IN FORMA DI ROSA| Pasolini. Alla memoria

Posted on 26 ottobre 2015

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Pasolini | Alla memoria

di Massimiliano Sardina

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Pier Paolo Pasolini è stato assassinato su una spiaggia dell’Idroscalo di Ostia la notte tra l’1 e il 2 novembre 1975. Sono trascorsi quarant’anni, ed è necessariamente dalla sua morte, violenta, improvvisa, crudele che ogni volta bisogna ripartire per tentare di riannodare le righe spezzate della sua opera, un’opera tanto compiuta quanto incompiuta, incisa come una stigmata sulla carne corrotta del nostro Paese. Nel desolante sterminato vuoto istituzionale che circonda e accerchia i grandi padri della nostra letteratura, l’indifferenza subdola verso Pasolini è tanto più imperdonabile perché sconfina silenziosamente nell’oblio, nell’amnesia affettiva, nell’omertà intellettuale. Di fronte a tanta malcelata violenza, così ben incipriata da tolleranza, ecco che anche la celebrazione convenzionale di un anniversario, con le sue cifre tonde tonde, finisce per acquisire una notevole importanza, non foss’altro che per scongiurare la paralisi assoluta. Né monumenti, né piazze, né scuole, forse giusto un paio di strade messe in croce e sperdute nella grande periferia italiana, un circolo, un’associazione, una biblioteca di quartiere, davvero troppo poco per contenerne la grandezza e per tramandarne lo splendore. Quel corpo esanime, barbaramente massacrato da note mani ignote, è ancora lì, riverso sulla sabbia inzuppata di sangue, lì, con le ossa rotte e i segni degli pneumatici impressi sulla pelle, lì, come un Cristo tirato giù dalla croce per essere ucciso un’altra volta, e crocifisso alla terra. Le spoglie mortali, restituite alle prime luci dell’alba come un cumulo informe di monnezza, sono il solo trofeo rimasto in mano alle destre fasciste. Il corpus sempiterno dell’opera, immune all’oltraggio, irride i carnefici e scavalca il tempo.

Da Casarsa della Delizia, luogo dell’infanzia e della tenerezza, al non luogo di Salò: tra questi due estremi (di accorata ricerca linguistica e di coraggiosa tensione espressiva) si dispiega la grande stagione creativa pasoliniana, une saison en enfer sempre in febbrile oscillazione tra slanci di perdizione e cadute di redenzione. Centrale, nell’opera, la ferita mai sanata della vita, una pagana transverberazione stillante sangue e sperma, una vagina di madre grondante placenta: un tempio ma al contempo una gabbia, un letto e una tomba. Pasolini insegue la vita, la bracca, mosso da un’inguaribile nostalgia il poeta avverte e subisce quel “sentimento della perdita” che abita le cose, quella finitudine che accarezza certe violente giovinezze, la fragilità di un passato arcadico-arcaico sempre più fagocitato dalla macchina moderna dell’omologazione. A vent’anni, nel 1942, quando esordisce con la sua prima raccolta di versi Poesie a Casarsa, Pier Paolo era già consapevole del cambiamento in atto; la scelta del dialetto friulano (la grezza purezza della parlata contadina tramandata oralmente nel corso dei secoli) risponde a una necessità di recupero: il casarsese come “lingua per poesia” è al contempo una riappropriazione e una riformulazione che inaugura, eludendo le eco vernacolari, la poesia dialettale moderna. In questi appassionati anni di formazione Pier Paolo sfonda il recinto della cultura provinciale farcita di bieco fascismo e si lancia a capofitto nella linguistica, nella letteratura, nella filologia, senza trascurare la storia dell’arte; forse non molti sanno che Pasolini doveva laurearsi in storia dell’arte con Roberto Longhi (con un tesi sulla pittura italiana novecentesca), ma la chiamata alle armi del settembre ’43 finì per cambiare i suoi piani. La laurea arriverà nel ’45, ma con una tesi su Pascoli.

