L’INVIOLABILE SACRALITÀ DEL CORPO | Il figlio di Saul | un film di László Nemes, visto e recensito da Amedit

Posted on 23 marzo 2016

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figlio_di_saul_laszlo_nemesL’INVIOLABILE SACRALITÀ DEL CORPO

Il figlio di Saul | un film di  László Nemes

di Leone Maria Anselmi

Auschwitz, 1944. Saul Ausländer è prigioniero nel campo di concentramento. I nazisti lo hanno assegnato all’unità speciale Sonderkommando, dove è obbligato a svolgere una delle mansioni più disumane e aberranti: bruciare i cadaveri straziati della sua gente. Ha un solo obiettivo: dare degna sepoltura al corpo di suo figlio. Tra mille difficoltà riuscirà a recuperarne il cadavere, e a nasconderlo sotto gli stracci del suo giaciglio. In ossequio alle prescrizioni del suo credo religioso Saul si metterà anche alla disperata ricerca di un rabbino, il detentore delle parole magiche, il ponte tra martirio terrestre e sollievo celeste. È più che mai deciso a sacrificare la sua stessa vita, o quel che ne resta, pur di riuscire in questa impresa. Non tutto è perduto per Saul. È nel ventre dell’inferno, ma riesce a scorgere una remota speranza cui aggrapparsi. László Nemes, regista ungherese, è al suo esordio nel lungometraggio.

Diciamo innanzitutto che il tema in oggetto lo riguarda molto da vicino poiché buona parte della sua famiglia fu sterminata proprio ad Auschwitz. Nemes adotta tutte le strategie e le accortezze possibili per non cadere nei cliché dei film di genere, e sceglie di indagare la realtà dei campi di sterminio da un’ottica nuova ed esasperatamente ravvicinata. Fin dai primi fotogrammi la telecamera è posizionata alle spalle del protagonista, all’altezza della sua nuca. Nemes mette lo spettatore letteralmente in fila, pigiato al prigioniero Saul e a quella grande X rossa marchiata sulla sua logora uniforme. Il segno rosso fa di Saul un bersaglio mobile, un condannato sempre a un passo dal patibolo, una vita insignificante sopprimibile in qualsiasi momento; la X è soprattutto negazione, la segnalazione di un errore, di una cosa sbagliata, da cancellare, da annullare. Questo è l’ebreo per le SS al comando del campo: null’altro che l’ingombro di un corpo, di un cadavere che ancora si ostina a respirare, uno zombie. Ed è dietro a questo zombie – anemico, denutrito, zoppicante, talmente forgiato dalla pena da apparire completamente inespressivo – che il regista ci costringe a camminare, quasi che fosse poi il nostro turno, prigionieri anche noi, anche noi marchiati e destinati al fuoco.

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Nemes spinge la soggettiva all’estremo, incolonna lo spettatore alle spalle della vittima, lo coinvolge fisicamente nella tragedia, lo fa agnello e lo getta nella gabbia dei leoni. L’atmosfera è claustrofobica. La compressione quasi quadrangolare dell’inquadratura sottolinea e rafforza lo spazio asfittico e mortifero. Nemes censura l’orrore oscurandolo parzialmente con la sagoma di Saul, lasciandolo offuscato sullo sfondo. Nulla o quasi è mostrato. Ci pensa l’audio, fin troppo didascalico, a raccontare quel che non è dato vedere. Selezione, camera a gas, forno crematorio. L’unità speciale Sonderkommando lavora a getto continuo, in un’unica soluzione di continuità. Migliaia di esseri umani ridotti in cenere. La catena di montaggio nel lungo periodo diventa routine, un’azione meccanica non più legata alla consapevolezza, di qui l’inespressività dei volti, gli sguardi spenti e quell’istinto di sopravvivenza quasi animale. Non sappiamo se il corpo del ragazzo che Saul decide di preservare (dalle autopsie sperimentali prima che dalla morte) sia veramente quello di suo figlio. «Tu non hai figli» gli dice uno dei prigionieri, come per riportarlo alla realtà, ma Saul non sente ragioni, non ha altra preoccupazione che portare a compimento la sua folle impresa, e poco importa se quello sia o no suo figlio. Son of Saul è un film sull’inviolabile sacralità del corpo, e su quell’innocenza così indissolubilmente legata alla giovinezza.

Quanto è vero che chi salva una vita salva l’umanità intera; qui ad essere portato in salvo però è solo un cadavere, un corpicino adolescente malauguratamente sopravvissuto alle inalazioni di Zyklon B e poi soffocato manualmente da un medico nazista (e tutto sotto gli occhi di Saul, che non può che assistere impotente). Nel volergli dare degna sepoltura in presenza di un rabbino, come richiede il rituale funebre ebraico, Saul persegue l’unico riscatto in suo potere, la sola consolazione che gli è concessa in tanta desolazione. Ce la farà. In barba ai colpi di mitraglia, nel bel mezzo di una rivolta, riuscirà a portare il figlio fuori dal campo di sterminio. Sottratto alle lingue del fuoco inceneritore il corpicino finirà nelle acque di un fiume poco distante, mondato dalla sozzura nazista e purificato, ribattezzato, salvato. Dopo di che nulla pare avere più senso, nemmeno la sopravvivenza di Saul fuggitivo nella boscaglia. Eccolo finalmente sorridere, sul finale, di un sorriso liberatorio e fanciullesco. Un sorriso rivolto a chi? Al fantasma di suo figlio? A quello del ragazzino, forse complice delle SS, che lo scova in mezzo al bosco? A quello dello spettatore? Saul sorride perché, in un caso come nell’altro, la sua missione su un piano strettamente simbolico può dirsi compiuta. Suo figlio è salvo, sprofondato tra i flutti benedetti, lontano dal puzzo nauseabondo della pira immonda, lontano dal male, lontano dalla crudeltà degli uomini.

Leone Maria Anselmi


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Cover Amedit n. 26 – Marzo 2016 “Etica-Mimetica” by Iano

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Posted in: Cinema, Eventi & News