IL VERDE VERTICALE | La nuova bioarchitettura di Patrick Blanc

Posted on 23 dicembre 2015

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patrick_blanc_verde_verticale_bioarchitetturaIL VERDE VERTICALE

La nuova bioarchitettura di Patrick Blanc

di Massimiliano Sardina

 

Nel verde luminoso e avvolgente di un meraviglioso giardino ciascuno di noi può ben affermare di sentirsi in paradiso. Il termine “paradiso”, attraverso il latino paradisus e il greco paradeisos, ha origine dal persiano pairidaez, che significa per l’appunto giardino. Oggi i giardini tradizionali, sempre più recintati e ridotti, cercano disperatamente nuovi territori dove attecchire e fiorire. Esaurite le traiettorie orizzontali, non resta che guardare al cielo. La nuova bioarchitettura di Patrick Blanc sfrutta proprio questo escamotage: se non c’è spazio in terra, bisogna allora mirare alto. Potremmo semplificare e dire che Patrick Blanc installa su superficie verticale quello che un comune bravo giardiniere (o garden designer) realizza orizzontalmente su un giardino tradizionale. In un certo senso è così, ma tutta l’operazione è ben lungi dal ridursi al mero dato estetico o al gusto per l’insolito, e chiama in causa ragioni più complesse e profonde. Nelle intenzioni del suo ideatore, il botanico francese Patrick Blanc (ricercatore del CNRS e docente universitario), il verde verticale dovrebbe contribuire a risolvere le problematiche più urgenti della nostra contemporaneità, quelle legate all’ecosistema e, più in generale, al rapporto (sempre più compromesso) tra umanità e territorio.

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Il Verde – come drammaticamente testimoniano le battaglie di sensibilizzazione sul fronte globale dell’ecologia degli ultimi decenni – si qualifica sempre più come il “grande estromesso” del tessuto metropolitano, relegato a parchi e bioparchi circoscritti o a bio-arredo da giardino (per chi ancora può permetterselo); la costrizione della vegetazione nel recinto claustrofobico di un’aiuola (più o meno grande, ma pur sempre un’aiuola) ha alienato progressivamente l’interscambio naturale tra uomo e ambiente, sovrapponendovi il modello eco-insostenibile del cemento. Nonostante tutti gli sforzi e i provvedimenti mirati alle politiche di salvaguardia la situazione si riconferma allarmante a ogni verifica concreta. Quella di Patrick Blanc è già una risposta, e in quanto tale va apprezzata, ma fa specie assistere a quest’arrampicata disperata del verde sulle pareti infinite di un’edilizia cieca e sconsiderata, quasi che non vi fosse altro spazio assegnabile (una desolante previsione di un futuro forse non troppo così lontano). Le pareti di Blanc sono ben altra cosa della tradizionale edera rampicante, sono veri e propri pannelli inchiodati agli edifici, micro ecosistemi controllati nel peso e nelle misure e scrupolosamente manutenzionati (a un rametto non è mica permesso di andarsene dove vuole, e guai se osa avvicinarsi troppo alla privacy di una finestra); tanto amore per la natura, tanta adesione alle tematiche ambientali, tanta elegante maestria nelle arti botaniche non bastano però a scongiurare l’artificio del risultato finale. Scenografiche, rigogliose, turgescenti, esteticamente ineccepibili, vere e proprie boccate d’ossigeno, un indubbio piacere per l’occhio e per lo spirito… ma le considerazioni non si fermano qui. Il vertical garden non riesce a dissimulare fino in fondo la sua natura posticcia, e corre il pericolo di rivelarsi alla stregua di un mazzo di fiori, bellissimi fiori, dentro un vaso colmo d’acqua. Meglio faremmo se considerassimo le cascate di verzura di Blanc come delle semplici maschere, rivestimenti finalizzati a occultare obbrobri edilizi o, in casi meno impegnativi, a impreziosire architetture già di per sé dignitose. Con queste considerazioni non intendiamo deprezzare o svilire l’operazione di Blanc, ma caso mai ridimensionarne certe valenze. Per tutto il resto, tanto di chapeau.

Blanc lavora su una tavolozza variegata e composita dove a farla da padrone, com’è facile immaginare, sono le più ricercate sfumature del verde. Tutto, stando a quanto dichiarato dallo stesso Blanc, ebbe inizio con dei viaggi in Thailandia e Malesia nei primi anni Settanta; qui il giovane botanico ebbe modo di osservare, non senza stupore, la crescita della vegetazione locale su dirupi e pareti rocciose particolarmente ripide, e l’osservazione si tradusse nella seguente constatazione: “per svilupparsi e crescere in salute le piante non hanno necessariamente bisogno del suolo.” Dobbiamo aspettare il 1994 per la prima realizzazione ufficiale, presentata al Festival Internazionale dei Giardini di Chaumont-sur-Loire. La creazione suscitò subito curiosità e interesse, tanto che subito arrivò la commissione di una parete vegetale per il Parco Floreale del Bois de Vincennes. A partire da quest’installazione l’avanzata di Patrick Blanc è stata, e continua a essere, inarrestabile. Dai parchi (luoghi “verdi” per antonomasia) alle città, e dagli esterni urbani agli interni: la sfida di Blanc è quella di far attecchire il verde un po’ dovunque, anche negli spazi più impossibili. Al momento le installazioni più imponenti del green-vertical-artist fanno bella mostra di sé al Caixa Forum di Madrid (un muro vegetale di quasi venticinque metri d’altezza composto da quindicimila piante di circa duecentocinquanta specie diverse) e al Museo Quai Branly di Parigi (un vegetal-wall di ottocento metri quadrati, con assemblaggio di specie botaniche di diverse parti del mondo). Un’installazione di Patrick Blanc nel nostro paese è visibile al Café Trussardi di Milano, nei pressi del Teatro alla Scala. Sarà utile ora spiegare gli aspetti più propriamente tecnici, e capire come può “funzionare” un muro vegetale. «Ho nella mente il desiderio di rinascere su questa roccia, Ho nella linfa tutto l’ardore per riuscirci, Ma come fare?» (Idillio clorofilliano, P. Blanc). Alla messa a punto di un sistema ottimale Blanc arriva per gradi, dopo una lunga e laboriosa fase di sperimentazione.

