IL DIO DELLA CARNE | Il giardino delle mosche | Un romanzo di Andrea Tarabbia | Letto e recensito da Amedit

Posted on 23 dicembre 2015

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il_giardino_delle_mosche_andrea_tarabbia_cikatilo (3)IL DIO DELLA CARNE

Il giardino delle mosche / Un romanzo di Andrea Tarabbia

di Leone Maria Anselmi

Ne Il giardino delle mosche Andrea Tarabbia ricostruisce la vicenda umana e disumana di Andrej Čikatilo, meglio noto alle cronache come “il mostro di Rostov”, stupratore feroce e assassino cannibale, uno dei criminali più efferati della storia. Cinquantasei le vittime accertate, tra bambini, bambine e giovani donne, una carneficina lunga dodici anni (dal 1978 al 1990), e che si sarebbe protratta chissà ancora per quanto, se l’insospettabile Andrej (sposato, con figli) non fosse stato fortunosamente fermato. Andrej Romanovič Čikatilo (nato a Jabločnoe, in Ucraina, nel 1936) era quel che si dice un uomo di intelligenza superiore, laureato per corrispondenza in ingegneria, in letteratura sovietica e in marxismo-leninismo presso l’Università di Rostov, e iscritto al Partito dal 1961. Figlio della miseria, Andrej mette su famiglia e si impegna nel lavoro (per breve tempo farà anche l’insegnante, ma verrà licenziato per un episodio di molestie verso una giovane allieva). Sullo sfondo una Russia collassata sotto il peso dell’utopia comunista, un Paese sterminato e desolato, freddo, povero, impegnato in una lenta e rassegnata trasformazione; destinato al crollo, il Socialismo fin dal suo insorgere aveva disseminato le sue macerie in ogni angolo dell’Unione Sovietica. Nelle sue vittime, adescate ai margini della società, sedotte e condotte al patibolo, Čikatilo vede i segni del fallimento della “grande causa comune”, segni che vuole cancellare sotto altri segni, come in un rituale di purificazione; il carnefice, in ossequio alla sua irrefrenabile patologia, infligge la morte al contempo sia come punizione e sia come benedizione. La vittima si palesa quale rifiuto, prova vivente di un sistema politico-sociale imperfetto. Ai suoi occhi è colpevole tanto una bambina, figlia della miseria, quanto una prostituta, emblema del disordine e del non rispetto della regola. «…Essi sono la prova che il Socialismo non ha dato un lavoro e una vita migliore a tutti. Non ce l’abbiamo fatta.»

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Nel tentativo di penetrare le ragioni del male (se di ragioni si può parlare) Tarabbia sceglie di raccontare la storia dall’interno, dall’ottica distorta del colpevole, evitando così i toni della cronaca e della ricostruzione biografica. Attingendo dalle confessioni rese da Čikatilo al momento della cattura e nel corso del processo, l’autore dà voce a una patologia complessa e oscura, veicolata da una personalità giana capace di dissimulare la più atroce violenza dietro una parvenza d’innocua normalità. «Io sono il dio della carne» proclama il carnefice mentre affonda gli artigli nel corpo esanime della sua vittima di turno. I luoghi della mattanza sono preferibilmente i boschi, gli sterminati boschi dove è stata combattuta la grande guerra patriottica. «Qui il grande esercito sovietico ha attirato e massacrato la grande bestia tedesca.» È nei boschi della regione di Rostov che Čikatilo sfoga la sua vampa, stuprando, mutilando e ingurgitando le sue piccole mosche. Tanto orrore può forse ricondursi a due singoli traumi: uno stupro di gruppo subito da Andrej sotto le docce durante il servizio militare e, ancora più indietro nel tempo, la perdita di un fratellino mai conosciuto, Stepan (mangiato dai vicini di casa negli anni della grande carestia, o almeno così gli aveva raccontato la madre); altra causa scatenante una disfunzione erettile che, sebbene non gli avesse impedito di avere due figli, non gli consentiva certo una normale attività sessuale.

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In Čikatilo politica e sessualità sono avviluppati come in un rovo: la Russia è un corpo sacrificato e da sacrificare, una mosca da schiacciare, ma di riflesso è anche un corpo da onorare (come quello imbalsamato di Lenin, conservato in una teca di cristallo nel mausoleo del Cremlino), un corpo insieme innocente e colpevole. Tra impotenza sessuale e crollo del potere in Patria, Čikatilo stringe un patto scellerato e ne fa un ibrido malsano che chiamerà “la mia mutilazione”. Quando scopre di aver sposato un sadico pluriomicida la moglie Fenja cade letteralmente dalle nuvole «…Come è potuto succedere, Andrej? Che cosa ti ha fatto diventare questa cosa che sei?» La risposta, lucida e delirante a un tempo, Čikatilo la consegna al dottor Kostoev, incaricato dal procuratore generale dell’URSS di raccogliere le sue confessioni per redigerne un dossier quanto più completo ed esaustivo. È nella terra di mezzo tra vita e morte che Čikatilo reitera il suo rituale: nel dolore. Il dolore è il suo bosco e la sua Grušëvska (il fiume dove più volte si è mondato del sangue delle sue vittime). Lena, Svetlana, Vadim, Tan’ja, Irina, Alëša… Čikatilo ha esteso il suo dominio su un’infinità di corpi, ha sfogato la sua frustrazione dilaniando e amputando con metodica bestialità, illudendosi forse di guadagnare il loro rispetto e la loro gratitudine. Nelle sue confessioni, ora vaghe ora dettagliate – trasposte da Andrea Tarabbia in una narrazione atmosferica e partecipe, sospesa tra documento biografico e stesura romanza – Čikatilo cerca di giustificare le sue azioni, di dargli una connotazione, un’etica, una desinenza profonda. Ed è qui, nella logica malata di certe espressioni lucide, che emerge tutto l’orrore di un’anima sbagliata.

Leone Maria Anselmi


Cover Amedit n. 25 - Dicembre 2015 "Célestine" by Iano

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