EVA. LA RECIDIVA | Colei che ogni volta ci riprova

Posted on 26 dicembre 2015

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eva_ieri_oggi_domani_femminismoEVA. LA RECIDIVA

Colei che ogni volta ci riprova

di Giuseppe Maggiore | con un incipit di Andrea Pardo

Eva. La recidiva. Colei che ogni volta ci riprova, che affonda sempre più la costola nel fianco, che continuamente si modifica per poi ritornare sempre uguale a se stessa. Eva, assunta e dimessa. Eva la strega, Eva la fata, Eva la tata, Eva la beata. Eva lucida e frastornata, Eva zitella o maritata, Eva reginella, Eva l’ancella, Eva la più bella.

…Eva la casta, Eva cala la pasta, Eva cameriera, Eva in carriera, Eva mamma, Eva megera. Eva principessa, Eva sottomessa. Eva, comunque e sempre la stessa. Eva la dritta, Eva la fessa, Eva imbarazzata, Eva inguaiata. Eva stranita, Eva sopita, Eva inquieta, Eva assisa. Eva la vergine, Eva l’emancipata, Eva sul marciapiede, Eva santificata. Nessuna pretesa di volerla inquadrare una volta per tutte, con le buone e con le brutte. Eva: questa sconosciuta.

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Che ne è di Eva oggi? Quale condizione vive l’Eva moderna? È riuscita a riscattarsi da secoli di schiavitù, sfruttamento, sottomissione e violenze? È riuscita a conseguire la piena emancipazione dall’uomo e da quell’idea femminile di se stessa inculcatale fin dal primo vagito? Sembrano lontani i tempi in cui il filosofo francese Jean François Revel scriveva: «L’Italia è un paese dove la donna non è considerata un essere umano libero… le ragazze si liberano del controllo dei genitori per passare sotto quello, identico, del marito. È questa, probabilmente, la principale causa della molto notevole stupidità delle italiane: esse non hanno avuto altro rapporto umano che i rapporti familiari». Erano gli anni del miracolo economico, l’Italia si stava lasciando alle spalle la fame e la miseria degli anni bui del dopoguerra. Tuttavia, dietro l’apparente progresso, questo rimaneva un Paese rurale, impregnato di una cultura popolare intrisa di costumi e consuetudini duri a morire. Restavano ancora forti nodi da sciogliere affinché si potesse parlare veramente di una democrazia moderna, e uno di questi era proprio quello attinente ai rapporti tra uomo e donna. Se le parole di Revel possono sembrare spietate, non diverso è il ritratto che traccia nel 1963 Giorgio Bocca in Scoperta dell’Italia, dove scrive: «In questo Paese il benessere sta gradatamente uccidendo la moglie-domestica, la moglie-schiava, ma gli uomini sembrano incapaci a sostituirla. Una donna casa e figli, alla vecchia maniera, gli dà fastidio, gli sembra fuori tempo, ma una donna libera e pari grado non la sopportano». Già, una donna casa e figli! Era questa l’immagine che ancora permeava la mentalità di quegli anni di grandi trasformazioni; trasformazioni che agivano sulla superficie delle cose, e la donna era proprio una di quelle cose, l’oggetto del discrimine che più rivelava le contraddizioni di un progresso solo epidermico.

Mentre nel resto d’Europa il matrimonio era già visto come una scelta e una delle tante possibilità che si prospettavano a una donna, in Italia esso era concepito come un fine ineludibile cui questa non poteva sottrarsi, pena il discredito e la disapprovazione sociale. La donna italiana aveva inscritto in sé il dovere di assolvere alla sua missione naturale, la sua “essenziale funzione”, che era quella di moglie e di madre. Il suo regno sarebbe stato la casa, essere l’angelo del focolare domestico la sua virtù. Nell’orizzonte femminile non era contemplata nessun’altra ipotesi di realizzazione all’infuori dello sposarsi e avere figli, e fin da subito veniva instradata verso tale scopo: dai giochi con i bambolotti fino al ricamo del corredo. Ammesse a occupare il posto di lavoro degli uomini o fianco a fianco con loro nei campi di battaglia, quando le circostanze lo richiedevano, le donne venivano puntualmente ricacciate in casa non appena si ristabiliva la normalità. Esclusa dalla scuola, dal voto, dal mondo del lavoro, la donna semplicemente non esisteva in quanto persona, non aveva alcuna dignità civile, politica, sociale. Con il matrimonio veniva sancito il passaggio di proprietà che la vedeva passare dal dominio del padre a quello del marito; all’uomo-Capo Famiglia spettava il comando, alla donna-succube l’obbedienza e la dedizione assoluta. Era questo, in fondo, lo statuto su cui si fondava il modello di famiglia tradizionale tanto decantato e a cui ancora oggi guardano tanti nostalgici. E questa impalcatura è rimasta in piedi per secoli, resistendo ai tanti mutamenti sociali. Il boom economico aveva sfondato le vecchie mura delle municipalità e dilatato gli orizzonti, ma nella mente italiota tutto veniva soppesato da una logica opportunistica. Questo sistema di calcolo non valutava vantaggioso affrontare anche un discorso sull’eguaglianza tout court di tutti i cittadini. L’emancipazione della persona umana, uomo o donna che fosse, su un piano squisitamente civile, nella miope ottica nazionale non era percepita come una priorità, e nemmeno come un percorso necessario da far procedere in parallelo. Così era nell’Italia monarchica e così sarà anche nei primi decenni della neonata Repubblica Italiana, fino alla storia più recente.

