NEL TEMPO PROFONDO DI HOMO SAPIENS | Homo sapiens | Un saggio di Claudio Tuniz e Patrizia Tiberi Vipraio – Letto e recensito da Amedit

Posted on 10 ottobre 2015

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Homo sapiens | Un saggio di Claudio Tuniz e Patrizia Tiberi Vipraio (Carocci, 2015)

di Massimiliano Sardina

homo_sapiens_claudio_tuniz_patrizia_tiberi_vipraioPiù l’indagine paleoantropologica comparata si affina, e più si fa nitida e dettagliata la foto di gruppo dei nostri progenitori. Homo sapiens non è che l’emanazione più recente della nostra straordinaria avventura evolutiva, ma la sua fissità nello spazio e nel tempo è solo apparente. Homo si è trasformato e si va trasformando. Più ne carpiamo l’origine, soprattutto attraverso l’analisi paleogenetica, e più ne intravediamo le sorti. Certo è che fin dalla sua timida comparsa, viepiù invasiva e infestante, questa curiosa creatura ha palesato tutta l’ambivalenza della sua natura, una natura ora creativa e intraprendente, ora spietata e distruttrice. Di questo lontano antenato oggi sappiamo tanto, ma non tutto. Se per buona parte i suoi connotati affondano ancora nell’ombra, tuttavia le informazioni in nostro possesso ci consentono di abbozzarne quantomeno un ritratto attendibile, qualcosa in più, diciamo, di un sommario identikit. Nel bel mezzo della storia, individuato uno stralcio della trama e intraviste le comparse sulla scena, ci è dato di risalire a un sussurrato C’era una volta (e va da sé che sul rocambolesco prosieguo e sull’apocalittico finale si può solo scommettere, la fantasia non ci è mai venuta meno). La documentazione fossile com’è noto è parziale, avara, affiora a singhiozzi, talvolta è ingannevole e finisce per aggiungere solo confusione e disordine; altre volte però schiude scenari insperati e offre testimonianze e informazioni preziosissime. Tutto sta nel saper mettere insieme i tasselli, ognuno al suo posto nell’ordine esatto, o comunque con il più basso margine d’errore possibile. Non è facile, la ricerca paleoantropologica richiede una continua comparazione di dati, ma va detto che le nuove tecniche di datazione e rilevamento lasciano ben sperare. Raccontare la storia di Homo sapiens non solo è possibile, ma è in primo luogo doveroso. Le lacune, le zone d’ombra non devono scoraggiarci. Negli ultimi centocinquanta anni abbiamo fatto passi da gigante e altrettanti ne faremo, forti della profezia di Darwin: “Luce sarà fatta sull’origine dell’uomo”. Il libro della nostra storia va riscritto ogni giorno, capitolo dopo capitolo, pagina dopo pagina. È una bibbia viva, onesta, meravigliosamente umana; è un giallo, un romanzo d’avventura, una poesia ermetica, un codice criptato in una lingua sconosciuta, una sfida (possibile e impossibile) tra la nostra testarda caparbietà e l’imponderabile. Homo sapiens (e tutti i protouomini che l’hanno preceduto e attraversato) è figlio del tempo profondo, ed è in questa stagione remota che dobbiamo addentrarci per tentare di ricomporne il sembiante.

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Ciascuno prenda se stesso qui e ora come termine di riferimento, e si domandi semplicemente: chi è mia madre?, chi è mia nonna?, chi è la mia bisnonna?, e via così fino alla nera Eva mitocondriale (madre delle madri), a capofitto nel ventre gravido del tempo profondo. Quando ci riferiamo ai nostri antenati primordiali commettiamo sovente l’errore di pensare la discendenza genealogica secondo un lungo tracciato lineare: nulla di più fuorviante; la complessa e tormentata evoluzione di Homo si è andata snodando attraverso intricati cespugli, qua fiorando e là generando rami secchi o sterili bizzarrie, in un delicato equilibrio tra selezione naturale, selezione sessuale e casualità. Identificare i nostri progenitori in senso stretto – spiegano Tuniz e Tiberi Vipraio in quest’avvincente “biografia non autorizzata” di Homo sapiens – è assai arduo «perché non conosciamo ancora tutte le varianti che hanno portato fino a noi.» Di sicuro col ridicolo presepio edenico di Adamo ed Eva non abbiamo nulla da spartire (l’uomo fatto a immagine e somiglianza di un dio creatore deve necessariamente ribaltarsi in un dio fatto a immagine e somiglianza di un uomo creatore); conoscenze scientifiche (in fieri e modificabili) e credenze religiose (dogmatiche e immutabili) possono conciliarsi solo in scuole di pensiero aberranti come l’Intelligent Design. È più esatto invece considerare i nostri antenati come parte di una vasta e variegata famiglia di “ominini” separatasi dalla linea evolutiva dei nostri cugini scimpanzé circa sette milioni di anni fa. La famiglia allargata Homo fa la sua comparsa circa due milioni di anni fa e, stando alle attuali conoscenze, possiamo affermare che almeno quattro diverse specie di Homo hanno convissuto sulla Terra; sulla base dei luoghi dove sono stati rinvenuti i resti, abbiamo gli uomini di Flores (Indonesia), gli uomini di Desinova (Siberia) e i famosi Neanderthal (Germania). Cosa ci abbia favoriti, cosa abbia decretato il successo di sapiens rispetto a altre specie similari è difficile stabilire (vero è che riscriviamo la nostra storia ogni giorno, alla luce di ogni nuovo ritrovamento). Tutte le specie umane che abbiamo incontrato sul nostro cammino, e con le quali talvolta ci siamo incrociati, hanno lasciato tracce significative nei nostri geni. Sfatata la favoletta biblica del triangolo lui-lei-serpente e quella pseudoscientifica dell’anello mancante, oggi possiamo asserire che (come ogni altra forma di vita più o meno intelligente che striscia sulla Terra), prima d’ogni altra intricata parentela siamo innanzitutto figli dei batteri; Homo sapiens è il risultato di 3,8 miliardi di anni di evoluzione, un processo (lo ribadiamo) tutt’altro che semplice e lineare: se ci imbattessimo a ritroso nella nostra linea evolutiva incapperemmo in un’infinità di rami secchi, spezzati o bipartiti (più che un albero genealogico una foresta genealogica).

