CHARLOTTE La morte e la fanciulla (Skira, 2015) | Un romanzo di Bruno Pedretti sulla figura e sull’opera di Charlotte Salomon | Letto e recensito da Amedit

Posted on 22 dicembre 2015

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Charlotte. La morte e la fanciulla (Skira, 2015)

Un romanzo di Bruno Pedretti sulla figura e sull’opera di Charlotte Salomon

di Massimiliano Sardina

 

Charlotte Salomon muore a soli ventisei anni, gravida al quarto mese. Una vita troppo breve, recisa con un taglio netto, ma inseguita fino all’ultimo istante. Del suo fugace passaggio su questa Terra resta però un’impronta profonda, un testamento che la giovane ha vergato con la materia viva del suo sangue, pagina dopo pagina, affinché nulla andasse irrimediabilmente dimenticato. All’eco dolorosa del suo canto, così disperato e insieme così vitale, si è accostato con ogni cautela Bruno Pedretti, che forse più di tanti biografi e curatori ne ha saputo cogliere e restituire il messaggio universale. Con delicatezza estrema e in toni carezzevoli, mosso da umana pietà e partecipe adesione, Pedretti ha rivivificato la figura umana e artistica di Charlotte Salomon, ridandole forma e colore attraverso l’architettura del romanzo. Consapevole che solo la letteratura può dar voce al taciuto, Pedretti fa urlare il silenzio; la scrittura si fa angelo chagalliano e sorvola in picchiata la curva di una vita dalla culla alla tomba, dalla camera dei balocchi alla camera a gas. Charlotte nasce in una famiglia ebrea a Berlino nel 1917, figlia del medico Albert Salomon e della musicista Franziska Grünwald; in seconde nozze, dopo la morte prematura di Franziska, il padre sposerà la cantante Paula Lindner. Sedotta dal demone dell’arte fin dalla tenera infanzia, Charlotte abbandona il liceo nel 1935 e studia pittura all’Accademia di Belle Arti di Berlino fino al 1938. Mentre sperimenta l’arte e l’amore, proprio mentre muove i primi passi sui ponti arditi e misteriosi della vita, sul più bello, sul limitare dei primi assaggi di felicità, Charlotte è costretta a subire l’offesa e l’abuso dell’incalzante ideologia nazista. Da un lato l’amata poesia di Heinrich Heine e le opere di quegli artisti che avvertiva più affini (come Chagall, Kokoschka, Nolde, Munch), e dall’altro la brutalità crescente del “partito pretestuoso” che bollava come degenerata tutta quell’arte che non si risolveva in propaganda al regime. Tempi duri per chi, come Charlotte, cercava tra l’erba i “fiori illustri”. Allontanata per motivi razziali da un’Accademia dove ormai era permesso dipingere solo nature morte, nel ’39 Charlotte lascia in tutta fretta Berlino e ripara presso i nonni materni a Villefranche-sur-Mer, vicino Nizza. «Lasciava la sua camera, la casa natale, il quartiere delle prime parole, la città dei suoi passi, il Paese della sua cultura. Lasciava anche le sue tombe. Si chiese di che colpa si fosse mai macchiata se le toccava abbandonare l’albero su cui il suo frutto era nato e maturato. Per quale reato pagavano lei e la sua comunità?» Nello spazio simbolico della sua valigia Charlotte vorrebbe comprimere tutta la sua storia, ogni suo ricordo, tutti i piccoli oggetti della sua quotidianità, i libri, le riproduzioni fotografiche dei quadri, e soprattutto le sue pitture, i suoi disegni; lo spazio ristretto la costringe a una cernita severa: tra i vestiti occulta Il libro dei canti di Heine e il Wilhelm Meister di Goethe («…Amava quel romanzo forse sopra ogni altro perché le suggeriva quanto l’arte fosse “la migliore concorrente del destino”»).