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Gli anni della guerra agiscono prepotentemente sulla sua vicenda umana e poetica, tra miseria, paura e inquietudine. È in questo scenario di desolazione e povertà che si salda, d’un amore esclusivo e morboso, il sodalizio con la madre Susanna. Il dolore, puro e pieno, li vedrà stringersi e singhiozzare alla notizia della morte di Guido (il secondogenito) nel febbraio del ’45, vittima della guerra, colpito da «fraterna mano nemica.» Pier Paolo porterà questo dolore con sé tutta la vita. La figura del padre resta relegata nell’ombra, offuscata dalla luce del rapporto simbiotico tra madre e figlio (e così sarà anche negli anni del dopoguerra). Alla lunga e difficile stagione bellica – vissuta tra i paesini di Casarsa, Versuta e Valvasone, con fugaci rientri nella natia Bologna – vanno ascritte anche le prime esperienze erotiche di Pier Paolo: amori selvatici, bucolici, legati al profumo dell’erba, vissuti in osmosi con le atmosfere arcadiche friulane, amori primordiali (ve ne è traccia nei Diari e in Amado mio, in riferimento a un ragazzo di Versuta), molto diversi dagli amori guappi e pericolosi che scandiranno di lì a poco gli anni romani. In questa cornice agreste l’omosessualità non è ancora scandalo o devianza ma rientra nel naturale ordine delle cose, figlia d’una giovinezza atavica e mitica, non contaminata dal senso di colpa catto-romantico e né tantomeno dalla omo-omologazione promossa dalle destre fasciste (nonché da certo comunismo mancato). Questi amori appassionati e innocenti parlano la lingua vergine della sua poesia, un alfabeto arcano rapito dalla tradizione orale e incoronato d’inchiostro. Il poeta non tarderà a somatizzarli e a prendere piena coscienza del proprio orientamento (confiderà per la prima volta il suo segreto a Silvana Mauri, uno dei suoi più felici legami d’amicizia intellettuale). Le ricerche in seno alla lingua prendono forma (nel febbraio ’45) nella fondazione dell’Academiuta di lenga furlana e nella pubblicazione della rivista Stroligùt di ca’ da l’aga (fino all’aprile del ’47).

Accanto alla poesia Pier Paolo si esercita anche con la pittura, eseguendo studi e dipinti en plein air nelle campagne casarsesi (le immagini che si sforza di catturare sono l’esatto equivalente dei suoni e dei fonemi predati dalla sua incursione poetica). La versatilità del medium, come in Cocteau, è sempre stata una prerogativa della ricerca iconico-linguistica pasoliniana. Sempre nel ’47, Pasolini comincia a lavorare come insegnante in una scuola media di Valvasone (nei pressi di Casarsa), esperienza che ispira e affina la sua vocazione pedagogica. Gli anni che precedono il definitivo trasferimento a Roma lo vedono sempre più coinvolto nel partito comunista, forte dei profondi studi del pensiero marxista; si adopera come militante, si getta nel cuore vivo della lotta, ma ben presto si ritrova solo, incompreso, frainteso (una condizione che si farà cronica e culminerà con l’espulsione dal partito nell’autunno del ’49). All’espulsione dal PC di Udine contribuì certo anche la denuncia per atti osceni e corruzione minorile che colpì Pasolini nell’ottobre ’49 (questa l’accusa: il poeta si sarebbe appartato con alcuni ragazzi nel corso di una sagra paesana). Lo scandalo costrinse la famiglia alla fuga nel gennaio del ’50.

