AMA CIÒ CHE SEI (Mondadori, 2015) | Intervista all’autrice Silvia Tesio

Posted on 23 dicembre 2015

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AMA CIÒ CHE SEI (Mondadori, 2015) | Intervista all’autrice Silvia Tesio

a cura di Giancarlo Zaffaroni

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Ama ciò che sei, il terzo libro di Silvia Tesio, è un romanzo dalle molte facce, tempi, storie che riguardano donne, famiglie e genitori di diversa natura. Ne parliamo con l’autrice.

ama_ciò_che_sei_silvia_tesioIl libro contiene – fra i vari elementi – un vasto campionario di madri, quella ingombrante di Marta e quella tragica di Andrea, Marta come madre delle sue figlie, la madre “putativa” di Andrea, che è il personaggio che mi ha toccato di più. È davvero un libro sulla maternità o sbaglio?

Non sbagli! Molti attribuiscono ad “Ama ciò che sei” un ruolo quasi di genere perché uno dei personaggi è un transessuale. Ma io credo sia più un romanzo che parla di rapporti madri-figlie, madri-figli e anche figlie un po’ madri. Persino Bruno, il fratello di Andrea, è molto materno. Insomma: mi piace pensare di aver scritto un romanzo sul senso materno e sulla sua mancanza, sul desiderio di essere madri e su quello di avere una mamma diversa da quella che si ha. Il desiderio di essere accolti, del resto, non ci abbandona mai.

Forse, più in generale, del lato femminile, poiché quello maschile è abbastanza scricchiolante, il padre di Andrea è tremendo, quello di Marta è così centrato sul suo lavoro da pubblicitario

Il padre di Andrea, più che tremendo e basta, è un tremendo ignorante. Quello di Marta viene disvelandosi come la parte più frivola dell’uomo, che abbraccia e rappresenta una fascia di maschi medio-borghesi e medio-colti molto in voga negli anni settanta, ma ancora molto attuali. La casta dei pubblicitari stava facendo la storia, la Milano da bere diventava un culto. Il papà di Marta è buffamente convinto di possedere il sapere, e dice alla figlia che meriterebbe un padre metalmeccanico invece che un fine intellettuale come lui. Marta ride: ha infatti sperato per tutta la vita che lui lo fosse stato (metalmeccanico). Una sana ignoranza è sempre meglio di una finta cultura.

La cultura può diventare facilmente fine a se stessa e non innervare la vita vera, le scelte, i comportamenti, i valori di riferimento delle persone?

La cultura dell’intellettuale può essere arida e sterile, ostentata, l’isteria per il premio è una vanità che ho visto lavorando nella pubblicità: gli anni ottanta parlano da soli, credo che tutto il bisogno di apparire che è venuto dopo parta proprio da lì. Per i ragazzi che vengono ai miei corsi di scrittura narrativa spesso sembra che scrivere un romanzo sia questione di vita o di morte. Purtroppo non è raro che quando chiedo loro la ragione che li muove rispondano “per fare poi le presentazioni e incontrare i lettori che ti ammirano”. Incontrare i lettori è una figata, devo ammetterlo, ma vagli a spiegare che l’urgenza letteraria non è quella!

Ecco, la scrittura: è necessità, professione, disciplina, fantasia

Per me è stato un modo per sopravvivere. Sono stata una bambina molto sola, mi sentivo estremamente distaccata dai coetanei, ero diversa. La mia vita era diversa perché sono cresciuta con gli adulti. Da ragazzina non scrivevo ancora ma riscrivevo la realtà: ho sempre pensato a cosa sarebbe successo se una cosa capitata nella vita fosse successa diversamente o se una persona invece di dire una frase ne avesse detta un’altra. La normalità mi annoiava a morte, la vita quotidiana mi faceva due palle così, e quindi fin da piccola trovavo la maniera di modificare le cose come le avrei immaginate per renderle più affascinanti. E poi anche con i ragazzini non mi trovavo: intanto ero troppo ingombrante, facevo troppo casino perché ero egocentrica, poi volevo baciare tutti e loro non volevano e io allora li menavo, e quindi toglimi dall’asilo e cambia scuola elementare… Non che crescere in una trattoria di puttane e camionisti aiutasse! I miei non erano esattamente benestanti perciò, per esempio, io avevo sempre l’imitazione di tutte le cose. I pennarelli? Gli altri bambini avevano i Caran d’Ache e io quelli che bisognava succhiare perché colorassero, e quindi una volta ho preso i pennarelli di tutti e li ho ridistribuiti seguendo una mia idea di giustizia. Disastro! Che posso farci? Non ho mai sentito il senso dell’autorità. I bambini si infastidiscono, non sono tanto pietosi, e quindi spesso ero proprio da sola, non ero una bambina tanto integrata. Così per me scrivere, anche nella mia testa, riscrivere la “storia” mi ha aiutato a sopravvivere, a non sentirmi un mostro.

