LILI | THE DANISH GIRL | Un melodramma transgender di Tom Hooper, visto e recensito da Amedit

Posted on 26 dicembre 2015

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LILI | THE DANISH GIRL

Un melodramma transgender di Tom Hooper

di Carlo Camboni

 

the_danish_girl_tom_hooper_transgender (1)Lo stile elegante di Hooper, già apprezzato nel dramma musicale tratto da I Miserabili di Hugo e ancor di più nell’indagare i disagi emotivi del duca di York nel discorso del re, trova una sintesi cinematografica originale in quei due film che hanno imposto il regista come maestro dell’uso espressivo della voce umana: cori, canti d’amore, recitar cantando, vocalizzi, balbuzie, la voce dà corpo e sostanza a un’idea di cinema in cui la messa in scena è sontuosa e impeccabile e ogni inquadratura curata nei minimi dettagli a discapito del discorso filmico convenzionale. Costumi, scenografia, luci, ombre, recitazione: codici che il regista conosce bene; trovare difetti in queste superfici è vano, meglio scandagliare gli abissi della psiche di Lili Elbe, tra le ceneri di ciò che resta allo spettatore dopo il fulgore della visione, oltre la bellezza della rappresentazione così aliena alla vertigine della verità, posto che il bello al cinema non è mai stato così relativo come in questi anni Dieci. Ora, infatti, è il corpo che dà voce a un’istanza e la prospettiva si rovescia: la danish girl di Redmayne è il racconto del primo transgender della storia ad aver preso coscienza di sé come altro da sé e aver coraggiosamente tentato una serie di operazioni chirurgiche per la riassegnazione del genere cui si sentiva di appartenere.

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Concediamoci l’azzardo: questo è un film di Eddie Redmayne, è ridiretto da lui, dal suo sguardo curioso e dal suo sorriso timido e ammaliante, dai primi piani di lineamenti irripetibili che accompagnano certi suoi gesti delicati, il suo saper evocare una femminilità dirompente proprio perché fiorita da istinti troppo a lungo inespressi. Si potrebbe recensire il film raccontando la performance-Redmayne,  attore in grado di dimenticare se stesso e quindi l’io ipertrofico dei nuovi divi venerati e premiati dalla Hollywood che conta: la sua identificazione con la persona Lili Elbe, realmente esistita, è perfetta, al netto delle polemiche di parte della comunità LGBTIQ, che in nome dell’autenticità, questa sconosciuta tra gli attori emergenti, avrebbe preferito per il ruolo un attore transgender, come se la parola attore dovessimo reinventarla volta per volta, genere per genere. Inevitabile per Hooper raccontare le vicende matrimoniali della Lili pre-operazioni anche perché il film si basa sul romanzo di David Ebershoff. La trama è semplice: Einar incontra Gerda in una scuola d’arte di Copenaghen, fanno gli illustratori, si sposano, viaggiano e a Parigi Einar inizia a esplorare il suo lato femminile in modo aperto, pubblicamente, sostenuto dall’intelligenza della moglie Gerda. Nelle sequenze di vita matrimoniale emerge una Vikander perfettamente in parte, regina di un equilibro ai limiti del virtuosismo anche se la sua mentalità aperta da donna degli anni venti a suo agio nel seguire il percorso dell’amato marito non fa pace con le strizzate d’occhio al pubblico (mainstream) da parte del regista.

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E ancora: la scoperta di una fisicità altra non è mai casuale, non può non esserci stato un déjà vu intellettuale e sentimentale, un’invenzione precedente, dunque alcune scoperte da parte di Lili appaiono forzature della sceneggiatrice Coxon proprio mentre Redmayne mette in gioco i centimetri della sua pelle punteggiata di lentiggini scoprendo il fruscio dei vestiti femminili sfiorati dai polpastrelli; il suo essere finalmente donna tra le altre donne, un sentire nuovo, tattile e di superficie ma in realtà profondo perché sostenuto da un nuovo vissuto restituito agli spettatori in un modo che non lascia indifferenti. Redmayne reinventa l’estetica del volto e del corpo al cinema, stabilisce nuovi canoni plastici, crea modernità proprio per la sua capacità d’immedesimazione in un essere umano vissuto cento anni fa: e in quest’opera Hooper lo asseconda. Il racconto è commovente, interessante; gli elementi profilmici sono curatissimi e quasi viscontiani ma: c’è un ma grande come la Danimarca che è la frontiera già esplorata del trangenderismo nel cinema indie e via cavo di questi anni, e basti pensare a opere come Tangerine in cui l’odore di sangue nella vita viva travolge drammaticamente e senza possibilità d’appello l’odore di disinfettante lasciato sul tavolo operatorio sterilizzato di Hooper.

Carlo Camboni


Cover Amedit n. 25 - Dicembre 2015 "Célestine" by Iano

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“Célestine” by Iano

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