pasolini_biografia_2015 (7)Madre e figlio, gli inseparabili, approdano a Roma e si adoperano subito per sbarcare il lunario (Susanna come governante, e Pier Paolo con alcune piccole recensioni); il padre invece, preda di crisi ossessive e non proprio in salute, resta a Casarsa. Il primo linciaggio, la prima “aggressione di branco” subita da Pasolini si verifica proprio in questa congiuntura: il marchio infamante dell’omosessualità legittima e giustifica la demolizione del poeta, del militante politico, dell’educatore, dell’intellettuale e dell’uomo; sono tuttavia avversari deboli, nemici mediocri, e se ne avvicenderanno tanti, anche troppi (sia sul corpo reattivo che, dopo il ’75, su quello esanime). L’esperienza romana di Pasolini comincia in una camera affittata nel ghetto ebraico, in piazza Costaguti (di abitazioni se ne avvicenderanno molte altre, fino alla definitiva nel quartiere dell’Eur). Roma, mamma e straniera, popolare e oscura, antica e contemporanea, questa città tutta un rudere e un cantiere, tutta chiese e baracche, tutta piazze e sconfinate periferie, accoglie Pasolini a braccia e a gambe spalancate, in forma di rosa, un fiore delle mille e una notte tutto da cogliere, da annusare e da spetalare. Pasolini vi affonda tutto se stesso, ansioso di penetrarne ogni anfratto, soggiogato da una disperata vitalità. Ai suoi occhi, incantati e indagatori, i ragazzi romani sono detentori di una bellezza astorica, primitiva, arcana. «… Roma non sarebbe così bella, se non ci fossero i ragazzi, sono essi che le danno tono. Precoci, sensuali, belli, maleducati, avidi, spiritosi i ragazzi dettano legge con l’autorità della gioventù, della bellezza e dell’incoscienza.» A fargli da cicerone nelle prime impacciate peregrinazioni c’è il poeta, e amico, Sandro Penna. Queste creature guizzanti, scaltre, teneramente malandrine, impulsive ed estemporanee poco hanno da spartire con il temperamento placido e pastorale dei ragazzetti friulani; la giovinezza di questi romani gli ispira una tenerezza crudele, un sentimento misterioso e doloroso che invano tenterà di placare con gli esorcismi del sesso. Una volta entrato, non ne uscirà più. Nella materia viva, gioiosa e sanguinante della sessualità Pasolini si immerge da capo a piedi, vi si impregna e lentamente affonda sempre più giù. Nell’insaziabilità di questa fame c’è già prefigurata l’inedia della sua morte, come in un risultato ottenuto per addizione. La Roma del dopoguerra è popolata anche dagli emigrati del sud, frotte di disperati alla ricerca di un ricovero e di un impiego. Tutt’intorno quella ricostruzione tutta all’italiana, una metastasi urbanistica che violenta le campagne, abbatte pini secolari e deturpa irrimediabilmente un paesaggio stratificato da millenni. Capitalismo e fascismo hanno partorito la mostruosa prole della piccola borghesia, veicolo di una cultura massificata e inespressiva, una colata di asfalto e cemento sulla nuda terra ansimante, dove crescono sempre meno fiori.

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Pasolini nei primissimi anni Cinquanta fa in tempo a respirare quegli ultimi profumi di Roma perduta, una scia sempre più debole destinata, lui teme, a svanire definitivamente nel puzzo sintetico della grande omologazione. A quei profumi appartengono anche i dialetti, che come robuste corde tengono stretti gli uomini del passato a quelli del presente; il poeta, che tanto si era speso per la lingua dei padri ai tempi dell’Academiuta, sente ora franare i dialetti superstiti nella nascente lingua industriale, piatta e livellata, impoverita, contaminata dalle televisioni e dagli americanismi. I dialetti hanno resistito, pur perdendo certi colori, ma le paure di Pasolini erano più che fondate. Come l’ambientalista si frappone tra ruspa e foresta, così il poeta fa di se stesso uno spartiacque tra passato e futuro: il passato vagheggiato del mondo contadino e il futuro, sempre più temuto, dell’alienazione; il poeta scava nella terra a mani nude con l’entusiasmo di un bambino che disseppelisce un tesoro, ma presto inorridisce nel constatare che le sue mani si sono imbrattate di petrolio: l’ignara umanità si sta contaminando, sta macchiando la sua purezza con il grasso dell’industria capitalistica, ma forse la poesia, il grido disperato del poeta, può ancora far qualcosa. Il pedagogo, l’educatore, l’ammonitore, il difensore degli umili, il tenero dolciastro comunista: il poeta. Roma, la diurna e più ancora la notturna, gli offre lo spettacolo della realtà, la rappresentazione di un’umanità in divenire tra gli ultimi colpi di tosse del dopoguerra e i primi sintomi del boom. Tutto converge nell’opera di narrativa Ragazzi di vita (1955), nella raccolta di poesie Le ceneri di Gramsci (1957) e nel secondo romanzo di ambientazione romana Una vita violenta (1959).

