MARIA GORETTI | Storia di uno stupro e dell’invenzione di una santa

Posted on 26 dicembre 2015

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maria_goretti_vera_storia_giuseppe_maggioreMARIA GORETTI

Storia di uno stupro e dell’invenzione di una santa

di Giuseppe Maggiore

Chi era in realtà Maria Goretti? La storia che ne ha tramandato la Chiesa è ben nota, meno nota è la vicenda reale, magistralmente ricostruita da Giordano Bruno Guerri in Povera santa, povero assassino (Mondadori, 1985). Questi i fatti: il 5 luglio 1902 a Ferriere della Conca, piccola frazione di Latina, il diciannovenne Alessandro Serenelli uccise Maria Teresa Goretti, di undici anni. Il giovane aveva tentato varie volte un approccio sessuale con la ragazzina, ma quel giorno, di fronte alle sue resistenze, la colpì ripetutamente con un punteruolo di ferro, causandole profonde ferite al ventre e in varie parti del corpo. Maria morirà l’indomani presso l’ospedale di Nettuno, a seguito di una setticemia con ogni probabilità conseguente all’intervento chirurgico praticato in modo rudimentale e senza alcuna precauzione igienico-sanitaria. La notizia dell’omicidio fece subito scalpore, attirando la curiosità e l’interesse morboso dei contadini che popolavano le Paludi Pontine. Il messaggio che si propagò fu quello di una fanciulla virtuosa che aveva preferito la morte al peccato. A Nettuno la notizia di quella morte intrisa di sangue e di sesso ebbe una presa immediata; da sempre i nettunesi fantasticavano che tra quelle paludi accadesse di tutto, che le più turpi sessualità, animalesche e incestuose, imperversavano nella vita di quei rudi contadini. Ma quella bambina, no, non aveva ceduto. Questo era un evento mirabile! Ai suoi funerali partecipò una gran folla, mossa dalla pietà e dalla commozione, ma soprattutto dai racconti che passando di bocca in bocca si andavano man mano infarcendo di nuovi dettagli, tesi ad accrescere le virtù, il coraggio e la tenacia della piccola contadinotta perita sotto i colpi del bruto assassino. La salma venne sepolta in una misera tomba, un mucchietto di terra e niente più. Alessandro Serenelli fu condannato a trent’anni di detenzione (di cui tre scontati per buona condotta) presso il carcere di Noto, in Sicilia. La fama di questi fatti rimase inizialmente perlopiù circoscritta in ambito locale; la notizia del delitto e del processo di Serenelli videro solo  qualche trafiletto nel giornale “Tribuna” e tra le pagine della cronaca nera del “Messaggero”. Un comune fatto di cronaca, per quanto cruento, buono solo a ravvivare per qualche giorno la vita monotona di un piccolo borgo, per il resto scandita dai duri lavori, dalla fame e dalla miseria più buia. L’episodio con l’andar del tempo andava scemando d’interesse, e sarebbe alla fine passato nel dimenticatoio se non fosse stato per l’opera di divulgazione che ne fecero fin da subito i padri passionisti di Nettuno, i quali, colpiti dall’afflato popolare che aveva suscitato quella morte, decisero di tentare ogni mezzo al fine di guadagnarle la giusta eco. Presto furono realizzate un’ode e una piccola biografia apologetica della bambina, cui seguiranno altre pubblicazioni ancora più dettagliate e fantasiose. Grazie all’interessamento dell’Azione Cattolica Romana si diffusero man mano vari articoli (apparsi nel giornale “Vera Roma”) che tessevano le lodi di Maria «precoce già nella bellezza della forma, ma più in quella della cristiana virtù […] uno di quegli esemplari che vanno additati alla pubblica venerazione». Lo stesso giornale si fece promotore di una raccolta fondi per l’erezione di un monumento alla sua memoria. Il piano era ormai chiaro: Maria Goretti doveva assurgere agli onori degli altari. La sua storia aveva tutti gli ingredienti per poter funzionare, una storia semplice, d’effetto immediato; Maria era oltretutto una ragazza povera e analfabeta in cui la stragrande maggioranza di italiani dell’epoca potevano rispecchiarsi: l’ideale per promuovere un culto popolare. I promotori di questa causa si adoperarono in ogni modo e con ogni mezzo pur di riuscire nel loro intento, giungendo persino a estorcere dichiarazioni mendaci da parte dei protagonisti della storia, che fossero coerenti con l’immagine che di Maria si voleva trasmettere.

