EVA | Ovvero l’invenzione della donna

Posted on 24 dicembre 2015

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Ovvero l’invenzione della donna

di Giuseppe Maggiore

In principio era la Madre, in lei era la vita e la vita era presso di lei. Dal suo grembo venne plasmato il primo uomo, che nutrì col latte sgorgato dai seni, e così sarà per tutte le generazioni a venire. Perciò fu chiamata la Grande Madre, immagine sempiterna della terra che dà vita e nutrimento. Amata e venerata come colei che ha potere sulla vita e sulla morte, per innumerevoli generazioni la Grande Madre governò il destino dell’umanità, custodendo e preservando i misteri racchiusi nel suo corpo imperscrutabile. La Dea suprema, temuta e adorata per millenni in cui non c’erano guerre di religione o lotte di sopraffazione, venne riconosciuta come colei che dà la luce agli uomini; la luce che rischiara le tenebre; ma le tenebre presto l’avrebbero sopraffatta. Scese il torpore su Adamo e costui si addormentò. Egli veniva dal grembo di una donna, eppure al suo risveglio non la riconobbe. Adamo la rinnegò, poiché non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, si ritenne generato, ma da Dio soltanto. Costui era l’alfa e l’omega, l’inizio e la fine, il Dio Padre creatore d’ogni cosa; la sua epifania avrebbe riscritto la storia e nulla di ciò ch’era stato fino ad allora poteva più sussistere. La Dea Madre, regina dell’umanità, avrebbe dovuto di lì a poco cedergli il suo trono; tutte le generazioni germogliate dal suo grembo sarebbero state cancellate per sempre dalla memoria dei tempi. Geloso e iracondo, Dio Padre volse il suo odio verso colei che l’aveva preceduto assumendo il pieno potere sulla vita e sulla morte, e di farlo senza il tramite d’una donna; il primo uomo sarà quindi ritenuto emanazione della volontà di Dio e non più il semplice frutto d’un ventre materno. Perciò la donna doveva sparire in quanto emblema della Grande Madre per rinascere come Eva la peccatrice, colei che recò con sé l’inganno e la perdizione, la fonte d’ogni male e d’ogni umana sventura. Allora Dio trasse una costola da Adamo e vi plasmò una nuova creatura, che questi chiamò donna, perché tratta dal suo fianco, e le mise nome Eva, ovvero la madre dei viventi. Ora, creato da un Dio che a sua volta lo aveva fatto a propria immagine e somiglianza, e riscattato dall’onta di essere stato generato dall’immondo grembo d’una donna, poté compiersi in Adamo il dominio su colei che lo aveva generato e su ogni donna a venire, affinché potesse essere lui stesso un dio sulla Terra.

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Tra tutti i miti tramandati dall’antichità, quello di Adamo ed Eva è certamente il più pregnante per le molteplici implicazioni che racchiude. È innegabile quanto esso abbia influenzato il rapporto tra l’uomo e la donna nel corso dei secoli, e stupisce come ancora oggi continui a godere di credibilità presso ampie fasce di popolazione. All’Eva biblica vissuta all’incirca nel 3970 a. C. in un non meglio precisato Eden, presentata dal libro della Genesi come la prima donna del genere umano, possiamo oggi contrapporre l’Eva Mitocondriale, vissuta fra i 99.000 e i 200.000 anni fa in terra d’Africa, che secondo gli studiosi sarebbe la sorgente dei geni, la madre da cui tutti noi discendiamo. Nell’uno come nell’altro caso ci troviamo di fronte a due contrapposti archetipi femminili, due “prime donne” differenti per storia e caratteristiche, che propongono prospettive diverse da cui guardare alla storia del genere umano. L’Eva mitocondriale, concreta e radicata nella storia, venne sopraffatta e sepolta dall’Eva biblica, rappresentata dal mito. La prima, nera e corpulenta, era la donna degli albori dell’umanità, in un’epoca che la vedeva in stretto connubio con l’uomo e con la natura. Non semplicemente una madre dedita alla prole e al focolare domestico, ma una donna forte e poliedrica, dedita a molteplici attività che andavano dalla cura dei figli al duro lavoro per il sostentamento del proprio gruppo di appartenenza. Il suo rapporto con l’uomo era assolutamente simbiotico e paritario, e all’interno della tribù di cui faceva parte godeva di grande considerazione e rispetto. Gli uomini di questa lontana era, dediti per lo più alla caccia, per molto tempo hanno vissuto all’oscuro di se stessi, ignorando persino il loro ruolo nel concepimento della prole; perciò nutrivano nei confronti della donna un senso di riverenza: la donna rappresentava ai loro occhi il mistero più grande, tanto da conferire ai cicli corporei e al potere generativo che si sprigionavano da lei una valenza prodigiosa. Ecco perché, alle prime astrazioni del pensiero, quando l’uomo iniziò a pensare per simboli, la donna divenne la raffigurazione di un essere straordinario, il simbolo primigenio del mistero della vita, una dea. Non era, beninteso, il quadro idilliaco rappresentato più avanti dal mitico Giardino dell’Eden, poiché anche allora, stando ad alcuni ritrovamenti fossili e alle raffigurazioni riportate su dei manufatti, abbiamo indizi di violenze e uccisioni perpetrate sulla donna da parte dell’uomo, per scopi cannibalici e di natura sessuale. Tuttavia, il modello di società che emerge da questa remota epoca si palesa come un sistema improntato a una parità uomo-donna per certi aspetti superiore a quella raggiunta nelle successive società progredite.