Con Ragazzi di vita Pier Paolo Pasolini si impone prepotentemente sulla scena letteraria internazionale, ma il consenso non è unanime; la critica marxista lo travisa, così come non lo comprendono i soliti detrattori (stessa sorte toccherà a tutte le opere future, tant’è che Pasolini ci farà presto il callo). Scrive Nico Naldini in Breve storia di Pasolini: «La presentazione di un libro o di un film, un dibattito su qualsiasi argomento, lo costringono a rispondere a ingiuste e fanatiche accuse. Pasolini non perde le staffe, risponde paziente smontando ogni accusa, cogliendo le contraddizioni e i pregiudizi dei suoi accusatori.» Contemporaneamente all’impegno poetico e letterario Pasolini, non foss’altro che per monetizzare, comincia a lavorare dietro le quinte del mondo del cinema come sceneggiatore. La missione poetica, volta a «vincere il residuo mito novecentesco e ricostituire una nozione di poesia come prodotto storico e culturale» culmina nella fondazione, con Roberto Roversi e Franco Leonetti, della rivista Officina (di vita breve, ma intensa).

pasolini_biografia_2015 (3)Il cinema, complici le frequentazioni con Bolognini e Fellini, si insinua sempre più nella vorace poetica pasoliniana, volta a catturare, a fermare, a eternare la crudele fuggevolezza della vita, quei contrasti violenti e insieme cangianti della realtà. A corto di tecnica, ma intuitivo e con l’audacia dell’autodidatta, il poeta depone la macchina da scrivere (l’inseparabile Olivetti) e imbraccia la telecamera, l’impietoso obiettivo, il terzo occhio ipermetrope e lacrimante. Il cinema non ruberà nulla al suo “ingrato mestiere”, viaggerà su un binario parallelo insieme alla poesia, alla narrativa, alla saggistica, alla critica, al teatro e ad ogni altro intervento, tra materiali editi e progetti inediti. Nel 1961 Accattone viene salutato con lo stesso sospetto di Ragazzi di vita; nuovi e vecchi avversari di destra e sinistra accusano Pasolini sia di essersi improvvisato regista, sia di aver pescato i suoi personaggi del torbido, adulterando l’immagine della Capitale a uso e consumo della sua diversità. Nei bianchi e neri bruciati dal sole e saturati dalla notte emerge quella Roma che nessuno vuol vedere, o che solo un poeta è in grado di vedere. Intorno ad Accattone e alla sua banda sgangherata Roma risorge sotto forma di anonimi nuovi agglomerati, blocchi traforati che spuntano in aperta campagna alla stregua di inquietanti funghi di cemento. I volti, i luoghi, le storie sono quelli di Ragazzi di vita. La povertà semplifica i personaggi, li sintetizza senza oscurarne la complessità; per tutti – ladri, prostitute, sfruttatori, opportunisti, fannulloni, guappi, coatti, burini, criminali grandi e piccoli – il regista ha in serbo una carezza, un’attenzione fraterna. L’anno dopo è la volta di Mamma Roma, incarnata da un’ineguagliabile Anna Magnani. Anche qui protagonista è un’umanità insieme feroce e indifesa. Segue l’episodio de La ricotta (in Rogopag), tra i suoi capolavori, La rabbia (dove cura la regia della prima parte) e, nel 1964, il docu-film Comizi d’amore. Quest’ultimo è una preziosa testimonianza dell’Italia sessuofobica, omofobica, fallocentrica e cattofascista di allora, un’Italia spiaggiata e compiaciuta nella quale il poeta eretico-erotico si aggira come un alieno. Tra quei fotogrammi, tra quelle facce ritroviamo anche buona parte dell’Italia odierna (quella che inneggia al Family Day, per intenderci), segno di un’ignoranza arrogante davvero dura a morire.

