua pelle, in Se questo è un uomo scrive: «La SS, nella frazione di secondo fra due passaggi successivi, con uno sguardo di faccia e di schiena giudica della sorte di ognuno, e consegna a sua volta la scheda all’uomo alla sua destra o all’uomo alla sua sinistra, e questo è la vita o la morte di ciascuno di noi.» Dopo la selezione segue la spoliazione dei beni (oggetti di valore, gioielli, denti d’oro, monete); la requisizione si allarga dal vestito (subito sostituito con una casacca) all’identità (tatuazione di un numero d’identificazione che sostituisce definitivamente il nome).

Ad Auschwitz chi è destinato al lavoro ritarda solo di poco la sua morte, una morte che può sopraggiungere in qualsiasi istante (magari inflitta per capriccio da una guardia, laddove non intervengano prima l’inedia o la malattia). Selezione, gasazione, cremazione. I campi di sterminio macinano senza sosta. Alla fine della guerra solo ad Auschwitz si contano 1.100.000 vittime (di cui il 90% ebrei europei). La cronologia dell’Olocausto – tra le esecuzione delle Einsatzgruppen, la concentrazione nei ghetti, le deportazioni, i campi di sterminio e le marce della morte – conta 1.200.000 vittime nel 1941, 2.700.000 nel 1942 (che ribadiamo esser stato l’anno nero del genocidio), 1.000.000 nel 1943, 1.100.000 nel 1944, 300.000 nel 1945, per un bilancio complessivo che oscilla tra i 5.900.000 e i 6.200.000 di vittime. Numeri. Cumuli di esseri umani ridotti prima in numeri e poi in cenere. «Contro di noi tutto era lecito – scrive Wladimir Rabi – […] Siamo stati la spazzatura del mondo.» Alla fine del ’42 la tragedia della Shoah era nota sia agli Alleati che ai Paesi neutrali. Tutti sapevano, compreso il caro Pio XII, ma nessuno fece nulla di concreto per salvare il popolo ebraico. «Non bisogna far sapere ciò che accade agli ebrei – scriveva l’arcivescovo ungherese di Eger, monsignor Czapik – […] è la punizione appropriata per i loro crimini del passato.» La lista dei colpevoli è lunga. Difficile stringere il cerchio delle responsabilità. I criminali indiretti – i volenterosi carnefici del popolo tedesco e austriaco, e tutti quei governi che negarono i visti d’ingresso agli ebrei in fuga – non furono meno responsabili dei criminali tout court. «L’incubo – scrive Bensoussan  – non termina con la fine dei massacri: il trauma da esso generato si trasmette di generazione in generazione. Il dolore non è quantificabile, e né le statistiche né le teorie possono rendere conto di tutte le vite stroncate individualmente

Sfumata l’utopia hitleriana, la progressiva disfatta del Reich, tra fine ’44 e inizi ’45, innesca la disgregazione della trama gerarchica nella catena di comando: SS, guardie, custodi, membri della Hitlerjugend e semplici civili si abbandonano a un ultimo sadico rigurgito di violenza. L’ebreo subisce fino all’ultimo istante che precede la liberazione. Hitler incitò alla lotta contro l’ebreo fino al giorno del suo suicidio. Anche se non è possibile offrire un dato del tutto preciso, si stima che oltre un terzo della popolazione ebraica mondiale abbia perso la vita sotto gli strali nazisti. Questi i dati percentuali: il 15% delle vittime ha trovato la morte nei ghetti e nei campi di concentramento; il 35% nel corso dei massacri compiuti dalle Einsatzgruppen; il restante 50% è perito nei campi di sterminio e nelle marce della morte. Da questi 6.000.000 di vittime è purtroppo possibile ricavare un altro numero: 1.500.000 erano bambini.

Massimiliano Sardina

 


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Cover Amedit n. 26 – Marzo 2016 “Etica-Mimetica” by Iano

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