TI GUARDO Storia di un ragazzo fuori fuoco | Un film di Lorenzo Vigas, visto e recensito da Amedit

Posted on 23 marzo 2016

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TI GUARDO

Storia di un ragazzo fuori fuoco | Un film di Lorenzo Vigas

di Carlo Camboni

 

Padri assenti e distanti, figli cresciuti troppo in fretta e consegnati alla strada, silenzi, conflitti irrisolti, cruising tra le caotiche e pericolose periferie di Caracas, tanti possibili incontri, coesioni labili, qualche marchettaro rimorchiato in strada, officine scalcinate, denaro sporco, dialoghi scarni e spesso magnificamente inutili, gestualità e riti di quartiere, personaggi ambigui e irrisolti in cerca di un’identità possibile, un’identità che non si focalizza mai, sfidando la vita a calci e pugni nell’attesa. Guardare ma non toccare. Questa distanza di sicurezza (carnale e al contempo frigida) è la scelta consapevole di un bell’uomo di mezza età, Armando, che batte strade e autobus a caccia di ragazzi di vita, giovani sbandati che posano goffamente per lui cercando di soddisfare la legge del suo desiderio barattato per pochi soldi, un distacco fisico che nella psiche ermetica di Armando è anche esistenziale: le differenze economiche e sociali tra lui e i ragazzi che paga suggeriscono una incolmabile lontananza emotiva e, infatti, il sesso è vissuto come mero scambio equo a rischio emotivo pari a zero. Uno di questi ragazzi, Elder, uguale a tutti gli altri ma diverso, sarà fatalmente il prescelto. Violento, bello, scaltro, eterosessuale (almeno fino a quando, a modo suo,  non si innamorerà di Armando), povero, disponibile: ha tutto per soddisfare l’interesse emotivo e sessuale del benestante Armando, che al di là della dura scorza ne percepisce subito la malcelata vulnerabilità e un’inconfessabile bisogno di tenerezza.

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Fin dalle prime inquadrature di Ti guardo (in originale Desde Allà) c’è una ben calibrata manipolazione della messa a fuoco, una soluzione linguistica che sembra sottolineare: niente è così nitido come sembra (la chiarezza sfuma irrimediabilmente nella complessità). Lorenzo Vigas – regista, sceneggiatore e produttore cinematografico venezuelano (figlio del noto pittore Oswaldo Vigas) – gira il suo primo lungometraggio facendo ampio uso di focali corte e fuori fuoco, una scelta mirata che gli permette di amplificare considerevolmente l’ambiguità del racconto evitando un discorso filmico retorico. Pedinando Armando e Elder come un voyeur impazzito, il regista ci concede parallelamente di intravedere i palazzi anonimi dell’eterna periferia di tutto il mondo, ma senza preoccuparsi troppo di rappresentarla, tutto è già stato visto in infinite altre intercambiabili panoramiche, quindi isola i protagonisti da quello stesso mondo, ne ritaglia i profili inquieti, lasciandoli immersi nello spazio diegetico, come se fluttuassero gravidi di dolore e solitudine tra downtown, grattacieli e periferie, incapaci di avere relazioni che non siano fondate sul denaro o la convenienza. Culturalmente e socialmente diversi, tanto distanti quanto complementari, i due personaggi si cercano e si usano sino a perdersi in una relazione violenta e priva di sentimenti conosciuti dove lo spettatore è legittimato a immaginare una dipendenza sadomasochistica, ma è una falsa pista. La dimensione virtuosistica, a tratti compiaciuta ma mai didascalica, del linguaggio cinematografico di Lorenzo Vigas si accentua, se possibile, nello scandagliare gli interni squallidi (e stavolta a fuoco) della camera del giovane Elder, elementi miseri ma ricchi di piccoli dettagli che raccontano una vita di rinunce dolorose, un microcosmo commovente e delicato che assume rilevanza rispetto alla realtà quotidiana fatta di grandi ossessioni e sopiti traumi infantili.

I personaggi di contorno (che pur rimanendo sullo sfondo sono ben individuati con efficace sintesi visiva) raccontano di possibilità meno inquietanti, come la madre di Elder che capisce più di quanto non voglia dire, ma l’urgenza di affinare il racconto (e modularlo seguendo il gioco pericoloso tra attrazione e repulsione dei due protagonisti) non concede tregua, per cui Vigas torna al ragazzo fuori fuoco e alla sua dolorosa alienazione, accentuata dall’ambiente omofobico e claustrofobico che lo circonda. Nelle ultime scene, sorprendentemente, tutto si ribalta, offrendo nel colpo di scena una ulteriore chiave di lettura, se possibile ancora più complessa e sfocata. Nessuna etichetta per questo bel film, premiato col Leone d’Oro alla 72ª Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia, l’unico riferimento possibile è, per certi versi, Eastern boys di Robin Campillo; non è propriamente un dramma gay, non aspira ad esserlo, ma è in ultima istanza un film che riflette sulla manipolazione, sulla fascinazione delle sensazioni impercettibili che spingono un uomo tra le braccia di un altro al netto di convenzioni romantiche bandite e rifiutate in nome della complessità di personaggi che sono al contempo strutturati e sfuggenti… e il merito della resa cinematografica dei caratteri va ai due bravi attori, Castro in particolare, che avvolge il suo Armando in un silenzio e una calma apparente che rendono perfettamente il mistero che porta in sé. Di Lorenzo Vigas segnaliamo inoltre Los elefantes nunca olvidan, un interessante cortometraggio girato in Messico e presentato nel 2004 al Festival di Cannes.

Carlo Camboni


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Cover Amedit n. 26 – Marzo 2016 “Etica-Mimetica” by Iano

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 26 – Marzo 2016.

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