BENVENUTO | Tobia, figlio legittimo di un’Italia matrigna

Posted on 23 marzo 2016

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Tobia, figlio legittimo di un’Italia matrigna

di Giuseppe Maggiore e Massimiliano Sardina

Il 28 febbraio 2016 Nichi Vendola e il suo compagno Eddy Testa annunciano da Los Angeles la nascita del loro figlio, Tobia Antonio. La coppia di coniugi ha potuto coronare il suo desiderio di paternità facendo ricorso alla GPA (Gestazione per altri), ovvero quella che viene volgarmente definita come la pratica dell’utero in affitto, legale in diversi Paesi, tra cui la California. Tobia Antonio è figlio biologico di Eddy e di una donna californiana che ha accettato di ospitare nel proprio grembo il bimbo tanto desiderato dalla coppia. La notizia è giunta in Italia proprio mentre era in discussione al Senato la legge sulle unioni civili, e si è innestata nell’acceso dibattito intorno alla spinosa questione sull’estensione delle adozioni anche alle coppie dello stesso sesso. Come è ormai noto la Stepchild adoption è stata purtroppo stralciata dalla legge, lasciando quindi irrisolta la questione dei tanti figli che intanto stanno crescendo in seno a coppie costituite da soli uomini o da sole donne. Per la legge californiana Nichi Vendola e Eddy Testa sono a tutti gli effetti entrambi i genitori di Tobia Antonio, e possono quindi richiederne la trascrizione, ma per la legge italiana solo Testa potrà essere riconosciuto come genitore del piccolo, mentre per Vendola si prospetta un lungo e faticoso percorso burocratico presso il Tribunale dei minori, dove un giudice potrà pronunciarsi a favore della sua nomina come tutore del bambino (nomina che potrebbe in qualunque momento essere revocata dal legittimo genitore) o sperare di ottenere l’adozione a tutti gli effetti prevista in casi particolari.

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Tobia Antonio è quindi l’esempio di una legge monca. Un figlio tanto desiderato dalla coppia in questione, quanto delegittimato dalla legge italiana; figlio legittimo di un’Italia matrigna. Le modalità del suo concepimento pregiudicano fin dal suo nascere il suo essere a questo mondo, poiché la legge ne riconosce lo statuto di figlio solo a metà, l’altra metà non esiste, è tagliata fuori, e questa cesura sarà un imprinting impresso sulla sua esistenza. Detto in altre parole, per l’Italia il piccolo Tobia Antonio è semplicemente il figlio di una famiglia monogenitoriale e come tale non potrà beneficiare dei diritti e delle tutele che sarebbero derivati dal riconoscimento legale di entrambi i genitori. Ciò lo espone soprattutto al rischio di restare orfano e senza famiglia qualora il padre biologico venisse a mancare. Il vuoto legislativo può fare molte vittime, può condannare molte persone alla non esistenza, può in questo caso recidere legami affettivi, agendo così a danno proprio dei soggetti più deboli. Questo vuoto può soprattutto rendere certe questioni terra di nessuno, perché in mancanza di una legge equa che stabilisca termini e limiti di una determinata cosa tutto diventa imprevedibile e altrettanto lecito, aprendo la via al pericolo di nuove forme di ingiustizia sociale, nuovi ambiti dove l’abuso e l’illecito possono agire in modo indiscriminato.

Lo stralcio della Stepchild adoption ha rappresentato un’azione davvero miope e irresponsabile da parte della classe politica italiana – sempre genuflessa ai diktat di una Santa Romana Chiesa ben lontana dal vero spirito del cristianesimo – perché così facendo si è persa, almeno per il momento, la preziosa opportunità di ridefinire al meglio le condizioni delle adozioni. Viviamo in un contesto sociale dinamico e profondamente mutato rispetto a cui una legge sulle adozioni ormai obsoleta (per tutti: eterosessuali e omosessuali) non riesce più a fornire le risposte adeguate. Questo stralcio ha ancora una volta escluso e ricacciato a un’esistenza marginale, fortemente discriminante, centinaia di bambini che già vivono avendo come figure di riferimento due uomini o due donne; bambini che hanno diritto a tutte quelle tutele che solo dal pieno riconoscimento del loro nucleo familiare possono derivare. Le polemiche intorno alla questione dei figli avuti tramite la GPA, o utero in affitto che dir si voglia, appaiono alquanto pretestuose e affatto motivate dall’avere a cuore il superiore interesse dei nascituri; esse rivelano una malcelata delegittimazione del diritto alla genitorialità per le coppie dello stesso sesso. Ciò si evince dai termini ricorrenti nell’attuale dibattito italiano, in cui, ancora una volta, l’accento è posto sulla sessualità della coppia coinvolta. Il frugare nelle mutande di chi avanza un’istanza di adozione è un cattivo vezzo ancora troppo diffuso, che preclude a priori ogni possibilità di una corretta valutazione. L’amore tra due persone, l’attitudine a una vita di coppia stabile e responsabile, la capacità di potersi prendere cura di un bambino sembrano evidentemente fattori fortemente condizionati dal sesso che si ha tra le gambe. Ma ogni relazione umana fondata sull’amore è in primo luogo una questione di affettività, non di sessualità.

