AMY WINEHOUSE, THE GIRL BEHIND THE NAME – AMY, un film di Asif Kapadia – Recensito da Amedit

Posted on 10 ottobre 2015

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amy_winehouse_the_girl_behind_the_nameAMY WINEHOUSE, THE GIRL BEHIND THE NAME

di Mauro Carosio e Marina Montesano

 

amy_winehouse_the_girl_behind_the_name (3)Questo è un film su una persona che desidera amore e non sempre ne riceve,

Amy è un film sull’amore.

 Asif Kapadia

 

Amy Winehouse (Londra 14 settembre 1983 – Londra 23 luglio 2011) è stata una cantante e autrice britannica. Così si legge sulle varie enciclopedie o riviste specializzate, seguono vari commenti sulla sua splendida voce e il solito epilogo legato alle drammatiche vicende personali. Quindi su Amy è già stato detto tutto perché tragicamente non c’è molto da aggiungere. Il film di Kapadia è un ottimo documentario che non santifica ne mitizza un personaggio che, se non fosse stato per il talento eccezionale, avrebbe potuto appartenere a un’ordinaria storia di degrado e deprivazione. Quello che però fa la differenza è che la sfortunata protagonista in questione ha avuto una stagione in cui si è imposta come la nuova stella del panorama musicale mondiale distinguendosi per una capacità vocale assolutamente fuori dall’ordinario.

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Due dischi in tutto: Frank nel 2006, che le permette di farsi conoscere e corteggiare dalla critica e dai produttori più influenti, e Back To Black: un capolavoro col quale ha vinto tutti i premi più autorevoli e con brani che rimarranno nella storia. Tutto questo giustifica un film sulla sua, poco originale, storia da parte del regista, Asif Kapadia, che si era fatto notare per un altro documentario (uscito due anni fa): Senna, dedicato al celebre campione brasiliano di Formula 1 deceduto sul circuito di Imola nel 1994. Come per Senna, tecnicamente il film eccelle nell’utilizzo di filmati esistenti: da quelli ufficiali (concerti, interviste) a quelli inediti girati in studio, fino agli home movies; la voce del regista non appare mai, mentre la narrazione è corale, affidata alle voci dei tanti che hanno conosciuto Amy nelle diverse fasi della sua esistenza. È chiaro che questa assenza del regista è finzione, com’è normale che sia; la scelta dei materiali e il modo di presentarli dichiarano esplicitamente la tesi di Kapadia: Amy Winehouse soffriva di depressione e di disturbi alimentari sin da ragazzina. È emblematica la scena in cui lei stessa, bambina, dice alla madre di aver scoperto di poter mangiare tutto quello che vuole perché poteva liberarsi subito dopo vomitando. Forse complice la separazione dei genitori, forse perché tale era la sua natura, particolarmente sensibile com’è spesso quella di molti artisti, in ogni caso i suoi disturbi sono stati trascurati da una madre di poco polso, la cui figura emerge sciapita e insignificante, e da un padre assente; almeno fino a quando la ragazza comincia ad avere successo. E proprio il successo e la sua personalità distruttiva attraggono le persone sbagliate (il fidanzato e poi marito Blake, il nuovo manager interessato solo a farla suonare dal vivo anche quando le sue condizioni fisiche erano gravi e il padre).

Il trionfo planetario di Back To Black la coglie fragile, impreparata a gestirsi e non particolarmente interessata allo status di star. A quel punto il circo dei media è allertato, pronto a fotografare e a diffondere ogni delirio, ogni gradino della discesa agli inferi che ne precede la morte arrivata il 23 luglio di quattro anni fa. In realtà, i problemi di salute, acuiti dal consumo di droghe (inizialmente leggere) e alcol, le rendono difficile mantenere in piedi la sua carriera musicale già dall’inizio; ricordiamo infatti che tra il suo primo disco di discreto successo, Frank, e il trionfo di Back To Black, corrono ben tre anni, dal 2003 al 2006. Troppi in effetti, anni che, come il film mostra, se ne vanno in tentennamenti, distrazioni tossiche, momenti di vuoto spinto. Casa discografica e manager (il primo, suo amico quasi d’infanzia) si danno da fare, cercano di spingerla a comporre e tornare in studio, a disintossicarsi, cosa che a lei non va e l’entourage che ha intorno certo non l’aiuta. In ogni caso nel 2007 esce il tanto osannato Back To Black e d’ora in avanti sarà difficile riascoltare con l’allegria di allora il formidabile hit Rehab, la struggente You Know I’m No Good o la canzone che dà il titolo al disco.