Gli anni tra il 1961 e il 1964 sono anche quelli della pubblicazione de La religione del mio tempo e Poesia in forma di rosa. Pasolini, instancabile, quasi fatica a star dietro alla sua ispirazione. Sono anche gli anni delle grandi amicizie, dei sodalizi, dei viaggi, delle interminabili cene (Alberto Moravia, Elsa Morante, Laura Betti, Attilio Bertolucci… e non ultimo, l’incontro con Ninetto Davoli). Il tormentato irrisolto rapporto col sacro, il rimando ossessivo al corpo cristologico, tutta la pagana cristianità dell’eroe borgataro e proletario, tutta quell’impalcatura umana sottesa alla religiosità, tutto il divino che c’è nell’umano (e di contro tutto l’umano che c’è nel divino): ecco la stratificazione, per velature, del grande affresco de Il Vangelo secondo Matteo (1964). È il grande trionfo di Pasolini, di certo l’opera più tollerata, persino lodata da certe branche della Chiesa, e contribuì a stabilire un clima più sereno intorno alla sua figura. Un’attenta lettura della pellicola, a scanso di ogni equivoco, riconferma lo stesso Pasolini di Accattone (nessuna celebrazione del senso di colpa e nessuna conversione). Si palesa qui la sua visione epico-religiosa del mondo, e la fusione nell’umano del sacro e del mito. Nel ’66 Pasolini alza il tiro con l’amaro e onirico Uccellacci e uccellini, con l’atipico e straniante binomio Ninetto – Totò. Il film riflette sulla crisi del marxismo e sul rapporto vittima-carnefice tra Terzo Mondo e mondo capitalistico. Questo mondo terzo Pasolini lo ha toccato con mano nei suoi numerosi viaggi in Africa e in India – si vedano le testimonianze raccolte nel ’62 ne L’odore dell’India – viaggi intrapresi con Moravia e la Morante, e questo mondo lontano lo ha attraversato sperando di rintracciarvi quella dimensione perduta tanto vagheggiata nella sua poesia. Con i film in costume Edipo re e Medea (con Maria Callas) Pasolini spalanca la sua visione lucida e allucinata sulla astoricità di miti e archetipi. Appartengono alla seconda metà degli anni Sessanta anche le stesure preliminari di ben sei tragedie in versi: Orgia, Pilade, Affabulazione, Porcile, Calderòn e Bestia da stile (concepite sì per il teatro, ma non per quello italiano).

Nel 1968, anno cruciale per la società italiana, Pasolini scrive Teorema e ne realizza anche il film. La chiave del teorema sta in una visitazione angelico-demonica, insieme redentrice e corruttrice, che entra nel fragile ordine prestabilito e lo sovverte. pasolini_biografia_2015 (1)L’angelo pervertitore (quindi liberatore, annunciatore di una verità altra) irrompe nell’apparato effimero della famiglia borghese e, con portentosa grazia, lo demolisce, lo destruttura, lo scompone, rivelandone così l’intima natura. Il bell’ospite – d’un’avvenenza destabilizzante, quasi offensiva – fa il suo ingresso in punta di piedi e con assoluta disarmante naturalezza seduce, uno dopo l’altro, tutti i membri della famiglia: il padre, la madre, il figlio, la figlia, la governante; la ieratica sensualità dell’idolo induce l’intera famiglia prima alla genuflessione e poi alla prostrazione: dopo l’orgasmo non c’è che l’annientamento, in ossequio al diktat amore e morte. Con Teorema Pasolini dissacra la “sacra famiglia”, la spoglia di quelle sovrastrutture valoriali e di quel perbenismo di facciata e la mostra per quello che è, per quello che è diventata. Pasolini sguinzaglia il suo angelo sterminatore contro l’ideologia edonistica della borghesia neocapitalistica, e ne mostra il deserto. «La borghesia che io ho descritto in Teorema è la borghesia come è in realtà nel mondo industriale, cioè una borghesia completamente alienata, che vive a un livello codificato, i cui ideali sono gli ideali di benessere, con residui clericalismi e nazionalismi che non hanno più molta importanza.» L’allegoria morale di Teorema investe anche, tra storia e metastoria, anche Porcile e Medea. La lotta donchisciottesca contro la nuova borghesia trasuda anche nella controversa poesia Il PC ai giovani!!, una sottile (tanto fraintesa) provocazione mirata a scuotere i borghesi inconsapevoli del Movimento studentesco. Nella nuova generazione (incolta, finto-alternativa) il poeta legge chiaramente un conformismo pari a quello della generazione precedente: tali padri, tali figli, tutti accecati del brillio ingannevole della macchina capitalistica, tutti già “consumatori” e complici dell’ingranaggio. Questa gioventù vetusta lo spaventa e lo disgusta; in essa non c’è memoria del passato, nessun modello solido, nessuna sacralità. Ai suoi occhi la verginità mitica della gioventù sopravvive solo nella maldestra spavalderia dei monelli, in quella sana ignoranza che non è ancora mediocrità, almeno in Occidente. Una giovinezza ancora incorrotta – anche se già sfiorata dall’ala del mostrum capitalistico – sopravvive forse solo nel profondo sud del mondo o in estremo Oriente, il più lontano possibile dalla galoppante involuzione civile.

