LA SESTA ESTINZIONE | Una storia innaturale di Elizabeth Kolbert

Posted on 21 giugno 2015

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elizabeth_kolbert_sesta_estinzione_sixt_estintiondi Massimiliano Sardina

elizabeth_kolbert_sesta_estinzione_sixt_estintion (8)Con il termine “Big Five” ci si riferisce alle cinque grandi estinzioni di massa che hanno interessato il nostro pianeta. La più lontana risale alla fine dell’Ordoviciano (450 milioni di anni fa), fu causata da una glaciazione e si è stimato che sterminò all’incirca l’85% delle specie marine. Una seconda grande estinzione colpì la Terra nel tardo Devoniano, ma quella più devastante – la madre di tutte le estinzioni, nota anche come “la grande moria” – si verificò alla fine del Permiano (250 milioni di anni fa), ed anche qui le cause sono ascrivibili al cambiamento climatico. Ultime in ordine di tempo l’estinzione del tardo Triassico e, la più recente (65 milioni di anni fa), alla fine del Cretaceo (con l’asteroide che spazzò via, oltre ai dinosauri, anche mosasauri, plesiosauri, pterosauri e ammoniti). La sesta estinzione, ci mette in guardia la giornalista americana Elizabeth Kolbert, è drammaticamente in corso. Prima di addentrarci, chiariamo innanzitutto il concetto di “estinzione”, un fenomeno per certi versi più complesso di quello della speciazione.

I biologi parlano di “estinzione di fondo” in riferimento a tempi geologici lunghissimi; i tassi d’estinzione variano a seconda degli organismi, calcolarli è estremamente faticoso e implica la comparazione incrociata di moltissimi dati. Il tasso d’estinzione dei mammiferi (che ammontano a circa 5500 specie) è pari a 0,25 specie per milione di anni (che in parole povere si traduce nella scomparsa di una specie ogni settecento anni). Di tutt’altra natura e tempistica è l’estinzione di massa, che i paleontologi inglesi Hallam e Wignall definiscono come un evento straordinario che distrugge «una significativa porzione della biota del pianeta in un arco di tempo insignificante dal punto di vista geologico.» Un’alta concentrazione di caos che irrompe nella più assoluta e placida tranquillità, o forse rende meglio l’idea l’immagine di una grande orchestra che improvvisamente infrange la regola del silenzio. Il paleontologo David Roup definisce la storia della vita sul nostro pianeta come «lunghi periodi di monotonia interrotti occasionalmente da esplosioni di panico.» Le estinzioni di massa sono eventi estremamente rari, ma se le prime cinque hanno giocato a nostro favore – è infatti grazie alla scomparsa dei dinosauri che i mammiferi hanno potuto svilupparsi – tutto lascia intendere che la sesta la pagheremo a caro prezzo. Se le consideriamo da un’ottica meramente antropocentrica le “Big Five” sono state assolutamente provvidenziali per il successo di Homo sapiens, hanno spianato la strada, eliminato gli intralci e creato le condizioni ideali per l’adattamento e l’evoluzione della nostra specie. L’estinzione numero sei (apocalittica e diabolica finanche nel numero!) non prescinde dall’uomo, ne è altresì la diretta conseguenza.

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Dalla rivoluzione industriale a oggi il nostro impatto sul pianeta ha prodotto ferite insanabili. Terra, acqua, aria: non c’è elemento che non rechi traccia e segno del nostro abuso. Tanto nella stanzialità quanto nelle isteriche dinamiche del transito, specie negli ultimi due secoli (e con una forte accelerazione nei decenni più recenti), non ci siamo fatti scrupolo nel trasformare il paesaggio a nostro uso e capriccio. Il danno si è accresciuto proporzionalmente allo sconsiderato incremento demografico su scala mondiale. Una specie infestante. Questo siamo. E va da sé che il sovrannumero, presto o tardi, dovrà fare i conti con la decimazione. Tappiamo il suolo con i nostri insediamenti, immettiamo veleni nell’aria e nell’acqua, scommettiamo sul nucleare (ben consapevoli della vulnerabilità degli impianti di fronte all’imprevedibilità delle incognite), deforestiamo, deviamo le traiettorie dei fiumi, ci sostituiamo drasticamente al lento e normale corso degli eventi favorendo la proliferazione di determinate specie a dispetto di altre, mischiamo le carte per barare a nostro vantaggio (un vantaggio a brevissimo termine). Non facciamo altro che produrre plastica e bruciare plastica. La raccolta differenziata può lavarci la coscienza, ma di certo non laverà il pianeta. A fronte di tante belle parole le multinazionali (per buona parte vere e proprie mafie dell’industria) si confermano sempre più potenti e prepotenti, abilissime nel minimizzare e rassicurare, sorde a ogni monito, indifferenti a ogni appello, intoccabili come eteree divinità. Tutto è sacrificato al profitto immediato e, nel giro di una manciata di generazioni, all’ingordigia dei padri non potrà che far seguito l’inedia dei figli. Con l’affinamento della tecnologia l’uomo si è gradualmente trasformato in una forza capace di alterare la natura.

