LA NECROBAMBOLA DI PADRE PIO | Un fantoccio da museo delle cere si sovrappone a un cadavere ormai disfatto

Posted on 23 marzo 2016

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corpo_padre_pio_necrobambolaLA NECROBAMBOLA DI PADRE PIO

Un fantoccio da museo delle cere si sovrappone a un cadavere ormai disfatto

di Giuseppe Maggiore

Dal 3 all’11 febbraio scorso Roma ha ospitato le spoglie mortali di san Pio da Pietrelcina e di san Leopoldo Mandic, rispettivamente provenienti da San Giovanni Rotondo e da Padova. In particolare, l’arrivo della salma di padre Pio è stato salutato come uno degli eventi clou del Giubileo della Misericordia indetto dalla Chiesa. Per il trasporto della salma sono state adottate misure speciali analoghe a quelle previste per i Capi di Stato, una No Fly Zone sui cieli della Puglia, un imponente dispiegamento di forze dell’ordine e tanto, tanto denaro pubblico (100 mila euro solo da parte della Regione Puglia). Un’operazione molto dispendiosa, promossa dallo stesso papa Francesco, che nelle reali intenzioni avrebbe dovuto assolvere a una duplice funzione: risollevare le sorti di un giubileo naufragato già sul nascere, e al contempo rivitalizzare un culto (quello di padre Pio) che si appresta al suo declino. In altre parole, un’efficace operazione di marketing strategico che si rivolge a un target ben preciso, quello della pietà popolare. Sul corpo mummificato del frate di Pietrelcina si sono dunque poste le sorti di questo giubileo partito in sordina e tiepidamente accolto dalla popolazione cattolica; un giubileo che non è riuscito a raggiungere e a riunificare le tante anime ormai disarticolate di una Chiesa lacerata da troppe contraddizioni interne.

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Erano tante le aspettative di Roma Capitale su questo Anno Santo, e di sicuro ingenti sono stati i finanziamenti elargiti con denaro pubblico, ma i tanto sperati frutti, stavolta, non si sono visti.  Deluso il Vaticano, delusi gli operatori turistici e gli albergatori, delusi i bottegai. Giù, al Gargano, si respira la stessa aria di contrizione; la miniera d’oro del sacro ha smesso di produrre ricchezza. Al convento i pellegrini scarseggiano, le cassette delle offerte languono. E languono anche gli alberghi e i ristoranti di quell’orribile città-albergo costruita intorno a esso. Il miracolo economico di Padre Pio è ormai al suo declino; non rimane che la violenza edilizia inferta a uno degli angoli più incantevoli d’Italia. L’originario alone di spiritualità, qui come altrove, è stato risucchiato negli ingranaggi della macchina economica. Il mercimonio della fede, che tra un Ave un Pater e un Gloria esige denaro in cambio d’una benedizione, denaro per un’intercessione, denaro che la spicciola pietà popolare elargisce credendo di poter così acquistare grazie e protezione.

Il santo è morto, sennò quel denaro lo avrebbe utilizzato per farne qualcos’altro, qualcosa di utile all’umanità, come quella mirabile Casa del Sollievo della Sofferenza, rimasta unica espressione di una santità che una volta tanto si prende cura dell’uomo qui e ora. Oggi un rosario, una statuina, una spilletta o un quadretto sono tutto ciò che il convento passa a fronte dei fiumi di denaro che incassa.  E di denaro qui ne è passato tanto, soprattutto quando questa era una delle mete più gettonate del turismo religioso, quando più era in voga la moda di Padre Pio. Perché anche i santi, ahimè, subiscono l’implacabile legge delle mode. Il santo è morto, e il suo corpo (o ciò che ne rimane) è l’oggetto stesso della sua più proficua eredità. Pochi lacerti e un’accozzaglia di ossa in verità; le ineluttabili leggi della natura non hanno riservato al corpo di Francesco Forgione, alias padre Pio, il privilegio d’una santa incorruttibilità.

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Ciò che viene presentato all’ammirazione dei fedeli, tra lo sfavillio dell’oro che riveste la sua tomba faraonica, altro non è che un simulacro, un abile lavoro di ricomposizione per mezzo di garze imbottite e silicone; il fantoccio da museo delle cere che si sovrappone alla concretezza d’un cadavere ormai disfatto, a uso e consumo della credulità popolare. L’aspetto più retrivo di una religiosità che ancora si nutre di questi macabri culti feticistici è qui magnificamente esemplato, e altresì incoraggiato anche ai piani alti della gerarchia ecclesiastica. Se il Vaticano arriva a usare questa necrobambola per farne un’attrattiva, se spetta a un cadavere  risollevare le sorti di un giubileo, ciò denuncia una Chiesa ormai povera di strumenti sul piano spirituale, lo svilimento del potere evangelizzatore che dovrebbe stare alla base della sua missione. Il santo in trasferta a Roma alla fine ha compiuto l’atteso miracolo; i fedeli sono accorsi numerosi, ma il bilancio sembra ancora una volta essersi chiuso in rosso, nel rapporto tra spesa pubblica sostenuta e apporto di denaro da parte dei pellegrini. Certamente tanti selfie sullo sfondo della barbuta bambola dormiente, unico e poco dispendioso souvenir.

Giuseppe Maggiore

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