La raccolta di poesie Trasumanar e organizzar esce nel 1970. Entriamo nell’ultimo intensissimo quinquennio della vita del poeta, il più inquieto ma al contempo anche il più presago e pacificato. Con profetica lungimiranza Pasolini fiuta il lezzo della mercificazione insinuatasi anche nel pensiero intellettuale dei suoi colleghi contemporanei. Letteratura, poesia e cinema non son impermeabili al diktat dell’industria capitalistica; solo il teatro d’elite si salva, proprio perché non rivolto alle masse. «… il teatro non verrà mai a coincidere con ciò che si chiama massa […] Questo vale anche per la poesia. La poesia che sto scrivendo adesso è una poesia sgradevole, spiacevole, una poesia il meno possibile consumabile, anche nel senso esteriore del termine. […] E così il cinema: farò del cinema sempre più difficile, più aspro, più complicato, e anche più provocatorio magari, per renderlo il meno consumabile possibile.» Nel ’71 esce il film Il Decameron, primo capitolo della Trilogia della vita. Nel ’72 è la volta del saggio Empirismo eretico (una raccolta di interventi e riflessioni), e comincia la collaborazione con il Corriere della Sera (gli articoli confluiranno, nel 1975, nel celebre Scritti corsari; altri interventi e articoli polemici andranno a comporre il postumo Lettere luterane, 1976). Parallelamente agli impegni cinematografici, critici e giornalistici Pasolini lavora al grande romanzo, uscito postumo e incompiuto, Petrolio. La Trilogia della vita prosegue nel ’72 con I racconti di Canterbury e nel ’74 con Il fiore delle mille e una notte. Nella Trilogia si celebra il trionfo del corpo, la sua felicità e il suo mistero.

Deluso dall’Italia, stanco di veder quotidianamente processata la sua opera, stanco dell’indifferenza, Pasolini spinge la sua ricerca oltre i confini nazionali; il divario con il PC ormai insanabile, lo proietta in una solitudine anarchica. La solitudine del poeta assume proporzioni colossali: alla carezza l’Italia risponde con lo schiaffo, con un’indifferenza sempre più violenta, con la calunnia, con la menzogna, con ostentato disprezzo. Non c’è posto per chi non si schiera, né a destra né a sinistra. Non c’è posto per chi non si adegua, per chi non si etichetta, per chi persegue solo e unicamente la nuda verità. Al poeta affabulatore e fustigatore viene negata la parola. Hanno scritto le peggiori nefandezze nel tentativo maldestro di ridimensionare la sua statura intellettuale e morale, pagine e pagine di fango, e una parola su tutte: invertito! (quella che alla fine metteva d’accordo un po’ tutti). E va da sé che sui suoi nemici Pasolini ci avevo visto chiaro fin dall’inizio; si pensi all’epigramma Alla mia nazione (1959), un’invettiva contro l’Italia «… Terra di infanti, affamati, corrotti […] avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi, funzionari liberali carogne […] Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci […] Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.» Una dichiarazione d’odio, ossia il più bell’atto d’amore. La fuga dall’Italia è una sorta di terapia, una boccata d’aria, una parentesi di luce. Nei paesaggi incantati e atemporali de Il fiore delle mille e una notte la consapevolezza della realtà si tinge d’illusione magica. Nei tramonti del Medio Oriente, tra i venti indorati del Golfo Persico, sulle sabbie sfuggite alla clessidra del tempo, il poeta spera di veder sbocciare il fiore sacro dell’umanità perduta. Forse lì, in quelle terre scampate all’industrializzazione selvaggia, qualche forma di felicità è ancora possibile.