E nella scuola questo desiderio o capacità di scrittura veniva accolta e stimolata?

Ero molto brava nei temi e in generale negli orali, tranne che in latino dove funzionavo solo nelle versioni. Per me era come fare il Sudoku: trovare la traduzione mi divertiva. Ma nonostante il latino in prima superiore sono stata bocciata lo stesso e alle medie poco ci mancava: andavo dalle suore e quella di musica mi aveva obbligata a imparare una cosa lagnosissima al flauto. Un anno di “Dolce sentire” e sfido chiunque a non tirare una bestemmia! Io però non ho bestemmiato mai. Mi sono limitata a rifiutarmi di interrompere l’esecuzione durante l’esame di terza media, quando la mia bava aveva cominciato a uscire dal flauto per colare sul registro dell’insegnante di commissione. Mi urlavano di smetterla e io spifferavo come una disperata. Alla fine sono uscita con sufficiente e solo perché quelle all’idea di tenermi lì ancora un anno gli si alzava il velo sulla testa dalla paura.

Verità o realtà sono un valore, adesso, per te?

Con moderazione lo sono. La verità però è sopravvalutata secondo me. Non intendo l’insincerità che è comunque una cosa brutta perché prevede l’inganno, che non mi piace. Invece la menzogna vitale nasce dalla creatività, dal bisogno di vedere un mondo forse anche più bello di com’è, e allora uno s’inganna un po’, o inganna altri come per protezione, per colorare un po’ la vita. Del resto la verità cos’è? Quando vivi un’esperienza di qualunque tipo è sempre soggettivo quello che provi. Dipende dal punto di vista.

In effetti nel libro punti di vista ed equivoci si mantengono lungamente nel tempo

L’equivoco si crea più o meno sempre perché la comunicazione è una faccenda molto complessa, bisogna trovare innanzitutto un’apertura, una persona che quando tu parli sia davvero disposta ad ascoltare quello che stai dicendo, e normalmente questo avviene quando dici qualcosa di funzionale a quello che la persona ha voglia di ascoltare, altrimenti avviene che tutti hanno una gran voglia di raccontarsi ma poca voglia di ascoltare

Raccontarsi anche scrivendo

Sì, la salvezza che ho trovato nella scrittura deriva dal fatto che quando capisci che quello che scrivi interessa a qualcuno allora inizi a rivalutare te stessa. Tutte le persone hanno un bisogno disperato di esistere, di esprimersi e di essere accolte per come sono che non resta spazio per l’ascolto, e quindi l’equivoco lo crei nel momento in cui tu non sei in grado veramente di ascoltare che cosa ti viene detto

E negli incontri con i lettori come funziona la comunicazione?

Per me è una cosa meravigliosa e vitale, bellissima. Sono anche molto fortunata: se mi attribuisco un merito è quello di mettermi completamente nuda quando faccio le presentazioni, perché per me è un momento di rara condivisione. È vero che a volte qualcuno è infastidito, si alza e se ne va, perché puoi piacere o non piacere, ma è pur vero che quelli che rimangono di solito ti restano incagliati dentro perché hai proprio uno scambio profondo difficile da avere in un rapporto alla pari, perché lì vengono per ascoltarti, con una diversa predisposizione d’animo che si appoggia sul terreno comune del libro. Poi c’è l’eccitazione del giudizio che pende su di te, è (non so se si può dire) come scopare nel sottoscala col timore di essere beccato. Il fatto di poter fallire rende tutto un po’ più eccitante.

C’è stato chi è venuto prevenuto, critico, agguerrito?