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Ma veniamo all’Eva biblica, più volte rappresentata nella storia dell’arte bella e sinuosa, con lunghe chiome dorate che avvolgono il suo corpo diafano. Non più dunque la donna nera e grassa delle origini, con quella sua corporeità tutta fianchi e seni abbondanti che ricorda le rotondità della Terra, ma la bionda figura dalle delicate fattezze, il cui corpo incarna l’ideale bellezza della donna occidentale. È innanzitutto interessante rilevare come, nel racconto biblico, Eva appaia dopo tutto soltanto come una sorta di ripensamento del Creatore. Nel progetto iniziale del Dio adamitico, infatti, la donna non sembra contemplata, ma trova la sua ragion d’essere solo in un secondo momento, e solo in funzione di Adamo. La subordinazione di Eva ad Adamo è già implicita in quel suo essere stata plasmata da una costola dell’uomo, ragion per cui egli è per lei il progenitore, colui da cui è stata tratta e a cui dovrà sottostare. Adamo dà il nome alla donna originata dal suo fianco, né più e né meno di come abbia già fatto con gli animali e tutte le altre specie viventi. Per mezzo di Adamo l’uomo viene dunque investito per decreto divino d’ogni potere sulla Terra, e la sua autorità si estende fino a comprendere la controparte femminile. Nella figura di Eva è invece tratteggiata tutta la predestinazione della donna in quanto tale, e lo stigma che per sempre l’accompagnerà. Una tentatrice, un essere facilmente suggestionabile; è per mezzo di lei che viene introdotto il concetto del peccato; è lei, la donna, l’artefice del Peccato Originale da cui discende ogni maledizione per il genere umano. L’atto di disubbidienza compiuto da Eva, nei confronti del divieto divino di attingere all’albero della conoscenza, costò caro non solo a lei e al suo compagno, ma a tutta la loro discendenza da cui, secondo la Bibbia, proveniamo. Su di lei Dio sentenziò con diverse maledizioni: dolori, afflizione e sconforto nel parto; sofferenza e sacrifici per l’educazione e l’allevamento dei figli; totale assoggettamento al marito. Con lei entrarono nella vita dell’uomo la sofferenza, il duro lavoro, la malattia e la morte. Eva, ovvero la donna, diventa quindi la quintessenza del male, insieme il diletto e la maledizione dell’uomo. Quanto questo mito abbia influenzato la mentalità e il costume delle varie epoche è un dato facilmente accertabile. Con la diffusione delle tre grandi religioni monoteiste (maschiliste e sessuofobiche) ha inizio una nuova era che determinerà non solo la sparizione di un variegato sincretismo religioso, popolato da divinità femminili i cui culti erano spesso gestiti da sacerdotesse, ma anche una radicale trasformazione della società umana, che passerà da un’impostazione preminentemente matriarcale a una più marcatamente patriarcale. I nuovi ministri del culto sono tutti rigorosamente uomini, proprio come il loro Dio. Alla donna sono riservati solo ruoli subordinati all’autorità maschile: difficilmente potrà aspirare al ruolo di Imam, men che mai a quello di Rabbino o di Papa, tutt’al più potrà essere una badessa o una semplice suora, sempre e comunque vincolata al suo vescovo. Sotto l’onnipotente Dio stanno varie figure femminili venerate in quanto sante, ma anche qui emerge un altro aspetto caratteristico dell’agiografia cristiana: la verginità viene esaltata e proposta come condizione privilegiata per le donne sante, mentre raramente viene richiesta agli uomini santi. L’apice di questa tensione sessuofobica è senz’altro rappresentato dall’eccelsa figura della Madonna, così mirabilmente costruita dal cattolicesimo. Maria, la madre di Gesù, è proposta come la nuova Eva, colei che pone riparo alle colpe della prima donna. L’umiliazione di un Dio che per farsi uomo deve necessariamente essere partorito dal grembo di una donna andava in qualche modo mitigata. I Padri della Chiesa dispiegarono perciò sulla figura di Maria ogni artifizio teologico teso a renderla un essere sovrumano, una donna priva d’ogni connotato di concreta umanità e femminilità. La nuova Eva è un essere desessualizzato, immune dal peccato, dispensata dalla malattia, dalla vecchiaia e dalla morte, ma al tempo stesso una sposa ubbidiente e una madre amorevole. Maria è un modello a cui ogni donna dovrà aspirare ma al cui grado di perfezione non potrà mai pervenire. Alla donna comune non resta in definitiva che preservare la propria verginità in vista del matrimonio, concedere il proprio corpo al solo fine di procreare, senza indulgere nei piaceri dei sensi, e soprattutto essere madre premurosa, sposa docile e ubbidiente.

Giuseppe Maggiore

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Cover Amedit n. 25 - Dicembre 2015 "Célestine" by Iano

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