IO MUOIO E TU MANGI | SALA ICHOS | San Giovanni a Teduccio (NA)

Posted on 2 marzo 2016

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Sala Ichos

presenta

 dal 4 al 6 marzo 2016

 

Quotidiana.com in

Tutto è bene quel che finisce

Io muoio e tu mangi

secondo capitolo per un progetto dedicato al tema della fine

drammaturgia e regia quotidiana.com

con Roberto Scappin e Paola Vannoni

foto Io muoio e tu mangi di Angelo Maggio

Dal 4 al 6 marzo, per il secondo fine settimana consecutivo, Quotidiana.com presenterà a Sala Ichos il secondo capitolo del progetto Tutto è bene quel che finisce, che vede interpreti Roberto Scappin e Paola Vannoni. Dopo essere stata in scena la settimana scorsa con L’anarchico non è fotogenico, la compagnia riminese sarà impegnata con Io muoio e tu mangi, spettacolo legato al tema dell’eutanasia, sviluppato attraverso un punto di vista politico, culturale e non solo.

Io muoio e tu mangi, da un lato, è il rimprovero rivolto al figlio dal padre morente, l’implorazione inascoltata di una buona morte, la medicina sconfitta che impone sofferenza e lo spietato rigore di una presunta superiorità morale che non sa accogliere la disponibilità della morte; dall’altro lato, ripensa il concetto di lotta di classe, l’utopia dell’uguaglianza come strategia del linguaggio politico che si avvale della credulità del popolo per saccheggiarne il futuro.

Sala Ichos

Dal 4 al 6 marzo – Io muoio e tu mangi

venerdì e sabato ore 21; domenica ore 19

 

Via Principe di Sannicandro 32/A – San Giovanni a Teduccio (NA)

Fermata metro linea 2: San Giovanni a Teduccio – Barra.

Lo spazio è dotato di parcheggio ampio e gratuito

 

Info e prenotazioni: 335 765 2524 – 335 7675 152 – 081275945 (dal lunedì al sabato dalle 16 alle 20 – domenica dalle 10 alle 17)

Note al progetto – Tutto è bene quel che finisce

immagine IO MUOIO E TU MANGIL’azione è condotta in tre capitoli che si sviluppano dal nucleo centrale Tutto è bene quel che finisce e nella storica sala di San Giovanni a Teduccio vanno in scena solo i primi due (il terzo è in lavorazione). L’opera shakespeariana a cui fa riferimento il titolo, attraverso un’elusione, ci dà la possibilità di affermare una nuova prospettiva rispetto al concetto di fine.

I due spettacoli di Quotidiana.com sono concepiti sia come performance che come un’unica partitura. La temperatura in cui sperimenteremo questa reazione, rispetto a quella che ha segnato la cifra della “Trilogia dell’inesistente”, si presenterà alterata, febbricitante ma non febbrile, tormentata dagli attacchi del buon senso e del luogo comune.

Un percorso che si svolgerà in forma di dialogo e di monologo, utilizzando e contraddicendo le convenzioni del linguaggio teatrale, provocandosi limitazioni entro cui ripensarsi.

Per riferire l’avventura del reale che nel presente si compie e, come un filtro al contrario, trattenere le particelle invisibili che rischiano di disperdersi, di svaporare nell’inutilità.

 

I conduttori o guide

– La centralità della parola, intesa come corpo del pensiero, come nucleo essenziale dell’esperienza scenica.

– La sottrazione della messinscena, che non rappresenterà una negazione quanto una decontaminazione, uno spurgo, nella direzione di una personale e per quanto possibile sincera ricerca del nuovo.

– L’elaborazione di un rapporto critico con lo spettatore, senza timore di svelare il punto di vista, non necessariamente alto e condivisibile quanto in grado di attuare una reazione, così a produrre l’interazione.

Il principio di buona morte, legato al concetto di fine o accelerazione di una fine certa, si intreccia con l’interesse a confrontarci  sulle eutanasie negate, riferite non solo al campo medico-scientifico ma anche a quello della politica, della biopolitica e della cultura.

Dal giuramento di Ippocrate al giuramento di fedeltà alla Repubblica, ciò che sembra concepito a tutela dell’interesse comune può configurarsi come una sottrazione dei diritti, da quelli che attengono al libero arbitrio a quelli legati al principio di uguaglianza.

Quale linguaggio può declinare e restituire valore ai tanti bà-sta! che vorremmo pronunciare? Un’esclamazione forte, quasi performativa: la sua pronuncia vorrebbe segnare la fine di qualcosa, tracciando il limite dell’opportunità o della sopportazione.

La forza dinamica di questa parola sta proprio nella sua autentica aspirazione a generare una cesura, una frattura fra presente e futuro.

Ci poniamo sui margini di questa cesura attraversando ciò che a nostro avviso necessita di essere ripensato, dal rapporto con la morte a quello con la bellezza, dal senso del teatro alla sua relazione con lo spettatore e ancora: dove si colloca oggi il teatro contemporaneo, in quale organo del corpo sociale? Nella mente o nello stomaco, in attesa di essere digerito? O tenta acrobaticamente una sintesi che appaghi l’una e l’altra istanza?

Tenteremo una nuova sintassi sociale e teatrale, cercando di scombinare le vecchie strutture e realizzare nuove combinazioni, osservando gli effetti che queste combinazioni hanno su altri piani, in un effetto domino che per contaminazione di strati esploda una mutazione.

Saremo i reagenti, provocheremo urti sufficientemente drastici e correttamente orientati perché la reazione abbia luogo, provocando nuovi paradigmi con cui orientarsi.

Il primo capitolo, L’anarchico non è fotogenico, vuole affrancarsi dall’egemonia mediatica dell’immagine che impone parametri oggettivi sia rispetto alla bellezza, sia all’etica e all’ideologia, tentando di affermare la peculiarità del difforme e dello sgradevole come possibilità autentica di superamento della visione monolitica degli orientamenti valoriali. Ci lasciamo ingannare dall’immagine per convenzione o davvero crediamo di scorgere una sagoma su quei piedistalli?

Sollecitiamo i lapsus dello spirito, il frugare nell’umano e l’in-sano ragionamento generatore di logica a sorpresa. Sintonizzarsi con lo spettatore per complicità e non per seduzione, evitando la disonestà dell’esibizione, sollecitando un intelletto disobbediente e operativo.

 

Il secondo capitolo, Io muoio e tu mangi, rimprovero rivolto al figlio dal padre morente, amplifica da una parte l’implorazione inascoltata di una buona morte, la medicina sconfitta che impone sofferenza e lo spietato rigore di una presunta superiorità morale che non sa accogliere la disponibilità della morte; dall’altra ripensa il concetto di lotta di classe, l’utopia dell’uguaglianza come strategia del linguaggio politico che si avvale della credulità del popolo per saccheggiarne il futuro. L’inizio della vita è stato notevole, lo sarà anche la fine? Forse è giunto il momento di chiedersi se tra l’inizio e la fine, il tempo è stato rilevante e se deve diventare degno di essere notato.


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