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Il film di Kapadia è quindi un ottimo documentario per chi volesse saperne di più sull’artista britannica, ma nello stesso tempo può risultare anche un’astuta operazione speculativa e ben congeniata per chi Amy Winehouse la conosceva bene, per i suoi fan del periodo d’oro della sua breve carriera. La pellicola non ci risparmia le scene terribili, incluso il concerto di Belgrado, ultima apparizione su un palco, veramente inguardabile, almeno per chi ha avuto a cuore la sua musica. E qui, naturalmente la domanda si impone: Qual è lo scopo del regista, qual è il senso di Amy? Una denuncia dello star system e dell’ingerenza dei media? In tal senso funziona, ma per farlo deve riproporre le stesse immagini orribili che venivano diffuse quando era in vita. Quante volte abbiamo visto il film di Kapadia negli ultimi anni della protagonista? Milioni di clic sui filmati di youtube in cui la si vede sfatta e incapace di reggere un concerto. Tra il 2008 e il 2010 si cercavano immagini di Amy più per guardare l’osceno in scena che per altro. Infatti il film di Kapadia ha un che di “osceno” proprio nel senso più filosofico e teatrale del termine: os-skenè, ciò che è “fuori scena”, (secondo un’etimologia peraltro tutta da confermare) ciò che non va rappresentato perché non è conveniente un’esposizione al pubblico. E lei si è prestata a questa visione di sé fuori scena anche nella gloriosa estate del 2007, quando, in un periodo di buona forma fisica, ha dato il meglio dal vivo nei memorabili concerti a Glastonbury e all’Isola di Wight.

Osserviamola soprattutto in quei momenti, in quel film che non è ancora stato girato. Amy Winehouse in scena, lucida, una ragazzina esile che canta con una voce che non si sa da dove esca. Il suo corpo è semplicemente uno strumento, del quale lei appare totalmente inconsapevole, preposto all’emissione di suoni che arrivano diretti allo stomaco dello spettatore in delirio. E lei? Lo sguardo è altrove, a volte impegnata a sistemarsi un ciuffo o a grattarsi un orecchio. L’artista è sul palco, si muove, ma non fa spettacolo. Non è un caso che lo spettacolo sia affidato ai due instancabili coristi e all’ottima band che l’accompagna. Un personaggio, senza dubbio, ma non una diva, assolutamente no. Nessun atteggiamento da regina dello star system ha mai caratterizzato una sua apparizione pubblica. Nel film questo si percepisce molto bene in una delle scene più riuscite: quella in cui annunciano i grammy che ha vinto nel 2008. Lei c’è. È smarrita, gesticola in modo inconsueto, sgrana gli occhi, si commuove e abbraccia lo staff che l’accompagna, ma a questo non segue una sfilata leziosa e manierata sul red carpet, gesto obbligato dopo un riconoscimento di tale importanza.

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Amy Winehouse non è diventata un mito. Un mito ha bisogno di una narrazione complessa e articolata e il breve periodo in cui la sua stella ha brillato non è stato un tempo sufficiente; il suo personaggio non ha assunto le proporzioni leggendarie nell’immaginazione popolare che un mito richiede. Non è paragonabile alle grandi glorie del passato a cui lei stessa ha dichiarato di essersi ispirata: da Billie Holiday a Ella Fitzgerald o Sarah Vaughan, perchè il suo show è durato troppo poco. L’unico elemento che può giustificare un’apparente aura di mito, che può circondarla all’infinito, è la macabra constatazione del fatto che oggi Amy Winehouse fa parte del triste “club dei 27”, così viene chiamato il gruppo di artisti rock morti in circostanze funeste a ventisette anni: Kurt Cobain, Janis Joplin, Jimi Hendrix, Jim Morrison e Brian Jones, tanto per citare alcuni detentori di un destino maledetto.

Il bisogno d’amore di cui parla il regista è stato quindi la causa di una fine ingloriosa? Un amore mai ricevuto che ha portato una persona ad autosabotarsi per tutta la sua breve esistenza? È chiaro che a queste domande non c’è una risposta anche se di fronte a una morte di questo tipo è una società intera che dovrebbe interrogarsi o fermarsi a pensare almeno qualche istante. Amy, the girl behind the name è un film da vedere. È, in qualche modo, giusto e provvisto di senso il lasciarsi infastidire dai flash delle macchine fotografiche, che ossessivamente e senza pudore perseguitano la protagonista, in una sequenze che dura più di due ore. In Italia il film è arrivato il 15, 16 e 17 settembre per ricordare quello che sarebbe stato il compleanno della cantante, distribuito da Nexo Digital e Good Films. Nel Regno Unito invece è uscito lo scorso 3 luglio, per celebrare l’anniversario della prematura scomparsa della “tormentata voce di Back To Black.

Mauro Carosio e Marina Montesano

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Cover Amedit n. 24 - Settembre 2015

Cover Amedit n. 24 – Settembre 2015
“Noli Me Tangere” omaggio a Pier Paolo Pasolini.
by Iano 2015

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