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Tra alterne vicende il processo di canonizzazione giunse però a coronamento soltanto dopo quasi mezzo secolo dalla morte: il 24 giugno del 1950 papa Pio XII, al cospetto di una piazza San Pietro gremita, proclama Maria Goretti santa. Maria sarà d’ora in poi additata come la “martire della purezza”. I poveri resti della ragazzina vennero prelevati dalla misera tomba e ricomposti dentro un’urna di vetro, rivestiti da una maschera di cera a da una ricca veste ricamata. Ora, per sedurre e aiutare la fiacca fantasia popolare, occorreva darle un volto nuovo: Maria, morta senza il lusso di una fotografia, offriva il vantaggio di essere reinventata. Vennero commissionati ad artisti locali dei ritratti della piccola Goretti, facendo ricorso anche a una bella ragazza di Nettuno che si prestò come modella. Per le sante, come per qualsiasi altra donna chiamata a rivestire un ruolo esemplare, venivano richieste delle doti eccezionali di bellezza. L’immagine di Maria consegnata alla pietà e alla devozione popolare ricalcava i canoni dell’iconografia tradizionale: una fanciulla dotata d’ogni grazia, dal corpo armonico e slanciato, il cui viso incorniciato da folti e biondi capelli appariva circonfuso da una luce eterea; un fiore di rara bellezza che spiccava tra candidi gigli. Certamente un’immagine buona per i santini, ma lontanissima dall’aspetto reale che doveva avere la piccola Maria. Secondo il referto autoptico eseguito in ospedale sul suo corpo straziato, la ragazzina, alta 1,38 m., presentava segni di malnutrizione e affezione malarica in stato avanzato. L’aspetto che in generale avevano i bambini vissuti nella sua stessa condizione ci fornisce un’immagine meno gradevole ma più coerente. Corporatura bassa, gobba e scheletrica, il volto malaticcio e segnato dalla fame e dalla miseria, piedi e mani indurite dai calli, con le unghie orlate di nero; una gonna, sempre quella, informe, sporca e sbrindellata che la copriva fino alle caviglie, una camicia e una giubba in uguale stato e un fazzoletto nero in testa legato sotto il mento; per il resto sporca e maleodorante: Maria non era certo l’icona della salute e della bellezza, piuttosto il ritratto della povertà più nera, né più e né meno che la tipica contadina delle paludi di fine Ottocento.

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Figlia dei marchigiani Luigi Goretti e Assunta Carlini, era terza di sei figli (un settimo, il primogenito, era morto dopo pochi giorni). La sua breve esistenza non era stata diversa da quella di molti altri bambini sottoposti ai duri lavori dentro e fuori casa; e non era stata dispensata nemmeno da certi metodi educativi violenti: la madre Assunta, che tanto si prodigherà per tesserne le lodi dopo la morte, era più che manesca, al punto che ammise di averle dato un calcio fino a poche ore prima della morte perché il pranzo non era ancora pronto. Era del resto questo il classico quadretto della famiglia contadina relegata ai margini della società e della civiltà. La vita spirituale della futura santa, era stata pressoché nulla; scarne nozioni impartite dal catechismo, la cresima all’età di sei anni, poche messe e ancor meno comunioni. Ma proprio a motivo di questa anonima ed elementare esistenza, e per le turpi circostanze della sua morte, Maria rappresentava il profilo perfetto per farne una santa. La sua biografia, proprio come la sua immagine, poteva essere riscritta per intero, senza alcuna possibilità di smentita, tanto più che a questo intento erano stati ben disposti a collaborare i suoi stessi familiari. La Chiesa stava attraversando in quel periodo un momento difficile: la propaganda patriottica di garibaldini e mazziniani, le correnti positiviste e materialiste contro la metafisica e lo spiritualismo, la scienza che andava conquistando sempre più credito a discapito della tradizione biblica, l’ostilità dell’anticlericalismo borghese, il dilagare della massoneria e del socialismo, tutto concertava contro la sua autorità e il suo esclusivo dominio e, non bastasse ciò, al suo interno era dilaniata dalle diatribe sulla questione sociale e sulla partecipazione dei cattolici alla vita politica. Il processo di canonizzazione di Maria Goretti si inseriva nel pieno fervore nazionalista e rurale del fascismo, in un clima di restaurazione cattolica e populista. La Chiesa vedeva nelle masse popolari, perlopiù costituite da contadini e operai incolti e superstiziosi, il suo ultimo baluardo; non poteva permettersi di perderne il controllo. La religiosità di questi individui era di tipo elementare, fondata sull’autorità ecclesiastica e alimentata dal culto dei santi, da miracoli e processioni. Tutto questo rischiava di essere travolto dall’ondata progressista. Occorreva dunque correre ai ripari, adottare delle strategie, perlomeno utili a preservare gli umili e manipolabili sudditi. Un nuovo esempio di santità, in cui contadini e sottoproletari potessero rispecchiarsi. Maria Goretti, contadina, povera, ignorante, per di più vittima di un martirio tanto elementare quanto recente, era coerente con questo obiettivo: una vergine e martire che mostrava la via attraverso la quale difendersi dalla corruzione dei costumi. Il suo esempio di virtù si rivolgeva soprattutto alle donne, forzate dalla necessità ad avventurarsi nel mondo del lavoro, pieno di pericoli e di tentazioni. La sua misera esistenza diventava esaltazione della povertà e della rassegnazione. Una contadinella fatta santa non dispiacque neppure a Mussolini, lo stesso che nelle sue Memorie aveva scritto di quando da giovane, proprio ai tempi di Maria, incontrando qualche bella ragazza di campagna la buttava contro un albero o un muretto sbatacchiandola velocemente senza neanche tirare giù i pantaloni: una nuova santa faceva utile alla propaganda. E della propaganda clerico-fascista l’intera vicenda gorettiana presenta tutti i connotati.

Santa Maria Goretti, martire della purezza, è venerata nel Santuario Madonna delle Grazie di Nettuno, la sua festa ricorre il 6 luglio. Nel 2011 Corrino Scotti, parroco di Brembate di Sopra (BG), accosta la figura di Maria Goretti a quella di Yara Gambirasio, la tredicenne uccisa il 26 novembre del 2010, e propone anche per questa la santificazione. Una richiesta che è stata subito raccolta e condivisa dai suoi concittadini, poiché anche Yara, come Maria, è stata uccisa selvaggiamente per essersi opposta a un tentativo di stupro. Di sante così, purtroppo, non basterebbe un solo calendario a contenerle.

Giuseppe Maggiore

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Cover Amedit n. 25 - Dicembre 2015 "Célestine" by Iano

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“Célestine” by Iano

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