Ma certo! Quasi ogni volta c’è almeno una persona che è venuta agguerrita, ma di solito si smorzano i toni perché io vado in pace. Una sola volta mi sono davvero arrabbiata perché una signora, che tra l’altro è una editor, ha detto che scrivo grandi banalità credendo di dire chissà cosa, come se facessi cadere dall’alto perle di saggezza. Parlava di me? Di me che mi presento sempre dicendo che ho solo domande e non risposte, negli incontri e nei miei libri che non sono mai chiusi nel senso stretto del termine? Un’altra ha sentenziato che io scrivo libri furbi, e questo mi ha fatto davvero incazzare ed ho reagito energicamente, se fossi capace di scrivere libri furbi magari ci farei anche qualche soldo in più. Ecco questo mi ha dato molto fastidio ma normalmente ogni scontro viene immediatamente sedato. Capitano più incidenti con chi mi presenta, se capisco che non ha capito niente del libro allora poi è un pasticcio (ride).

E invece la comunicazione sui social network, l’opposto dell’incontro dal vivo?

Per me è un disastro. Mi piace ricevere richieste di amicizia, mi piace quando mi mandano i messaggi perché, per vanità personale, mi piace essere coccolata. Se fai tanta fatica per trovare un tuo spazio (io non è che mi sia mai affannata più di tanto) e poi qualcuno ti cerca per dirti che ha letto il tuo libro è bello, appaga il tuo ego. Ma quella non è comunicazione fra persone

Ritornando ai temi del libro, l’accoglienza, la famiglia “adottiva” di Andrea è un miracolo

Sì, e come nelle favole il mondo rimane perfetto finché qualcuno muore. È perfetto perché dura poco. La signora Maddalena, la mamma “adottiva” di Andrea è così illuminata perché è vicina alla morte. Un altro personaggio che mi piace molto è la psicologa che aiuta Andrea nella difficile comprensione di sé, è una bella figura, come anche Bruno, il fratello di Andrea.

Andrea, vicino alla sua morte, costruisce un posto dove Marta può ritornare

Un posto dove Marta potrà ricostruire la sua storia nel tempo in cui sono stati divisi, un luogo di memoria e comunicazione postuma. Marta e Andrea si conoscono su un piano temporale sfalsato, quando sono insieme da ragazzi è come se non si conoscessero veramente. Apprendono la vita che fanno una volta separati e in tempi diversi attraverso i loro diari.

Andrea è fortunato nel trovare persone che lo aiutano

Ma lui è un figo tale che non è possibile non aiutarlo, mi sono proprio innamorata di Andrea. E si salva anche perché lui rivendica la sua diversità, disarmando chi gli vuole male. Se sbandieri le tue insicurezze, sembra una stupidaggine ma l’ho vissuto in prima persona, se non hai paura di dichiarare quello che sei, le tue debolezze, l’altro le deve accettare e il rapporto deve partire da lì, includendole.

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SINOSSI DEL LIBRO

Marta sta dormendo profondamente, nel suo appartamento di Parigi, quando il telefono squilla. È notte fonda: la voce di sua madre le dice che deve tornare subito a Torino perché Andrea sta morendo. Poche ore dopo, Marta è di nuovo nella città dove è cresciuta. Corre in ospedale, scivola nella penombra della stanza dove giace il suo immenso amore di gioventù: solo che Andrea, ora, è una donna. Marta lo ha sempre saputo, che il più grande desiderio di Andrea era quello di non essere maschio. Ma sono cresciuti insieme, hanno condiviso la sofferenza di famiglie difficili e la voglia di costruire un futuro diverso, e Marta non ha potuto fare a meno di provare per lui qualcosa di molto simile all’amore… Quando Andrea morirà, di lì a poche ore, Marta scoprirà che lei ed Emily, la figlia che ha partorito appena diciottenne, sono state nominate eredi di tutti i beni di Andrea. E proprio tra le pareti della piccola e accogliente casa che ha appena ereditato, scoprirà che i lunghi anni in cui lei e Andrea hanno vissuto lontani nascondono molti segreti. Segreti semplici eppure impensabili, che come fiumi sotterranei giungono fino a lei e possono finalmente dare senso, pace e nuova linfa all’esistenza.

SILVIA TESIO (Torino, 1970) ha lavorato come copywriter pubblicitaria e sceneggiatrice per il teatro e la televisione. Ha pubblicato i romanzi Te lo dico in un orecchio (Sonzogno 2009) e Piacere, io sono Gauss (Mondadori 2010).

Giancarlo Zaffaroni


Cover Amedit n. 25 - Dicembre 2015 "Célestine" by Iano

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“Célestine” by Iano

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