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Si ritiene che l’Antropocene sia iniziato con la rivoluzione industriale (o con l’incremento demografico post Seconda guerra mondiale), ma tracce dell’atavica aggressività umana si riscontrano anche in stagioni più remote. Ci va giù pesante la Kolbert quando asserisce che «l’uomo è stato un assassino e uno sterminatore sostanzialmente fin dalla sua comparsa.» È opinione scientifica sempre più diffusa che sia stato l’uomo il responsabile dell’estinzione della megafauna e dell’uomo di Neanderthal; comparando criticamente la cronologia delle estinzioni con quella delle migrazioni umane lo studioso Paul Martin sostiene che per la scomparsa della megafauna l’impatto dell’uomo «emerge quale unica spiegazione ragionevole». Fin dagli esordi, dunque, ci siamo fatti conoscere. Il divulgatore scientifico Alan Burdick definisce Homo sapiens «il più efficace invasore nella storia biologica.» Una scatola cranica più capiente, un cervello più sviluppato, le abilità prensili confluite gradualmente nell’utilizzo di bifacciali e di strumenti per la caccia, la progressiva dimestichezza con il fuoco, le dinamiche protofamiliari d’aggregazione, la conquista della stanzialità… certo l’evoluzione ci ha avvantaggiati rispetto alle altre specie – basti pensare al confronto con bonobi e scimpanzé, coi quali condividiamo la quasi totalità del DNA – ma l’intelligenza non ci ha messi al riparo da noi stessi. È l’uomo il peggior nemico dell’uomo (di quale altra specie possiamo dire altrettanto?). Come osserva bene Elizabeth Kolbert: «Con la capacità di rappresentare il mondo attraverso segni e simboli arriva la capacità di cambiarlo, il che, nei fatti, equivale alla capacità di distruggerlo.» l’equazione è presto detta: il nostro grado di intelligenza è cresciuto proporzionalmente al nostro grado di pericolosità.

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In Geologia dell’Umanità (2002) Paul Crutzen fornì un elenco più che dettagliato dei disastri perpetrati da mano umana: «[…] L’attività umana ha trasformato da un terzo a metà della superficie del pianeta. La maggior parte dei principali corsi d’acqua è stata arginata o deviata. Le fabbriche di fertilizzanti producono più azoto di quanto ne venga fissato in natura da tutti gli ecosistemi terrestri. Le industrie ittiche rimuovono più di un terzo della produzione primaria delle acque oceaniche costiere. L’uomo usa più della metà delle risorse accessibili di acqua sorgente al mondo.» È Crutzen ad aver coniato il termine più che appropriato di “Antropocene”. Siamo nell’era Cenozoica, ma il biologo Michael Soulé preferisce usare, senza alcuna ironia, il termine “era Catastrofozoica”; l’entomologo Michael Sanways suggerisce il termine “Homogenocene”, il giornalista Andrew Revkin propone “Anthrocene”, il biologo Daniel Pauly addirittura “Myxocene” (che in greco sta per “melma”). Ancor meglio di “Olocene” (età nuova) la dicitura crutzeniana “Antropocene” sintetizza più compiutamente l’attuale era geologica dominata dall’uomo. Le emissioni antropogeniche, scrive Crutzen, hanno alterato pericolosamente la composizione dell’atmosfera, e nel corso degli ultimi duecento anni la concentrazione di diossido di carbonio nell’aria è salita di circa il 40%. L’alterazione della composizione atmosferica fa sì che penetri negli oceani più diossido di carbonio di quanto ne viene espulso. L’uomo immette costantemente CO² nei mari, favorendone così il processo di acidificazione. «Solo quest’anno – riporta la Kolbert – gli oceani assorbiranno 2 miliardi e mezzo di tonnellate di carbonio, e il prossimo anno, stando alle previsioni, altri 2 miliardi e mezzo. Ogni giorno, in sostanza, ogni americano pompa oltre 3 chili di carbonio in mare.» Rispetto al XIX secolo gli oceani attuali presentano un livello di acidità maggiore del 30% (un dato allarmante). Deforestazione, restringimento dell’habitat delle specie a rischio, riconversione territoriale, cementificazione selvaggia (spacciata per urbanizzazione), acidificazione degli oceani, alterazione dell’atmosfera, mescolamento delle specie animali e vegetali da un capo all’altro del pianeta, allevamenti intensivi, monocolture, spreco delle preziose risorse idriche e avvelenamento delle falde acquifere, massicci e continui prelievi dal sottosuolo, occultamento di rifiuti tossici e radioattivi…, l’elenco dei misfatti umani è più lungo e articolato di quel che si pensi, consumiamo come se avessimo a disposizione una Terra e mezza, indifferenti a chi verrà dopo di noi, a chi erediterà un pianeta consunto, spremuto, inospitale.