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L’Homo sapiens anatomicamente moderno, quello che faccia a faccia riconosceremmo senza esitazioni come nostro simile, risale alla bellezza di 200.000 anni fa (un protosapiens che però dovrà aspettare altri 120.000 anni per sviluppare un cervello capace come il nostro). La nostra fortuna evolutiva comincia con la conquista della postura eretta (funzionale a una visione più panoramica, e quindi a un più agevole avvistamento di potenziali prede o pericoli) e prosegue con l’ingrandirsi del cervello e il progressivo affinamento del pensiero simbolico. È su quest’ultimo punto, davvero cruciale, che si stanno concentrando gli studi paleoantropologici multidisciplinari sulle nostre origini. Quello che ci ha resi speciali – avvantaggiandoci rispetto alle altre forme di vita intelligente fino a renderci specie dominante – è la capacità complessa e raffinata di ragionare per via ipotetica e di elaborare un’immaginazione sganciata dalla realtà. «Questa capacità – sintetizzano Tuniz e Tiberi Vipraio – ci ha consentito di generare un’altra realtà: quella che prima abbiamo cominciato a riprodurre sulle pareti delle nostre grotte, o negli oggetti che riuscivamo a plasmare con i materiali che ci circondavano, e che poi abbiamo cominciato a trasmettere attraverso un sistema di comunicazione interpersonale.» La graduale maturazione del pensiero simbolico (miccia dell’immaginazione e delle capacità astrattive, la cui origine sembra datarsi a circa 100.000 anni fa) ha innescato sia l’impiego di una prototecnologia (dai primi rudimentali strumenti litici ai più elaborati bifacciali), sia le prime forme di linguaggio (comunicazione gestuale e orale). L’accumulo di innovazioni incrementali ci ha catapultati passo passo nell’Antropocene. Lo sviluppo del pensiero simbolico – il suo declinarsi prima in pittura, scultura e musica (arti rupestri, arti megalitiche e fabbricazione di protoflauti d’osso) e poi in letteratura e arti audiovisive e multimediali – ci ha trasformati in umani moderni, ha allargato lo spettro dei nostri desideri e della nostra capacità di esaudirli. Il comportamento umano moderno si è andato delineando in Eurasia all’incirca 40.000 anni fa, ed è infatti a questa data che sono riconducibili le prime testimonianze di arte preistorica. Tracce di un’economia primordiale sono emerse di recente in Sudafrica, nella grotta di Blombos; ci riferiamo a dei filari di conchigliette forate, dipinte e curiosamente annodate a delle cordicelle, risalenti a circa 77.000 anni fa. «Esiste un fondato sospetto – scrivono gli autori del saggio – che quelle conchiglie perforate potessero essere state usate non solo come ornamento, in qualità di bracciali e collane, ma anche come intermediario degli scambi. In tal caso si tratterebbe delle prime forme di moneta della storia. Ma si trattava veramente di monete?» Al di là del reperto in questione, è convinzione sempre più diffusa tra gli studiosi che il comportamento economico come quello artistico siano “vecchi quanto l’uomo”.

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Con la stanzialità e le prime forme di benessere derivate dall’accumulo in surplus delle risorse vediamo emergere il profilo dell’Homo oeconomicus, disposto a scambi, a baratti e, gradualmente, capace di concepire in astratto le prime forme monetarie. Il contributo più interessante del saggio qui esaminato, significativamente posto in chiusura, riguarda proprio l’aspetto socio-economico nel processo di modernizzazione di Homo sapiens, dalla fine dell’ultima era glaciale ai giorni nostri (un aspetto che solo in tempi recenti si è cominciato ad indagare comparando i nuovi dati acquisiti). In questo senso la sinergia tra Claudio Tuniz, fisico nucleare, e Patrizia Tiberi Vipraio, esperta di Economia internazionale, si è rivelata particolarmente significativa. Il saggio, fresco di stampa per Carocci, ha altresì il merito di riassumere, con un linguaggio sintetico e assolutamente non specialistico, tutte le conoscenze più aggiornate in merito a Homo sapiens e famiglia, una famiglia tutt’altro che tradizionale. Completa il saggio una ricca e ragionata bibliografia su preistoria e tempo profondo.

Massimiliano Sardina

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Cover Amedit n. 24 - Settembre 2015

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“Noli Me Tangere” omaggio a Pier Paolo Pasolini.
by Iano 2015

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