GENESI DI UNA PASSIONE | Il Vangelo secondo Pier Paolo

Posted on 28 ottobre 2015

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vangelo_secondo_matteo_pasolini (4)GENESI DI UNA PASSIONE

Il Vangelo secondo Pier Paolo

di Massimo Pignataro

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Nel 1964 Pier Paolo Pasolini firma Il Vangelo secondo Matteo, un’opera cinematografica che si propone di affrontare la figura di Cristo in una chiave antidogmatica, ma che è anche un’audace scommessa con se stesso che rischia di mettere pericolosamente in ballo la sua carriera di scrittore. Il film ebbe una lunga gestazione, condensatasi poi negli ultimi due anni che ne precedettero la realizzazione. Tutto ebbe inizio il 4 ottobre del 1962, quando Pasolini si trovava ad Assisi, ospite alla Cittadella dell’associazione “Pro civitate christiana” per l’annuale convegno sul cinema, dove avrebbe dovuto discutere sul suo film Accattone. L’inattesa visita di papa Giovanni XXIII nella cittadina umbra stravolse i programmi, e mentre tutta la gente si riversò per le strade a salutare il “papa buono” Pasolini si ritirò nella camera offertagli dall’associazione, rimandando la sua partenza. Nel cassetto del comodino c’è una copia del Vangelo; Pasolini trascorre l’intero pomeriggio a leggerlo, soffermandosi soprattutto sul racconto evangelico che va sotto il nome di Matteo. La lettura gli provoca: «un trauma, un impulso che in quel momento lì era assolutamente oscuro, era una forma di esaltazione, era quella che Berenson chiama ‘l’aumento di vitalità’ che dà la lettura di un grande testo, la visione di un grande quadro».

vangelo_secondo_matteo_pasoliniUna folgorazione tale che lo spinge a prendere la decisione di farne addirittura un film. Reazione, questa, che appare inaspettata, quasi stridente con il Pasolini “eretico e corsaro” che si professa ateo e marxista. Leggiamo questo stupore anche nello stesso Alfredo Bini, suo produttore cinematografico, che si domanda come mai un ateo voglia fare un film sulla vita e la passione di Cristo; Pasolini gli risponde che fino a quel momento aveva sì conosciuto la bellezza morale, la bellezza letteraria ma non aveva ancora conosciuto la bellezza assoluta. Questa fascinazione sembra tradire per un momento intenzioni intellettualmente meno nobili, quasi una sorta di abiura al proprio pensiero, alle idee di un “marxista militante” quale egli stesso si era professato fino ad allora. E la circostanza appariva oltremodo sospetta, poiché ciò avveniva in un momento non facile per il poeta: c’era da poco stata la condanna per vilipendio alla religione dopo la proiezione de La ricotta, suo episodio contenuto nel film Ro.Go.Pa.G. (1963), le polemiche non si erano ancora del tutto placate e la sua figura era oggetto delle invettive da parte della componente cattofascista; i rapporti tra lui e il produttore erano quindi in quel periodo alquanto tesi, e insieme ragionavano animosamente su come risollevare le sorti della casa di produzione e recuperare credito presso l’opinione pubblica. Tutto poteva quindi far pensare a una sorta di ruffianata per chetare gli animi, imbonirsi gli ambienti cattolici, la stampa, ma anche le componenti politiche, soprattutto quelle più reazionarie di destra.

In verità, Pasolini aveva già da tempo in serbo l’idea di un film a tematica religiosa, un proposito su cui si andava arrovellando, perseguendo l’intento di rappresentare «[…] un’idea di Cristo anteriore a ogni stile, a ogni corso della storia, a ogni fissazione, a ogni sviluppo; vergine; realtà riprodotta con la realtà». Primi indizi di un vero e proprio soggetto religioso cui intendeva dedicarsi si hanno già agli inizi degli anni Sessanta (un film su san Francesco, il soggetto di Sant’Infame, uno sulla resurrezione di Lazzaro), ma sono tutte ipotesi man mano accantonate e mai realizzate. Di elementi che mostrino quanto Pasolini non ritenesse affatto antitetici il messaggio cristiano e l’ideologia marxista, ma di come anzi avesse costantemente ricercato una soluzione a questo apparente dissidio, ce ne sono davvero tanti. La sua opera è tutta impregnata da un profondo senso religioso, da una sacralità che è pero riverbero di una spiritualità delle origini, pagana, non contaminata da dogmatiche sovrastrutture; una spiritualità pura ed essenziale, eterea e carnale a un tempo. Il film, quindi, ormai c’era, ed era tutto nella sua testa, come già nelle pagine di quanto aveva scritto fino ad allora; nelle poesie, nei romanzi c’era già l’idea di un Cristo laico, un Cristo contadino e ribelle, mite, sì, ma pronto a brandire la spada contro ogni forma di fariseismo. E nella sua opera c’era anche tutta quell’umanità negletta che si sarebbe stretta intorno a questo Cristo pasoliniano.

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È forse in quella sua esigenza di concretezza, di fisicità e di storicizzazione che risiedono le ragioni, anche, d’una scelta che gli fa prediligere il Vangelo di Matteo, rispetto agli altri. In Matteo c’è la narrazione dettagliata di un Dio fattosi uomo, dalla  nascita fino alla morte e resurrezione, il tutto con una descrizione immediata e non mediata da ulteriori speculazioni di ordine teologico; in Matteo, e solo in questo, c’è anche l’episodio fondante della Chiesa, in cui Cristo dà mandato a Pietro. Pasolini aveva già letto in passato questo Vangelo (vent’anni prima gli aveva ispirato L’usignolo della Chiesa Cattolica, dialogo poetico pubblicato nel 1958), ma ora intendeva farne una fedele trasposizione cinematografica, seguendo senza omissioni o aggiunte il racconto e traducendolo in immagini.