Stupisce che tra gli oppositori alla GPA vi siano anche alcuni movimenti femministi, dimentichi di quando la maternità era per la donna una costrizione, un dovere sociale a cui non potevano sottrarsi; dimentichi delle lotte che hanno dovuto sostenere per conquistare il diritto all’autodeterminazione, alla maternità come scelta individuale e, non ultimo, all’interruzione di gravidanza. Una gravidanza fa di una donna una madre? Certo che no. E inoltre, perché accettare di buon grado l’aborto, che di fatto pone fine a una vita, e biasimare invece chi decide di offrire il proprio grembo per consegnare alla vita, e all’amore di due genitori, un bambino? Si può certamente discutere sulle modalità attraverso le quali avviene questo interscambio, e non va tralasciato il timore che il carattere economico tipico delle transazioni prevalga e abbia la meglio sulle più nobili finalità. Il rischio di dar luogo a un mercimonio, tanto del corpo della donna quanto del bambino in oggetto, è con ogni evidenza molto alto. Allo stato attuale una donna in Italia può decidere di abortire o di rinunciare alla patria potestà per varie ragioni, tra cui quella economica è una delle principali. Per le stesse ragioni di ordine economico una donna potrebbe decidere di prestarsi a una gravidanza “su commissione”, e ciò apre scenari davvero inquietanti, in cui i soldi potrebbero fare la differenza e diventare una forte discriminante tra chi può e chi non può permetterselo. Ecco perché la necessità e l’urgenza di una legge che ne disciplini i termini. Ma la risposta non può essere l’impedire l’aborto o la GPA, poiché entrambi i provvedimenti agirebbero in modo coercitivo sulla volontà di chi è direttamente coinvolto, con effetti tutt’altro che benefici. Il proibizionismo non elimina il problema semmai lo amplifica e lo demanda ai circuiti clandestini.

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D’altra parte, il ricorso alla GPA non è una pratica dell’ultima ora, ma vecchia quanto la Bibbia; si vedano in proposito gli antecedenti nel libro della Genesi dove troviamo il caso di Abramo la cui moglie e sorellastra Sarah, sterile e ormai vecchia, decide di concedergli la sua giovane schiava Agar affinché partorisca per lei un figlio, Ismaele (Gen. 16). E ancora, in Gen. 30 troviamo il caso di Giacobbe, sposato con le due sorelle Lea e Rachele. Lea partorisce quattro figli, suscitando così l’invidia di Rachele, rimasta invece sterile. Sicché Rachele concede al marito la sua serva Bila, che le partorisce due figli. A sua volta anche Lea, ormai impossibilitata ad avere altri figli, dà al marito la sua serva Zilpa che le partorisce altri due figli. Al di là delle interpretazioni che se ne vogliano dare, questi due racconti biblici ci mostrano due evidenti esempi di “utero in affitto”. Le Sacre Scritture pullulano di saghe familiari che sfidano le leggi della morale; storie di incesti, di adulteri e di uteri in affitto che dimostrano quanto complesse e articolate possano essere le dinamiche relazionali tra le persone. Se la maternità surrogata può non essere ritenuta da taluni la procedura ideale per mettere al mondo un figlio, con le dovute accortezze e sensibilità è senz’altro una strada percorribile. Al di là di ogni generalizzazione, a sostegno o contro, bisogna sempre considerare che ogni caso è diverso da un altro, che non esiste famiglia ma esistono famiglie, nuclei affettivi caratterizzati da bisogni sempre diversi e sfaccettati. Nessuna strumentalizzazione del corpo femminile e nessuna denigrazione, guai se così fosse: se la donna in questione è senziente, come si auspica che lo sia, allora il problema non si pone; è un atto solidale e nobile adoperarsi per l’altro, purchè, lo ribadiamo, si tratti di un’azione assolutamente ben motivata e consapevole, e non dettata solo da ragioni economiche o di mero opportunismo.

Tutti, in una società civile, dovrebbero aver diritto alla genitorialità: è su questo concetto che occorre incentrare la riflessione prima di schierarsi superficialmente contro o a favore. Di contro a certa becera stampa, Vendola e marito non hanno comprato un figlio, ma hanno colto un’opportunità, senz’altro discutibile, per metterne al mondo uno. Il piccolo Tobia è un figlio in più, non un figlio in meno. In ogni caso una vita cercata e voluta, contro ogni pregiudizio; una vita frutto di una scelta coraggiosa. Tanti non hanno compreso e non comprenderanno, ma l’amore, in tutte le sue forme misteriose, è sempre un’azione rivoluzionaria. Facile puntare il dito, sovrapporre violentemente il proprio modello su quello degli altri, più difficile è invece entrare in empatia con le urgenze e le aspirazioni dell’altro; facile trincerarsi dentro schemi rigidi e vetusti quando si è incapaci di misurarsi con le molteplici istanze della società. Dove non c’è immedesimazione e comprensione dell’altro, dove non c’è tenerezza e accoglienza lì c’è solo fascismo. La famiglia non è un’addizione di cazzo e figa, ma la simbiosi di due menti umane che scelgono di condividere un presente e un futuro, due menti umane generose e quindi genitoriali. Figlio di un compromesso, ma soprattutto figlio dell’amore e del coraggio, il piccolo Tobia si misurerà forse un giorno anche lui con un’Italia divisa a metà: l’Italia bella dell’accoglienza, e quell’altra, avara, impantanata nella cultura dell’odio. Benvenuta sia la vita e chiunque si adoperi per promuoverla sotto ogni forma.

Giuseppe Maggiore e Massimiliano Sardina

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Questo articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 26 – Marzo 2016.

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