Fabio Maniscalco | Un archeologo in trincea | Oro dentro | a cura di Laura Sudiro e Giovanni Rispoli | Letto e recensito da Amedit

Posted on 22 dicembre 2015

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fabio_maniscalco_oro_dentro_sudiro_rispoli_skiraFabio Maniscalco | Un archeologo in trincea

Oro dentro | a cura di Laura Sudiro e Giovanni Rispoli (Skira, 2015)

di Massimiliano Sardina

 

In Oro dentro (Skira, 2015) Laura Sudiro e Giovanni Rispoli ricostruiscono la vicenda professionale e umana di Fabio Maniscalco, archeologo militante, studioso appassionato e pioniere nella tutela del patrimonio artistico e culturale in aree di crisi. Nato a Napoli nel 1965, si iscrive nel 1984 alla Facoltà di Lettere antiche Federico II, e si laurea nel 1990 in Filologia micenea (con una tesi sulle armi micenee) con Louis Godart come relatore. La prima esperienza di scavo (con Godart) risale al 1985 – un’azione congiunta tra l’Università di Napoli e il Ministero ellenico dei Beni culturali – e avviene nel sito minoico di Apodoulou. Qui, con le mani affondate nella terra, a contatto con la materia viva, Maniscalco vede emergere tutta l’urgenza della sua vocazione. Fin da subito quella di Fabio Maniscalco si profila non già come una carriera professionale ma come una missione, un’azione di recupero e valorizzazione volta a salvaguardare un’eredità universale.

fabio_maniscalco_oro_dentro_sudiro_rispoli_skira (1)«Il mestiere dell’archeologo – scriveva Gianni Roghi nel 1961 – è uno dei pochi che si fa veramente per vocazione […] L’archeologia è fatta di avventura, di camminate, di aria libera e scarpe rotte, di osterie in campagna e di solitudine fra le pietre, di idee, di meditazioni in biblioteca, di curiosità balzane, di fantasia, di colpi di testa, di cultura applicata.» Dopo la laurea Maniscalco ha di fronte a sé uno scenario tutt’altro che rassicurante, con prospettive di guadagno davvero irrisorie; si iscrive a un corso di perfezionamento presso il Suor Orsola Benincasa, e nel frattempo collabora saltuariamente con la Criminalpol e con la Procura della Repubblica di Napoli (perlopiù in merito al fenomeno della ricettazione). Parallelamente, in ossequio al suo percorso di “archeologo militante”, lavora a degli scavi a Soleto, nel Salento (organizzati dalle università di Bruxelles e di Lecce), e successivamente a Catanzaro, sul colle di San Giovanni. Più della terra lo attrae il mare, e tutte le piccole atlantidi che vi sono custodite. All’inizio degli anni Novanta frequenta il Centro Sub Napoli e il Centro Immersioni Massa Lubrense; si specializza in Francia (ad Aix-en-Provence) con Bernard Liou, Pierre Gros e Jean-Paul Morel. Il tuffo nell’archeologia subacquea lo porterà a compiere importanti ricognizioni sulla città sommersa di Baia (sul litorale tra Campo Miseno e Punta Epitaffio); il metodo di Maniscalco è di impronta multidisciplinare, e tiene conto sia dell’aspetto storico-artistico sia di quello più strettamente legato alla conservazione e al restauro. Nel 1992 Maniscalco firma il suo primo libro Archeologia Subacquea, edito da Alfredo Guida; seguirà nel ’95 Il nuoto nel mondo greco-romano, per Massa Editore, nel ’97 Ninfei ed edifici marittimi severiani del Palatium Imperiale di Baia, e nel ’98 Mare nostrum. Fondamenti di Archeologia subacquea.

