IL CORAGGIO DI ESSERE CONTEMPORANEI | Aldo Busi | L’altra mammella delle vacche amiche

Posted on 23 marzo 2016

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aldo_busi_l'altra_mammella_delle_vacche_amicheIL CORAGGIO DI ESSERE CONTEMPORANEI

Aldo Busi | L’altra mammella delle vacche amiche

di Marco Cavalli

 

La materia narrativa più importante si svolgeva naturalmente attraverso una successione di incidenti secondari.

(Thomas De Quincey, prefazione all’ed. 1856 di Confessioni di un mangiatore d’oppio)

All’inizio di L’altra mammella delle vacche amiche (Marsilio, pp. 463, euro 18) troviamo Aldo Busi chiuso in casa, in vestaglia, sul finire del 2014, intento a vagliare tra sé l’eventualità di mettersi in viaggio. A trattenerlo è la scarsa voglia di viaggiare da solo. D’altra parte, non si vede dove potrebbe trovare compagnia, dal momento che il viaggio che si propone di fare è di quelli che interessano a uno scrittore, ovvero uno spostamento che si attua stando fermi. Davos, la meta che Busi ha in mente, è infatti una località solo per modo di dire, esistendo più sulla carta stampata (di un famoso romanzo di Thomas Mann, La montagna incantata) che sulla cartina geografica. Poiché sembra non esserci più nessuno disposto a viaggiare alle condizioni di uno scrittore, e da nessuna parte si considera la lettura un nomadismo, non esiste luogo in cui Busi potrebbe sentirsi a casa: “ovunque io vada resto dove sono”.

Il nuovo libro di Busi si apre dunque con la denuncia della sua superfluità. Un paese di non lettori ha spinto lo scrittore nell’angolo del castigo. Quando sono loro a muoversi verso di lui, è per confinarlo in un genere, sessuale o letterario non fa differenza. Abituati a vedere “uno scrittore del mio non genere” muovere un passo nella loro direzione (cos’altro resta da fare a uno i cui movimenti non vengono mai letti nel verso giusto?), essi reagiscono andandogli incontro sullo stesso piano e con lo stesso passo, il loro. Cercano di incontrare Busi di persona oppure gli inviano un mega-panettone natalizio, beneaugurante solo per il mittente. Sembrano ignorare che potrebbero incontrare il loro “autore del cuor” nei libri che ha scritto e pubblicato. E allorché lamentano la mancata risposta da parte di lui, è perché non considerano la sola che uno scrittore può rilasciare a non lettori così premurosi a modo loro: una risposta, per l’appunto, da scrittore. (Ai pasticceri che gli hanno fatto dono del panettone formato basilica Busi si ripromette di rispondere “da Davos”, che è come dire da nessun luogo geografico, ovvero da dentro un’opera letteraria.)

Busi d’altra parte si guarda bene dall’essere dichiarativo. Non dice “leggetemi!” (non arriva a dirlo nemmeno quando lo scrive, come in questo libro), ché leggere equivale per lui a “essere amato come intendevo io, anche in ritardo, anche fuori dal tempo esistenziale, ma esserlo”. Rischierebbe di essere preso alla lettera e di ritrovarsi sulla soglia di casa una folla di gente che lo ha letto persuasa con ciò, e in buona fede, di venirgli incontro.

Constatata la vanità di ogni spostamento, Busi non sta fermo comunque. Che a decretarlo siano i suoi simili o lui stesso, l’isolamento rappresenta per lui un viatico al cinismo, al superomismo; roba “da maledetti, da infelici di natura, una condanna dei matti, dei segnati a vita”. La quarantena, anche provvista di molte ragioni, e sacrosante, costituirebbe un fallimento, una deroga alla fermezza dell’essere scrittore sempre, che è il principio del dinamismo busiano.

Non volendo respingere, Busi è determinato a non farsi respingere. Non si accontenta di aver pubblicato un’opera di letteratura in un contesto impreparato ad accoglierla e attrezzato per respingerla anche una volta costretto a prendere atto della sua esistenza. Allora Busi prende l’oblio cui L’altra mammella delle vacche amiche sembra destinato e ne fa il tema stesso del libro. L’oblio diventa “sincronico allo scriversi dell’opera stessa”. La bella immagine della porta di casa chiusa dall’interno che lo scrittore si premura di sbloccare al fine di facilitare l’ingresso in caso di sua morte, la possiamo interpretare nel solito modo (la casa di Busi ha un chiavistello così e cosà), cioè destinandola all’oblio, o come una dichiarazione che il cuore di Busi resta aperto al mondo persino in punto di morte civile. Il farsi del romanzo dipende dai lettori non meno che dallo scrittore, e ciò per una sua precisa volontà estetica. Ne è prova la descrizione dell’arredamento domestico – suppellettili, quadri costosi, un campionario di “poesia per immagini, pretenziosa e tronfia”. L’interno di Busi è pieno di cose del mondo di fuori che hanno valore soprattutto per quel mondo, lo stesso che reputa il guardarsi dentro un feticcio imprescindibile.