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Scriveva Hermann Hesse: «Non è facile avere un bel giardino: è difficile come governare un regno». I principali problemi da risolvere si rivelarono fin da subito quelli relativi al “terreno” e, naturalmente, quelli inscindibilmente legati alla gravità; Blanc però, nelle sue frequenti ricognizioni in Malesia e Thailandia, aveva toccato con mano un dato fondamentale e cioè che per vivere le piante non hanno obbligatoriamente bisogno di terra ma principalmente di acqua, ossigeno e anidride carbonica (per innescare il processo di fotosintesi). Il colpo di genio del botanico parigino è quello di risolvere, come si suol dire, il problema alle radici, eliminando tout court il supporto-terra sostituendolo con una particolare struttura a strati, una griglia modulare con funzione sia portante che di irrorazione. Sulla struttura metallica portante, resa impermeabile da una guaina in PVC, Blanc posiziona uno strato di cartonfeltro per facilitare la distribuzione uniforme dell’acqua, ed è su questo strato che si sviluppa la vegetazione. Il sistema è collaudato per sorreggere circa trenta chili per metro quadrato; tra la griglia e la parete d’aggancio scorre uno spazio di cortesia per consentire la circolazione dell’aria. Nonostante tutte le strategie adottate il muro vegetale non è completamente autonomo e può sopravvivere solo attraverso una costante manutenzione, sia per l’idratazione (con la somministrazione di sali e fertilizzanti), sia per l’assetto estetico (la potatura). Quello della manutenzione, va detto, è un problema che riguarda anche i giardini “orizzontali”. Blanc sta attualmente perfezionando un sistema più autonomo, con vegetazione a crescita lenta e sviluppo meno invasivo delle radici. Il vertical garden non è la risposta alla cementificazione selvaggia che ha sfigurato il pianeta nell’ultimo mezzo secolo, ma è comunque un importante e tangibile contributo in chiave eco-architettonica. Se è vero che i rivestimenti di verde verticale sottolineano in taluni casi la bruttura degli edifici a cui fanno da maschera, è anche vero che comunque ne nobilitano l’ingombro (la presenza del verde è sempre preferibile all’assenza del verde).

Le fotografie non riescono a rendere pienamente l’impatto visivo monumentale, e lo stupore generato dalla ricontestualizzazione, di una parete di Blanc. «I suoi muri verdi – scrive Michela Pasquali – rivestono l’architettura di natura, per formare una maschera, una seconda pelle, per diventare giardini. La forma geometrica delle facciate e quella organica delle piante si sovrappongono. Il naturale si innesta e si ricompone con l’artificiale e le piante che ne fuoriescono con rami e foglie suggeriscono un’ambigua fioritura dell’architettura e chissà quali misteri vegetali all’interno dell’edificio.» Nei secoli d’oro dell’architettura occidentale, specie tra ‘500 e ‘700, l’interazione tra edilizia e paesaggio guidava e condizionava la stessa fase progettuale, basti pensare alle ville palladiane dove il dialogo tra interno ed esterno mirava a sfumare la demarcazione tra artificiale e naturale. «ll giardino è movimento, vita, l’architettura è fissità e cristallizzazione, – scrive Marie Luise Gotheim – ecco perché, forse, l’una ha così bisogno dell’altro. In questo rapporto-scontro il giardino è stato a volte l’ancella, a volte la signora». L’operazione di Blanc mira dritta al cuore del problema architettonico contemporaneo, ne denuncia gli abusi e indica come unica via il ritorno alla supremazia della natura. L’auspicio è quello di una rivalsa del verde sui grigiori dell’asfalto e del cemento. «Non mi faccio illusioni – dichiara Blanc – so bene che è difficile sperare che ogni paese lasci intatto più di un decimo del suo territorio».

Ne Il bello di essere pianta (edito in Italia da Bollati Boringhieri) il botanico sottolinea i pericoli dell’aumento demografico galoppante per un ambiente sempre più soffocato dalle logiche del progresso. «…Gli uomini sono così – scrive immedesimandosi in una pianticella del sottobosco – e io sono pronta a perdonare la loro bulimia dilagante, ma allora cosa aspettano a far qualcosa per cercare di stabilizzare e poi di ridurre piano piano, nel corso delle generazioni, il numero di loro simili così ingordi? Consumare senza ritegno, perché no, ma con così tanta gente diventa molto difficile per tutti gli esseri viventi della nostra Terra inestensibile.» Blanc non vagheggia un regresso arcadico alla dimensione agreste ma pone significativamente le basi per un rinnovato dialogo tra natura e tessuto metropolitano, ben consapevole del futuro ipertecnologico che già sta modellando i processi di urbanizzazione. Il verde verticale sottrae cemento non solo alla vista ma anche all’aria che respiriamo, basti considerare che la vegetazione installata da Blanc al Café Trussardi di Milano riduce le immissioni di Co2 di circa trentamila chilogrammi l’anno, immettendo nell’atmosfera quasi cinquemila chilogrammi di puro ossigeno. E il verde sia! Qual miglior modo di concludere se non con le parole di José Santos Chocano: «Una città non vale più di un giardino di rose».

Massimiliano Sardina

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Cover Amedit n. 25 - Dicembre 2015 "Célestine" by Iano

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