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I veri abissi Maniscalco li sonderà in trincea, nei paesi devastati dall’orrore della guerra (Bosnia, Albania, Kosovo, Medio Oriente), tra macerie e desolazione. L’archeologo militante depone la penna e impugna il badile, vuole verificare di persona, vuole toccare con mano, vuole entrare nel vivo del problema per testimoniarlo e, se possibile, risolverlo. Nel gennaio del ’96 chiede, e ottiene, di essere inviato in Bosnia, a Sarajevo; ci arriva in qualità di tenente, ma il suo vero obiettivo (come spiegò subito al colonnello Scalas) era quello di monitorare lo stato del patrimonio culturale di Sarajevo. Maniscalco fa appello all’articolo 7 della Convenzione dell’Aja (1954) che prevede, nel nucleo delle Forze armate, la presenza di una equipe specializzata preposta alla salvaguardia dei beni artistici e culturali. Letteralmente s’inventa un mestiere, si industria come può per ricoprire quel ruolo lasciato scoperto dal governo, ma a fronte di tanto impegno non otterrà dall’esercito alcun riconoscimento concreto. Per tutta la vita Maniscalco resterà un precario, e non sono stati certo i proventi ricavati dalla vendita dei suoi libri a dargli il pane, essendo rivolti a una cerchia ristretta di addetti ai lavori. A Sarajevo – prima tappa del lungo monitoraggio effettuato nei territori violati dai conflitti bellici – Maniscalco si trova faccia a faccia con lo scempio; l’obiettivo è quello di documentare scrupolosamente ogni singolo ammanco, i graffi, le scalfitture, le abrasioni, le mutilazioni… fino agli insanabili sventramenti. Visita musei, edifici storici e religiosi, intervista direttori e responsabili, e raccoglie ogni sorta di informazione. Sa bene che le aree interessate dalle guerre sono attraversate da branchi di sciacalli opportunisti (all’arte bombardata si accompagna anche quella depredata per essere rivenduta nel mercato clandestino internazionale, uno dei tumori più maligni che l’archeologia militante cerca quotidianamente di arginare).

Tutta la documentazione raccolta nelle aree balcaniche confluisce nel testo Sarajevo. Itinerari artistici perduti (edito da Guida nel ’97). Molte fotografie dell’archivio Maniscalco vengono esposte ad Alessandria, nel marzo ’97, nella rassegna fotografica “Emergenza Arte”, organizzata dal Sipbc (la Società italiana per la protezione dei Beni Culturali). Le fotografie ritraggono, scrivono Sudiro e Rispoli «…le macerie della Biblioteca nazionale, i muri squarciati del Museo di Stato della Bosnia-Erzegovina, i segni delle granate sul minareto e sulle cupole della moschea di Gazi Husrev-beg e i comignoli bersagliati della sua Medresa; e poi le finestre sventrate del Museo Ebraico, il tetto crollato del Museo Olimpico, le colonne crivellate della moschea dell’Imperatore, i fori dei proiettili sulle vetrate della cattedrale del Sacro Cuore; e ancora, le voragini aperte dai colpi di artiglieria sul Ponte Latino e sul Ponte dell’Imperatore, le facciate deturpate del palazzo delle Poste, della filiale della Banca Austro-Ungarica, della Slavija, del Prosvjete, della casa di Kuca Zadik Haim Levi, i resti del Ponte di Mostar…» L’anno successivo, il monitoraggio in Albania confluirà in Frammenti di storia venduta. I tesori di Albania (1998). Un lavoro più completo e sistematico, di un respiro più generale, è Ius Praedae. La tutela dei beni culturali in guerra (pubblicato nel ’99). Nonostante i meriti, come abbiamo già accennato, e dopo due anni come volontario, Maniscalco non riesce a entrare nell’Esercito (ufficialmente perché non supera la prova scritta di sbarramento). Tanti elogi, pubblicazioni, premi, riconoscimenti, ma mai un impiego remunerativo. «Aveva documentato i danni enormi al patrimonio culturale dei Balcani. Mettendo a repentaglio la sua stessa vita. A Sarajevo era entrato in zone potenzialmente minate, in Albania si era infiltrato nel mercato nero delle opere d’arte, contribuendo in alcuni casi a salvarle. Aveva raccolto materiale prezioso, rielaborandolo nei suoi libri. Il primo, quello su Sarajevo, aveva molto colpito papa Giovanni Paolo II…» ma evidentemente non era abbastanza.

