LA STANZA NUMERO 14 | Lo strano caso di William Ferguson

Posted on 22 giugno 2015

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stanza_14di Piero Sardina

stanza_14 (1)Era un commerciante di legnami, William Ferguson, e viveva in una cittadina della Carolina del Nord con la moglie ed un figlio di appena dieci anni. Era molto stimato per quella sua apparenza di persona seria ed educata, dedita alla famiglia e al lavoro. Anche la sua abitazione, una casetta linda con un giardinetto ben curato, rispecchiava la sua immagine irreprensibile. Il primo novembre di quell’anno (era il 1910) si svolgeva un’importante fiera del legname a Charleston, un’operosa cittadina della Carolina del Sud, affacciata con il suo attivissimo porto sull’Atlantico. Era per William un’occasione imperdibile, e perciò sin dal giorno precedente la moglie gli aveva stirato l’abito migliore.

C’era un treno che collegava la sua cittadina a Charleston e quando vi giunse verso le cinque del pomeriggio di quel 31 ottobre, era già quasi buio e la fredda e sottile pioggia che lo accolse appena fuori della stazione gli consigliò di cercare subito un posto per la notte. La stazione non era lontana dal centro abitato e perciò, sotto l’ombrello, s’incamminò di buona lena alla ricerca di un albergo. Ma quale non fu la sua delusione nell’apprendere che ben quattro alberghi di fila non avevano più stanze libere, e ciò proprio per il grande afflusso richiamato dalla fiera. Una strana circostanza lo colpì: ognuno di quegli alberghi aveva all’esterno un cartello che avvertiva che vi potevano alloggiare solo i “bianchi”. Si guardò attorno e notò che anche alcuni negozi esponevano lo stesso cartello e, di contro, che vi erano altri locali commerciali riservati ai soli “neri”. L’hotel Baltimora esponeva anch’esso il cartello che riservava però l’alloggio soltanto ai neri, ma, pensò, forse un’eccezione l’avrebbero fatta. Il portiere fu irremovibile e, sia pure gentilmente, respinse la sua richiesta.

L’occasione della fiera era troppo importante per il suo lavoro e la prospettiva di dover riprendere il treno per il ritorno non poteva accettarla. S’immaginò il rientro anticipato a casa e l’espressione meravigliata della moglie e la faccia delusa del figlio al quale aveva promesso un regalo da Charleston. “La faccia di Johnny?” Improvvisamente gli balenò l’immagine di Johnny che giocava con altri bambini “agli indiani e ai cow-boy” …e quelli che impersonavano gli indiani si dipingevano il viso a strisce nere tracciandole con dei tappi di sughero bruciati e anneriti. Già, la faccia di Johnny, ecco l’idea! Cercò pertanto subito un emporio (riservato ai bianchi) e, pur non essendo un fumatore, temendo di suscitare qualche sospetto, acquistò con i fiammiferi una scatola di sigari e, naturalmente, i tappi che cercava. Entrò in una di quelle locande dove non si andava troppo per il sottile circa il colore della pelle, e consumato un orribile caffè si rinchiuse nella toilette; qui, con i tappi che aveva precedentemente bruciati e anneriti, cominciò a tingersi tutto il viso. Si guardò in quel che era rimasto di un vecchio e malandato specchio e si compiacque del risultato. Indossò poi il cappello, calzò’ i guanti (perché non aveva annerito anche le mani) sollevò il bavero del cappotto e aspettò pazientemente la mezzanotte; così bardato si recò all’hotel Baltimora, e fortunatamente al posto del portiere che gli aveva rifiutato la stanza nel pomeriggio trovò quello del servizio notturno. Complice la penombra della hall, andò tutto per il meglio. “È libera la stanza numero 14. Pagamento anticipato.” disse il portiere, guardandolo appena. “La 14 andrà benissimo.” – rispose William brandendo vittorioso la chiave – “Ma mi raccomando, ho il sonno molto pesante, domattina mi svegli alle sette in punto”.

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La mattina seguente William, lasciato l’albergo, si recò in gran fretta nella locanda della sera precedente per darsi una ripulita; nella toilette, però, lo specchio non c’era più, ma si lavò comunque abbondantemente, e soddisfatto s’incamminò poi verso la fiera. Il piazzale, affollatissimo, era pieno di cataste lignee d’ogni tipo, ma a William interessava soprattutto l’acquisto di legnami pregiati per i quali si teneva l’asta in un apposito salone. Si avvicinò verso la sala dell’asta ma fu immediatamente apostrofato da un omone che ne presidiava l’ingresso: “Dove credi di andare, sporco negro!? Fila via!” “A me sporco negro?!” s’interrogò incredulo William, ma viste le dimensioni di quell’energumeno non replicò pensando che evidentemente non era riuscito a togliersi di dosso del tutto quel maledetto nero posticcio. Si chinò a una fontanina e, aiutandosi con il fazzoletto, cominciò a strofinarsi vigorosamente il viso. Si ricordò di avere uno specchietto nel necessaire da viaggio che diligentemente la moglie gli aveva messo nella valigetta, ma quale fu la sua meraviglia dapprima e la disperazione dopo, quando si accorse che il viso era rimasto nero! Spostò lo sguardo sulle mani, anche loro insolitamente scure… ma quelle non le aveva tinte coi tappi! Alla fine si arrese e, stranito e sconsolato, si avviò per riprendere il treno.

Camminava lentamente ripensando all’assurda avventura, all’occasione mancata della fiera, e passo dopo passo giunse al porto. Si sedette su una bitta sul bordo della banchina e, sempre assorto in quel pensiero, fissò a lungo quell’acqua scura. D’un tratto un dubbio sottile gli sorse nella mente: …e se il portiere quella mattina non avesse bussato alla stanza numero 14?

Piero Sardina

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Cover Amedit n° 23 – Giugno 2015 “Il ragazzo dagli occhi di cielo” by Iano

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