Come si esce allora “dalle secche di un pantano”, cioè dall’incomunicabilità tra un popolo di non lettori con un debole per il calcio, la gastronomia e i polizieschi, ossia per la regola capitalistica dell’“insetto grosso mangia insetto piccolo”, e uno scrittore riconosciuto tale, quando gli si fa quest’onore, a patto che lo sia secondo le aspettative dei suoi ammiratori?

Secondo Busi, se ne esce andando fuori tema, deviando dai cliché del discorso, rompendo il circolo vizioso che conduce da un luogo comune a un altro. Se ne esce contravvenendo alle aspettative connesse alla lettura di un romanzo, e instaurandone di nuove. Il principio di poetica è enunciato a pagina 60: “Ciò che oggi non è concettualmente e esteticamente di sghimbescio non è né bello né buono”. Detto fatto. Mentre espone gli articoli della sua personale filosofia di viaggio, Busi la traduce in atto nella pagina. Fa una lista di quelle che chiama “curiosità casuali”, persone e luoghi e circostanze preterintenzionali, improponibili quali “bellezze di spicco” o destinazioni turistiche, e perciò stesso divertenti. Spiega perché a suo parere la felicità sia “uno stato di moto a luogo con sosta brevissima”. In breve, parte per la tangente. Una digressione tira l’altra e tutte insieme rinviano il progettato viaggio a Davos. Ma poiché attraverso di esse un viaggio lo si compie, seppure di natura letteraria, arrivato in fondo al libro il lettore dovrebbe accorgersi che si è spostato da dov’era. La cinetica della lettura, ecco l’esperienza che manca ai globetrotter del Terzo millennio.

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In questo errare apparentemente alla cieca veniamo a conoscenza di molte cose. Ad esempio, che le fonti intellettuali di Busi non sono (solo) letterarie. La poetica dell’andare fuori tema (“Per venire al dunque, divagate”) è un’invenzione della civiltà contadina, quell’Italia clericale e patriarcale da cui Busi proviene, inchiodata alla sua operosità e al suo servilismo privi di parole che li trascendano, dove un’emozione si manifesta in una fetta di salame tagliata obliqua dalla mano tremula di una zia spaventata dall’infortunio occorso al nipotino. Il che significa che dal maiale si può ricavare non solo del salame ma, come mostra la fetta tagliata di sbieco, addirittura un’ellissi, figura del linguaggio che racchiude in sé tutta l’espressività di gente inabile a tenere un discorso “se non attraverso la violenza delle mani e dei pugni”, gente che “beveva perché con la lingua non sapeva parlare”, uomini e donne che avevano “qualcosa da dire che non riuscirono a dire mai”. “Tutto parla”, conclude Busi, se c’è il desiderio e la capacità di ascoltare. È una questione di ricezione, in letteratura come nella vita.

Se l’Italia fascista e poi democristiana era un mondo ridotto al silenzio di chi ha imparato al massimo a rispondere signorsì, l’Italia della seconda repubblica, verbosa e sentimentale, si ripromette di ammutolire ogni voce estranea alla religione criminogena del familismo. Dall’ex servo della gleba del dopoguerra, infelice perché povero e depredato, di solito da predatori più lesti di lui, al borghese che ha le sue belle proprietà e non è meno infelice perché il miracolo economico, portando il benessere materiale, non ha portato il miracolo vero, quello spirituale, il passaggio (come Busi ripetutamente sottolinea) è lo stesso: “dalla padella alla brace”. Un falso movimento, insomma. O un incubo ricorrente, lo stesso che perseguita lo scrittore rappresentandolo in trappola tra un vuoto davanti e un vapore marroncino alle spalle. Dove precipitare? Nel presente “piatto” o nel passato nebuloso? Ma il vero incubo sta nelle forme in cui questo pseudo dilemma si ripresenta nella realtà. Israele o Gaza? Etero o gay? Credente o ateo? Alternative intercambiabili e anzi complementari, che hanno solo l’aria di concedere una scelta. È un circolo vizioso, e nei romanzi di Busi la circolarità è quasi sempre l’espressione geometrica della stasi.

L’Altra mammella racconta il comico e il tragico di questa circolarità mostrando un giovanissimo Busi passare dalla soggezione alla famiglia d’origine alla servitù in clan alberghieri e aziendali, vere e proprie spa i cui soci sono consanguinei tenuti insieme da feroci faide intestine che si tramandano assieme ai capitali e ai debiti. È una fenomenologia dello sfruttamento dove religione, sessualità, politica agiscono in cooperativa. La religione usa il sesso per rendere politicamente impotenti i cittadini. Si vede subito la novità del metodo busiano: inutile analizzare la politica con categorie della politica, il sesso con categorie sessuali; non si va da nessuna parte. Semmai, discutere di politica con le categorie del sesso, di religione con quelle della politica, mettendo a nudo le parentele, le omissioni, le omertà vicendevoli su cui si regge il gioco di queste tre scimmiette.