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Lontana da Berlino, apparentemente al riparo dal pericolo, Charlotte si illude di poter sfuggire al suo destino, rassicurata dal nonno che «sentenziava una disfatta nazista nel volgere di pochi mesi.» Accanto ai nonni – insieme ai quali da ragazzina aveva attraversato l’Italia sulle tracce del grande Rinascimento – Charlotte si sente relativamente al sicuro; come profuga, come rifugiata, ma soprattutto come ebrea, non può far altro che condividere le attese e le speranze delle persone intorno a lei, marchiate dallo stesso destino. Tutto precipita nel 1940. La nonna si suicida gettandosi nel vuoto. È Charlotte, alle prime luci del mattino, a rinvenirne il corpo, piegato e sfigurato dalla caduta. Il nonno, profondamente turbato, si sente in dovere di raccontare alla nipote una verità terribile e inquietante taciuta troppo a lungo. «…Il suicidio di tua nonna è solo il terzo della catena: prima c’è stato quello di tua madre Franziska, che ha suggerito a sua madre il modo migliore di ammazzarsi, ma prima ancora c’è stato il suicidio della nostra figlia più giovane, tua zia Charlotte, volata dal ponte nel fiume e della quale ti hanno dato il nome perché fosse chiara la tua discendenza!» Charlotte, esterrefatta, non può che incassare il colpo. Sarebbe mai riuscita a elaborarlo e a somatizzarlo? Quale segno arcano si celava in queste tre donne suicide a tredici anni di distanza l’una dall’altra? E quale nefasta verità trascinava l’eredità del suo nome? Quale maledizione? Una misteriosa analogia le riportò alla mente un’opera vista anni addietro in Italia raffigurante una sorta di personificazione tricefala: ora questa trinità le si configurava nelle tre donne della sua famiglia (una giovane, una più matura e una anziana).

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«La tragedia comprometteva ogni età. Ne era esclusa l’infanzia, ma l’infanzia non possiede, non contiene, non prevede l’intenzione del suicida poiché ancora non ha sviluppato una propria volontà. Prosciolta l’infanzia, tutto era condannato dal triplice suicidio: la formazione, la coscienza, il ricordo; la semina, la cura, il raccolto. Nessuna fuga. Nessuna salvezza. La catena suicidaria pareva a Charlotte programmata con un accanimento logico che bruciava ogni speranza.» Unico antidoto al mistero della morte e del destino, Charlotte lo sa bene, è l’arte. Per reagire, per esorcizzare la tenebra fitta del dolore, Charlotte comincia a comporre la sua grande opera autobiografica Vita? o Teatro? (Leben oder Teather?), un’opera monumentale di 1300 fogli e 800 tempere. Un lavoro immane, un lungo e sofferto itinerario nei ricordi più reconditi del passato filtrati con la consapevolezza del presente. L’arte si fa strada tra una doppia morte: quella della vita passata (incarnata dalle tre donne) e quella della vita futura (su cui alita la fiera ingorda della guerra). Due anni di full immersion, un cammino iniziatico e al contempo un testamento. Unica gioia l’incontro e il matrimonio con Alexander Nagler. Il 21 settembre 1943 Charlotte (insieme al marito e altri rifugiati) viene arrestata dalla Gestapo. Le sue tracce si perdono ad Auschwitz il 10 ottobre dello stesso anno. Miracolosamente la sua opera si è salvata integra dagli orrori della guerra. Oggi Leben? oder Teather? è conservata al Joods Historisch Museum di Amsterdam, sede anche della Fondazione Charlotte Salomon (attiva con mostre, studi e convegni). In questo romanzo, significativamente intitolato Charlotte. La morte e la fanciulla – uscito in una prima edizione per Giunti nel 1998 e quest’anno rieditato da Skira in una nuova versione parzialmente revisionata – Pedretti ci restituisce il ritratto tremendamente umano di una grande artista del Novecento, un’artista che è riuscita a far respirare la sua opera sotto il peso soffocante della morte.

Massimiliano Sardina


Cover Amedit n. 25 - Dicembre 2015 "Célestine" by Iano

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