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Sfumato il futuro nelle Forze armate Maniscalco non si dà per vinto e continua a muoversi per terra e per mare. Tiene corsi di specializzazione in archeologia subacquea e si impegna in lunghi seminari sulla legislazione internazionale dei beni culturali; nel ’99, con Giovanni Capasso, Vincenzo Coppola, Lorenzo Corcione e Antonio Fimeroni fonda l’Isform (Istituto per lo sviluppo, la formazione e la ricerca nel Mediterraneo), e sempre nel ’99 dà vita all’Opbc (l’Osservatorio permanente per la protezione dei beni culturali e ambientali in area di crisi). «Uscito lui di scena, nessuno ne aveva preso il posto. Ora non può che seguire gli eventi da lontano, scriverne, denunciare le innumerevoli, quotidiane violazioni alle normative internazionali in materia di diritti umani e di protezione dei beni culturali e l’ostinato (e colpevole) disinteresse da parte della comunità politica e dei media.» Nel giugno 2000, su incarico del Ministero degli Esteri, Maniscalco si reca in Kosovo. Qui il conflitto scoppiato tra serbi e albanesi aveva prodotto danni inestimabili. Questa la missione affidata a Maniscalco: verificare la possibilità di un progetto italiano sui beni culturali della regione, fare la conta dei danni al patrimonio e abbozzare un elenco dei reperti danneggiati o sottratti. Monitoraggi e rilevazioni confluiranno in Kosovo e Metohija. Rapporto preliminare sulla situazione dei beni culturali (edito nel 2000). Nello stesso anno Maniscalco pubblica Furti d’autore. La tutela del patrimonio culturale mobile napoletano dal dopoguerra alla fine del XX secolo, un saggio sulle imperdonabili ruberie d’arte, sulla disinvolta spregiudicatezza di certi collezionisti e intermediari e, più in generale, su tutto il mercato sotterraneo che, illecitamente e irresponsabilmente, smembra e disperde il patrimonio dell’umanità. L’ex tenente ha particolarmente a cuore la questione balcanica, ma è con determinazione forse ancora più energica e accorata che denuncia e combatte quella proverbiale incuria tutta italiana (incuria che ci ha resi famosi nel mondo, basti solo l’esempio di Pompei). In particolare Maniscalco ha denunciato il degrado progressivo del patrimonio partenopeo (si veda la Cappella dei Camaldoli di Napoli, con i suoi preziosi affreschi ormai andati perduti). «I beni culturali non protestano, – scrive Roberto Conforti (Presidente della Società italiana per la protezione dei beni culturali) – non reagiscono di fronte all’abbandono, al degrado, alla superficialità nella tutela. Si lasciano morire attendendo il Tribunale della Storia. […] Il dottor Maniscalco con il suo encomiabile lavoro ci offre uno spaccato di una realtà sconcertante.» Maniscalco – attraverso il suo impegno sul campo e attraverso le sue numerose pubblicazioni – non si è limitato a denunciare, ma ha anche proposto dei modelli risolutivi (per educare, per prevenire, per curare, per intervenire); due i punti essenziali: da un lato stimolare una sensibilità più profonda e responsabile verso il bello (nella sua accezione più ampia) e dall’altro inasprire le pene per chi sfregia, mutila, deturpa, distrugge quel patrimonio che è universale (ossia di tutti e di nessuno).

Quel che in Italia si è perpetrato dal dopoguerra a oggi in termini di spoliazione e danneggiamento (nel patrimonio artistico, ma anche soprattutto in quello archeologico) è di proporzioni incalcolabili. Il copione si ripete, e nonostante voci autorevoli (in primis quella di Maniscalco) abbiano urlato il loro monito alle sorde istituzioni e agli inetti enti preposti, la situazione si riconferma problematica. In merito alla vergogna delle archeomafie Maniscalco si è espresso in questi toni: «Il fenomeno delle archeomafie è saldamente radicato all’interno delle realtà nazionali proprio perché gli introiti annuali, derivanti dal commercio illecito d’arte, sono inferiori solo a quelli prodotti dalla droga.» Vittima di un’emorragia lenta e silenziosa il patrimonio (storico, culturale, artistico) va stingendosi sotto l’occhio distratto delle nuove generazioni. «L’archeologia – scrive Bruno Pedretti in Charlotte. La morte e la fanciulla (Skira, 2015) – è contro la vanità del presente, insegna il rispetto per le cose distanti da noi nel tempo e nello spazio, ci dice che veniamo da lontano e che non dovremmo dare retta alle cose che spingono all’avidità, all’odio […] Ecco perché l’archeologia è importante: recuperando, conservando e studiando sculture, monumenti, architetture, comprendiamo come nasce, cresce e si trasmette la civiltà, come le opere d’arte si insegnano reciprocamente e come si inanellano l’una all’altra in una lunga collana per giungere sino a noi».

