IO NON SONO RESPONSABILE | The Eichmann Show | un film di Paul Andrew Williams, visto e recensito da Amedit

Posted on 23 marzo 2016

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The Eichmann Show | un film di Paul Andrew Williams

di Leone Maria Anselmi

 

In The Eichmann Show Paul Andrew Williams ricostruisce scena e retroscena di uno dei più importanti e cruciali processi della storia, quello celebrato nel 1961 in Israele contro l’immondo criminale nazista Otto Adolf Eichmann. Fervente antisemita, zelante burocrate del male, Eichmann eguagliò in brutalità grossi gerarchi della schiatta di Heydrich, di Himmler o lo stesso Hitler. Aveva talmente in odio gli ebrei dal non tollerare di dover respirare per un solo istante la loro stessa aria. Le testimonianze sulla sua sadica crudeltà sono numerosissime. Si distinse in qualità di esperto degli spostamenti di massa degli ebrei, fu in altre parole il coordinatore logistico della macchina delle deportazioni (dai ghetti ai convogli diretti ad Auschwitz). Fino alla fine della guerra mantenne un ruolo di primo piano, e si distinse come uno dei più efficienti esecutori materiali dell’Olocausto. Finita la guerra riuscì a rifugiarsi in Argentina. Dopo lunghe ricerche venne catturato nel 1960 a Buenos Aires dai servizi segreti israeliani. Il processo Eichmann fu il primo processo a un criminale nazista in terra di Israele.

Se disponiamo di una documentazione filmata lo dobbiamo all’intraprendenza e al coraggio del produttore televisivo Milton Fruchtman, che affidò la regia a Leo Hurwitz. Per stemperare l’invasività delle telecamere, all’epoca molto ingombranti (oltre che mal tollerate dai giudici), venne adottato un astuto escamotage, quello di nasconderle dietro pannelli lignei, il tutto ben mimetizzato alla boiserie dell’aula. Nonostante le intimidazioni e le minacce di morte – il nazional-socialismo non è morto e, fuori dal tribunale, tenta di sferrare gli ultimi colpi di coda – la troupe è più che mai decisa a filmare, a registrare e a trasmettere la verità della Shoah al mondo intero. Hurwitz stringe sul primo piano di Eichmann. Da quel volto di ghiaccio, stretto in una smorfia blindata, non trapela alcuna emozione. Il criminale presenzia, ascolta, fornisce risposte brevi ma non partecipa emotivamente, non è lì. Nella cabina che lo ospita è come un pesce in un acquario, sempre uguale a se stesso, sempre concentrato nella stessa traiettoria, con pochissime varianti. È il ritratto della noiosa banalità del male. Più i giudici incalzano, numeri alla mano, e più l’imputato nega, minimizza, indispone; ha solo eseguito gli ordini, ha solo obbedito al suo Führer, ha solo servito il suo Paese, nessuna responsabilità sul piano personale. Eichmann non si scompone, non concede di sé che una placida annoiata passiva indifferenza. Il suo volto, brutalmente inespressivo, incarna perfettamente la belva burocrate del nazismo.

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In The Eichmann Show Williams alterna e sovrappone a più riprese le immagini originali del processo a quelle ricostruite cinematograficamente: l’intento è quello di sottolineare la veridicità, l’autenticità degli eventi narrati, a scanso di ogni equivoco. La finzione cinematografica sfuma nella realtà documentata in una tragica dissolvenza. Invano, fino all’ultimo Hurwitz spera che Eichmann si lasci sfuggire non già una lacrima ma quanto meno un leggero cedimento, un corrugamento, l’impaccio di un balbettio. Nulla. C’è un momento in cui su quella maschera algida e imperturbabile sembra stia accadendo qualcosa, ma non è che un falso allarme, un’illusione ottica. Eichmann è una sfinge. Il suo mantra, enunciato una volta (con un tono insieme dimesso e categorico) e continuamente sottointeso in ogni gesto ed espressione è: «Io non sono responsabile». Con lo stesso atteggiamento, venato appena da un filo di tensione, accoglierà la sentenza di morte. Lo show di Eichmann – di una disumanità macabra, grottesca, quasi caricaturale – sta tutto nella sua incapacità di provare pentimento o commozione, sta nella sua glaciale immobilità, fissata una volta per tutte e immutabile anche di fronte al verdetto finale. Il processo viene trasmesso in diretta televisiva in tutto il mondo (ben trentasette Paesi), quello stesso mondo che per anni ha ignorato, o finto di ignorare, la verità. La volontà di Hurwitz (che per tutto il tempo del processo freme nella cabina di regia) è quella di offrire una sorta di risarcimento all’umanità intera; quale migliore risarcimento della verità, restituita nuda e cruda nei suoi numeri colossali, contro ogni maldestro tentativo di falsificazione.

Le immagini più forti del film sono quelle in cui Eichmann è costretto a visionare i filmati girati dagli americani nei lager: le cataste dei corpi, i cadaveri lasciati a marcire come rifiuti, i corpi dei vivi indistinguibili da quelli dei morti. L’oblio in tema di diritti umani è sempre in agguato, e ben vengano quindi quelle opere cinematografiche che, come The Eichmann Show, mantengono alta l’allerta. La letteratura cinematografica sugli orrori nazisti è sempre più nutrita, ma non lo sarà mai abbastanza, sia quindi benvenuto ogni contributo alla causa, ogni monito alla memoria, ogni sollecitazione alla comprensione. The Eichmann Show (con sceneggiatura di Simon Block) offre un ritratto nitido di uno degli uomini più malvagi della storia, e lo fa con un tratteggio chiaroscurale sobrio e sintetico, volto a catturare i tratti essenziali e le ombre profonde.

Leone Maria Anselmi


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Cover Amedit n. 26 – Marzo 2016 “Etica-Mimetica” by Iano

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 26 – Marzo 2016.

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Posted in: Cinema, Eventi & News