Tra la perplessità di molti, il progetto prende il via, e vede per di più la fattiva collaborazione della “Pro Civitate Christiana” di Assisi. Sono gli anni in cui Pasolini compie numerosi viaggi (in India, in Africa), e tra questi c’è quello in Palestina, dove, su indicazione del produttore, si sarebbe dovuto girare il film. Ma Israele, costantemente dilaniata dalle guerre intestine, Israele ormai resa irriconoscibile tanto nei suoi scenari quanto nei volti della sua gente, non è più la Terra Santa di quel Cristo delle origini che il regista intendeva recuperare e fissare sulla pellicola. Tra quei viaggi c’è anche quello che porterà poi alla realizzazione di Comizi d’amore, docu-film che esplora da nord a sud un’Italia che cambia, intervistando la gente su questioni attinenti al costume e alla morale. Sarà proprio quest’ultimo viaggio a suggerirgli i luoghi e i volti per il Vangelo. Nell’Italia meridionale, nei suoi paesaggi arcaici e assolati, e nei contadini che popolavano le agresti contrade Pasolini ritrova la perduta Terra di Galilea. Una scelta insieme estetica e politica: il Mezzogiorno, depresso e sottosviluppato, è il Terzo Mondo d’Italia, quel mondo degli “ultimi” escluso dal grande processo di sviluppo economico e industriale che stava avvenendo Oltrepò. Ma quello è anche il mondo del “popolo di Pasolini”, della gente che lui amava e in cui ritrovava tutta la purezza d’una poesia umana primordiale.

Gli attori dovevano parimenti riflettere questa scelta; l’intento era quello di restituire l’assoluta naturalezza dell’evento che si andava rappresentando, una naturalezza che esigeva volti, sguardi e voci assolutamente non accademici, non attoriali. Da qui la scelta, che sarà poi uno dei tratti distintivi del cinema di Pasolini, di attori non professionisti, reclutati tra gli amici (tra cui Alfonso Gatto, Natalia Ginzburg, Enzo Siciliano, Ninetto Davoli) e tra la gente che viveva nelle location scelte per il set. È nel volto che sembra uscito fuori da un dipinto di El Greco, quello dell’allora diciannovenne studente di Barcellona, Enrique Irazoqui, che dopo una lunga e travagliata ricerca ricade la scelta per il ruolo di Cristo; il doppiaggio è di Enrico Maria Salerno. Emblematica è infine la scelta dell’interprete cui affidare il ruolo dell’anziana Madonna che accompagna il figlio al Calvario: Susanna Colussi, la madre; una scelta che sembra voler rimarcare quell’intimo e profondo transfert personale che Pasolini proietta sulla figura di Cristo.

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Nella primavera del’64 iniziano le riprese, partendo dal Lazio; nelle acque di un torrente che scorre tra le rocce aspre e selvagge nei pressi di Orte e Viterbo avviene il battesimo di Gesù, mentre fra Villa Adriana e Tivoli ha luogo il Monte degli Ulivi. La troupe si sposta poi in Puglia, dove viene girata gran parte degli episodi (l’annunciazione, la danza di Salomè, la cacciata del tempio, una parte del discorso delle beatitudini e l’approssimarsi alla città di Gerusalemme). Poi è la volta della Basilicata, Massafra e i Sassi di Matera, dove viene ricostruita la Palestina e ambientata la scena del sinedrio; per poi proseguire verso Crotone, fino a giungere sulle falde dell’Etna, dove hanno luogo le tentazioni del demonio. Gli scenari arcaici, i volti e le voci della gente comune, le musiche (scelte con cura insieme all’amica Elsa Morante), e il nitido splendore d’un bianco e nero crudo, violento, che s’intona all’asprezza dei luoghi e alla purezza espressiva di quei sembianti. La parola si fa immagine, suono, e soprattutto silenzio. Le citazioni pittoriche richiamate attraverso tableaux vivants, spaziano dalla pittura rinascimentale all’arte bizantina. La lavorazione del film andò avanti per tutta l’estate e alla fine Pasolini suggellò la pellicola con la dedica «alla cara, lieta, familiare ombra di Giovanni XXIII».

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Il 4 settembre del 1964 il film venne presentato a Venezia. La proiezione venne salutata con un lungo e caloroso applauso, ma non mancarono le manifestazioni di dissenso, sebbene isolate a uno sparuto gruppo di manifestanti fascisti. Come prevedibile, il film accese un dibattito molto serrato che tenne banco per mesi e che vedeva contrapporsi sostenitori e detrattori, sia sul versante cattolico sia su quello comunista. Al di là di ogni aspettativa, ottenne il Leone d’Argento – Gran premio della giuria, ma ancor più inaspettatamente il premio da parte dell’Ufficio internazionale cattolico del cinema, che lo giudicava «un bel film, un film cristiano». A quei critici meravigliati del fatto che lo scrittore marxista Pier Paolo Pasolini avesse affrontato con assoluta fedeltà il testo evangelico, rispose Alberto Moravia, all’indomani dell’uscita del film: «In realtà Pasolini s’è mantenuto soprattutto fedele a se stesso; e […] in maniera molto naturale, fedele al cristianesimo. Un cristianesimo, appunto, di specie insieme popolare e raffinata, che gli ha permesso da un lato di illuminare il carattere rivoluzionario del messaggio cristiano, dall’altro di recuperare la bellezza che è nel testo del Vangelo e nelle interpretazioni che ne ha dato l’arte di tutti i tempi.»

Massimo Pignataro

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Cover Amedit n. 24 - Settembre 2015

Cover Amedit n. 24 – Settembre 2015
“Noli Me Tangere” omaggio a Pier Paolo Pasolini.
by Iano 2015

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