Le rivendicazioni civili delle donne restavano lettera morta, giacevano inascoltate sotto lo zoccolo duro di una cultura contadina di stampo patriarcale e maschilista che vedeva nell’emancipazione della donna solo una minaccia. Lo spettro di questa minaccia veniva costantemente alimentato e paventato da tutte le parti: dalle istituzioni ai vari partiti politici, e naturalmente dalla Santa Romana Chiesa, che della subordinazione della donna all’uomo si era da sempre fatta apostola. Perciò in Italia, molto più che nel resto d’Europa, la parità tra i sessi, nel quadro di un più generale avanzamento dei diritti civili estesi a tutta la popolazione, ha sempre rappresentato un percorso lento e irto di ostacoli. Nel suo libro dedicato alla storia delle donne italiane dal dopoguerra a oggi (Santa Pazienza, Mondadori, 1998), Marta Boneschi spiega il perché di un così faticoso cammino: «Prima di tutto, perché gli italiani di libertà e uguaglianza non hanno alcuna esperienza. Conoscono bene l’oppressione straniera, la sudditanza alla Chiesa, la dittatura fascista, la pesantezza dei padroni, l’autorità dei patriarchi domestici. Ignorano il rispetto personale, la dignità del cittadino, il dialogo civile». Un giudizio spietato, sì, ma che traccia un’efficace sintesi delle componenti che hanno caratterizzato la storia italiana. La condizione della donna era, e per certi aspetti lo è ancora, la prova inconfutabile di questa difficoltà nel sapersi liberare da certi schemi, da certe gabbie ideologiche, da quelle vecchie consuetudini spacciate ancora oggi come valori insopprimibili. La mistica della famiglia è uno di questi valori, che a ben guardare si fonda proprio sull’analoga mistica della femminilità. L’una si alimenta dell’altra. Lo schema di famiglia tradizionale, tanto caro e ricorrente nei pubblici discorsi (sia politici che religiosi), è possibile solo se si mantiene in vita la femmina, quella per intenderci del focolare domestico, quella docile e sottomessa all’uomo, quella che vede come sua massima realizzazione l’essere moglie e madre. La carriera, il lavoro, l’attività politica, l’impegno civile e ogni altra velleità di tipo artistico o culturale rimangono dei traguardi accessori, un lasciapassare che comporta alla donna uno scotto troppo pesante da pagare.

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Certo, sulla carta sono state in tempi recenti impresse delle leggi che forniscono alla donna tutta una serie di tutele in ambito sia sociale che lavorativo, ma la realtà, tra le mura domestiche come nel chiuso delle aziende, è ben diversa. E questo molte donne lo sanno bene perché continuano ancora oggi a sperimentarlo sulla propria pelle. C’è un sottobosco culturale, spesse volte oscuro e impenetrabile, in cui si annidano dinamiche relazionali malate, rapporti conflittuali che sfociano in vere e proprie forme di violenza sia fisica che psicologica, e ogni più subdola espressione di abuso, ricatto e assoggettamento viene il più delle volte taciuta, tenuta nascosta, subita in solitudine; un sottobosco culturale che ancora oggi si annida nei più svariati ambiti in cui la donna vive e opera. E c’è un retaggio culturale ancora duro a morire; la brutalità di un’idea intorno a quella dei ruoli, l’onore ferito d’un uomo che grida vendetta e la dignità calpestata d’una donna insieme vittima e carnefice di se stessa. Dietro la cortina d’un’apparente pacificazione è ancora guerra di sessi e di generi. Il conseguimento di più quote rosa nello scenario politico non ha rappresentato per l’Italia un cambiamento di rotta rispetto al passato. Una donna in Parlamento dovrebbe conservar memoria di quando, ancora fino all’altro ieri, le venivano negati i più basilari diritti di piena cittadinanza, dovrebbe essere ambasciatrice di politiche sociali atte a rimuovere ogni ostacolo alla piena realizzazione della persona umana, e ciò senza distinzioni di sorta. Ma se quella donna è una nostalgica fascista, un’omofoba, una baciapile il suo posto non dovrebbe essere tra gli scranni di un Parlamento, ma di nuovo tra le mutande da lavare e il grasso dei fornelli. La distinzione uomo-donna viene costantemente rimarcata, in forme più o meno esplicite, come un mantra, come un dogma di fede, a tratti con un certo ossessivo accanimento. Questo tanto da parte degli uomini quanto da parte delle donne.

Dal fiocchetto rosa o azzurro posto sulla culla, ai giochi distinti per lui o per lei, la società, ancora per molti aspetti, somiglia ai bagni pubblici distinti per uomini e per donne: due zone di demarcazione che non ammettono sconfinamenti. L’aver indossato i pantaloni non ha dispensato la donna da tutto l’armamentario che va a costituire la sua dote posticcia di “femminilità”, come se l’essere femmina coincidesse con una sfilza di trucchi e accessori, scollature e gingilli. Tutto uno sfoggio di sé dettato dall’ansia di dover affermare la propria femminilità e di dover piacere all’uomo, rendersi appetibile a lui attraverso l’artifizio e il travestimento. La pervasiva sessualizzazione si traduce in un vestito culturale liso e demodé che rende vittima tanto la donna quanto l’uomo; entrambi costretti a vestire dei ruoli, e a subirne limiti e costrizioni. C’è ancora molta strada da fare affinché si arrivi a pensarsi come persone prima che come sessi.

… Eva, così è e così era. Eva, e te pareva!

Giuseppe Maggiore

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Cover Amedit n. 25 - Dicembre 2015 "Célestine" by Iano

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