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La Trilogia della vita celebra una ritrovata fisicità; in certi fotogrammi baciati dalla luce sembrano riecheggiare i versi di Carne e cielo, L’illecito, L’angelo impuro, e più ancora quelli de Il Narciso e la rosa: «… Vieni, caro Demonio, e contempliamo insieme l’assenza di Narciso nell’argento del sogno. Non imperversa il riso nella tua bocca odiosa? Ebbene, amico, cogli nell’orto una rosa. Moralità o poesia o bellezza, non so, protendo questa rosa a rispecchiarsi sola.» Su tanta disperata gioia calerà il drappo funebre di Salò, una trasposizione tutta pasoliniana de Le 120 giornate di Sodoma del Divin Marchese. Salò è l’ultimo valzer, il “mo’ sto bene” sospirato in punto di morte da Accattone. Nell’ultima intervista (rilasciata il giorno prima della morte a Furio Colombo) Pasolini afferma: «… La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra.» Con il testo La divina mimesis e con il film Salò, entrambi del ’75, Pasolini chiude i conti con la sua opera, lasciando sospesi e incompiuti numerosi progetti in cantiere, come Porno-teo-kolossal e il già citato Petrolio. La morte gli strappa i fogli di mano, rovescia l’inchiostro, blocca i tasti della Olivetti e appanna tutti gli obiettivi del suo cinema. Già nel ’71 con la lirica Versi del testamento (contenuta in Trasumanar e organizzar) il poeta dichiarava la sua stanchezza, quasi una certa noia del vivere. La maledizione del sesso, tarlo di notti insonni e pericolose, negli ultimi anni si riduce a una vuota pratica ritualistica, a una reiterazione. «Il sesso è un pretesto. Per quanti siano gli incontri – e anche d’inverno, per le strade abbandonate al vento, tra le distese d’immondizia, contro i palazzi lontani, essi sono molti – non sono che momenti della solitudine; più caldo e vivo è il corpo gentile che unge di seme e se ne va, più freddo e mortale è intorno il diletto deserto.»

Non sappiamo cosa sarebbe successo dopo, cosa avrebbe scritto o girato, come si sarebbe evoluto il suo pensiero, il suo umore, il suo desiderio se in quella maledetta notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975 su un’anonima spiaggia dell’Idroscalo di Ostia qualcuno non lo avesse barbaramente ucciso. Tutto come da copione. L’intera opera di Pasolini può esser letta come una prefigurazione della sua morte. Omicidio d’impeto o premeditato? Una situazione sfuggita di mano o un complotto di Stato? Chi ha ucciso Pier Paolo Pasolini? C’è chi, come Laura Betti, ha sempre sostenuto la tesi del delitto organizzato, e di contro chi, come Nico Naldini, non ci ha visto che un’aggressione occasionale sfociata drammaticamente nel sangue. Dov’è la verità? La confessione del marchettaro Pelosi, che cenò con Pasolini quella notte, risulta poco credibile, o comunque poco chiara. In un caso come nell’altro, per mano di una marchetta o per mano di un  politico (che sono poi la stessa cosa), Pasolini è morto. Il suo fiore, malato come la rosa di Blake, è stato reciso dal rovo spinoso della cultura italiana per una sola notte. L’alba ce lo ha riconsegnato, e quella stessa alba tutt’ora lo sorregge come in una Pietà. Struggenti le parole che Alberto Moravia pronunciò, con la voce rotta dal dolore, il giorno del funerale: «…Abbiamo perso prima di tutto un poeta. E poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto in un secolo. Quando sarà finito questo secolo, Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno come poeta. Il poeta dovrebbe esser sacro.»

Massimiliano Sardina

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Cover Amedit n. 24 - Settembre 2015

Cover Amedit n. 24 – Settembre 2015
“Noli Me Tangere” omaggio a Pier Paolo Pasolini.
by Iano 2015

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