La congiura della trinità religione-sesso-politica non necessita nemmeno di essere convocata tanto è cronica e pervasiva. Tre sono in famiglia gli aguzzini del piccolo Busi (il padre e i due fratelli maggiori), tre sono gli “ultimi uomini di sinistra” che gli offrono un saggio del loro gauchisme nostrano. E tre sono le “vacche amiche” del titolo, donne che giocano in tempi diversi a inscenare un’amicizia con lo scrittore al fine inconfessato di rivendergli, facendogliela pagare a caro prezzo, la loro femminilità.

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Impossibile dare un’idea del romanzo che ha al centro questa trinità di donne, parte del più sostanzioso romanzo che L’altra mammella ambisce a essere. Basti dire che per tutte queste figlie di Maria ballare con Aldo Busi significa ballare alla lettera con lui, cioè imporre il loro, di ritmo. La brunetta lombarda, la “puttana caraibica” e la pubblicitaria calabrese sono altrettante varianti di una medesima “donna a priori”, sintetizzate infine in una quarta che, ultima in ordine cronologico, risulta di fatto il penultimo avatar di un mostruoso eterno femminino. Lo stampo originario è infatti Maria, la madre dello scrittore, protagonista nelle pagine conclusive di un tradimento che fa da corollario a quelli delle “amiche”.

La “quarta mammella delle vacche amiche” è una femmina folle, la contessa Miriam De Mortagli, che punta addirittura a diventare un uomo pur di sedurre l’uomo al quale gli uomini non piacciono. “Visto che non Le piacciono più nemmeno gli uomini, non posso nemmeno sospirare e dire, ‘Che peccato non sia un uomo!’ – io intendo, Lei lo è fin troppo” dice la contessa a Busi in una delle email che formano il loro folto, drammatico, esilarante carteggio, nel quale il “lei” di cortesia ostentato dalla signora si cambia progressivamente in un “lei” di genere, “donnizzante” e gravido di doppi sensi.

Ciò che fa sì che Busi rompa con tutte è il tentativo, che ciascuna compie a modo suo, di ridurre al silenzio lo scrittore. Il solo delitto che Busi non perdona è quello contro l’alfabeto. L’uomo Busi sopporta malintesi, isterismi, voltafaccia, perché il suo rapporto con la cultura dei sentimenti altrui è lo stesso che intrattiene con la pornografia: la guarda, ma “chi la fa non ha mai di certo pensato a me come possibile utente”. Un po’ come la riconoscenza che tributa alla cultura contadina, che se non è riuscita a segargli le gambe gli ha dato almeno di che desiderare di metterle in moto.

Critico verso il suo paese, Busi non lo è fino al punto di schifarlo e vedere in esso solo tracce di una decadenza secolare. La sua partecipazione è intensa, comprensiva. Ma il presupposto della partecipazione è la scelta di guardare bene in faccia la realtà. Busi può mostrarsi comprensivo perché è uno scrittore che scruta la realtà con vivezza e precisione eccezionali. Soffre di vedere le cose come le vede, ma proprio perciò considera un imperativo rappresentarle tali e quali le vede.

Quel che lascia meravigliati della sua intelligenza è l’ingenerosità con cui tratta se stessa. Busi si pesa e si giudica secondo le categorie del mondo anche dopo averne evidenziato tutti i limiti. Parlando dell’amore intellettuale che prova per gli uomini e le donne, lo definisce figlio dell’impossibilità da parte sua di amare come predica e impone la cultura occidentale dell’amore. Insomma, per Busi i suoi simili non lo sono di meno solo perché lo vorrebbero assimilare a loro e, non riuscendoci, fanno di lui un alieno.

Ecco perché Busi si commuove al racconto che la dottoressa Olé, la pubblicitaria calabrese, gli fa della sua infanzia, con la madre che le rinfacciava di rovinarle il seno a causa dell’allattamento “per mancanza di balie”. La balia caritatevole che avrebbe potuto impedire quella violenza, Busi la conosce: era sua madre, che lo allattò fino a cinque anni trasmettendogli con il latte (“ne aveva in sovrabbondanza”) la generosità di carattere. Quel latte in più, non avvelenato dal risentimento, doveva andare per giustizia alla piccola Olé.

È così che ragiona Busi, ed è così che scrive. Non ci sono in lui sentimenti di pancia, solo l’istinto linguistico, sicuro e imparziale, dello scrittore. Quello che gli fa scrivere che l’altra faccia della luna “è la stessa che abbiamo già visto”, è il deserto in cui abitiamo e che non riusciamo a vedere solo perché ci siamo dentro; quell’istinto che gli fa mettere la stessa immagine (un olio strepitoso di Fabio Romano) sia in copertina che in controcopertina, e pazienza se nessuno ci fa caso.

Marco Cavalli

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