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Guerre e terremoti (e qualsivoglia altra calamità naturale), Maniscalco lo sa bene, sono occasioni molto ghiotte per il ladro-sciacallo, e qui solo un’educazione alla civiltà può fungere da efficace deterrente. Nel marzo 2001 Maniscalco ottiene finalmente una cattedra all’Orientale di Napoli (come “professore a contratto”, quindi prorogabile al massimo sei anni); la materia, assolutamente nuova, è “Archeologia subacquea in aree mediterranee”. Il mare, la sua grande passione. Arriva un po’ di tranquillità economica, ma l’Orientale non gli riserva neanche un misero ufficio; l’archeologo Tsao Cevoli riferisce che Maniscalco riceveva in corridoio (l’Italia non si smentisce mai). Maniscalco incarnava un modello d’archeologo assolutamente alternativo, ossia vero, calato in campo (non semplicemente su scartoffie di seconda mano), e in quanto tale diede fastidio e suscitò le invidie di molti baroni. «È davvero un professore sui generis. Porta i ragazzi a Baia a fare immersioni; poi a Bagnoli, in visita all’ex Italsider e alla Città della Scienza, dove avanza l’idea di un museo industriale con una sezione subacquea.» Negli anni successivi Maniscalco, senza perdere di vista i Balcani, si dedica al Medio Oriente, fonda un Web Journal e compila una serie di saggi sulla tutela del patrimonio culturale per la collana monografica “Mediterraneum”. Lavora senza sosta, per terra e per mare, dividendosi tra l’insegnamento, le stesure saggistiche e i continui monitoraggi. Ma proprio mentre tutto si va consolidando – nella vita professionale come in quella affettiva – accade l’irrimediabile. Maniscalco si ammala. Tutto comincia con dei disturbi allo stomaco, disturbi che non tardano a trasformarsi in dolori, dolori sempre più insopportabili. La diagnosi, nero su bianco, riporta un dato incontrovertibile: Fabio Maniscalco ha l’oro dentro. Detriti da 0,5 a 1 micron di oro. Oltre all’oro – metallo nobile, ma non fino al punto da poter essere ingerito – le analisi hanno rilevato la presenza di numeroso altro materiale non biocompatibile, polveri sottili di metalli pesanti, corpi estranei di natura chimica frammista, microcomposti altamente tossici (parliamo di polveri a base di tungsteno, di ferro-cromo, di ferro-cromo-nichel, di ferro-cromo-nichel-rame, di cobalto-tungsteno e di stagno-rame-zinco).

Fabio Maniscalco si è ammalato della cosiddetta “sindrome dei Balcani” (versione europea di quella “del Golfo” che ha contaminato molti soldati americani dopo il conflitto nel Kuwait del ’90-’91). In Bosnia, e più in generale nel corso delle varie ricognizioni nei territori balcanici, l’archeologo – come tanti altri militari impiegati in diverse missioni – si è trovato a operare a mani nude, senza alcun tipo di protezione, né scafandri e né mascherini (e, d’altra parte, nessun allarmismo era stato mai diffuso dagli organi ufficiali). Fabio Maniscalco, nel febbraio 2008, dopo due lunghi anni di sofferenza, muore per un tumore causato dall’esposizione a cancerogeni ambientali provocati dall’esplosione di materiale bellico. L’interazione con l’uranio impoverito gli è stata fatale. La responsabilità per le migliaia e migliaia di morti (certificati e non), inutile giraci intorno, è tutta dei governi, governi che hanno negato fino all’ultimo, e che ancora oggi fingono di non ricordare. Maniscalco muore con l’oro dentro: l’oro massiccio e inestimabile del suo valoroso impegno e della sua esemplare dedizione, e l’oro invisibile, impalpabile e immondo dei signori della guerra.

Massimiliano Sardina


Cover Amedit n. 25 - Dicembre 2015 "Célestine" by Iano

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