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Biologi, scienziati, divulgatori scientifici urlano da decenni una verità che è sotto gli occhi di tutti, ma spesso vengono tacciati di catastrofismo. Intanto il tempo passa, i danni si accumulano e le major (appoggiate dai governi) adottano ogni escamotage per farla franca e continuare a infierire. Non bastano interventi isolati, occorre un’operazione concordata e condivisa su scala mondiale, occorrono regole severe e una riformulazione completa del rapporto uomo-mondo. Motore della sesta estinzione in atto è il repentino cambiamento climatico indotto dall’uomo. Siamo entrati in una nuova epoca che non ha analogie nella storia della Terra. Nell’Antropocene c’è sia il nostro splendore, sia la nostra autodistruzione. Abbiamo introdotto cambiamenti e trasformazioni in un lasso di tempo troppo breve, e nessun organismo (noi compresi) potrà evolversi altrettanto velocemente. «In un evento di estinzione prodotto da noi stessi – scrive la Kolbert – cosa ci accadrebbe? Una possibilità è che alla fine anche noi verremo annullati dalla trasformazione del paesaggio ecologico. […] pur essendosi liberati dai vincoli evolutivi, gli uomini rimangono in una posizione di dipendenza dai sistemi biologici e geologici del pianeta. Sbilanciando questi sistemi – disboscando le foreste pluviali tropicali, alterando la composizione dell’atmosfera, acidificando gli oceani – stiamo mettendo in pericolo la nostra stessa sopravvivenza.» Anche l’antropologo Richard Leakey si esprime senza mezzi termini: «l’Homo sapiens è sul punto di causare una fondamentale crisi biologica, un’estinzione di massa, la sesta negli ultimi cinquecento milioni di anni.»

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La somma dei cattivi comportamenti umani ha già agito prepotentemente sull’assetto planetario alterandone gli equilibri in tempi, come abbiamo già osservato, troppo brevi. A complicare le cose, ciliegina sulla torta, nell’ultimo ventennio di quest’era digitale è subentrato anche l’inquinamento elettromagnetico. Non mancano i negazionisti che minimizzano il nostro impatto sull’ecosistema, quasi che l’umanità gravasse sul pianeta alla stregua di una colonia di formiche, magari solo un tantino troppo intraprendenti. La Terra non è un’infinita miniera, non è un contenitore senza fondo, non è una carcassa da dilaniare a morsi, ma è una forma vivente conchiusa nei suoi limiti come lo è ogni essere organico. La Terra non è immobile e eterna, ma un superorganismo in perpetua evoluzione che ha avuto un suo principio e avrà una sua fine; l’umanità sta affrettando questa fine, sta accorciando i tempi, sta bruciando milioni di anni in pochi scriteriati decenni. Mentre ci occupiamo di questo articolo la placca africana sta premendo contro l’Eurasia (e ogni anno Tripoli si avvicina di circa due centimetri a Roma): la Terra è viva, e a dispetto delle nostre manipolazioni ai piani alti, si sta trasformando. In barba alla deriva dei continenti l’umanità – spostando specie in lungo e in largo – sta dando vita a quella che i biologi chiamano una “Nuova Pangea”, un rimescolamento delle specie che è un deliberato crimine contro la biodiversità. È come se ci fossimo improvvisati piccoli pasticceri e ce la spassassimo a farcire e a glassare un po’ questo e un po’ quello, senza alcun tipo di cognizione del sapore che tutto questo avrà in seguito. Un bel pasticcio, insomma. Si tratta, scrive la Kolbert, di «una versione modificata della tettonica a placche, ma senza le placche: trasportando le specie asiatiche in Nordamerica, e quelle nordamericane in Australia, e quelle australiane in Africa, e quelle europee in Antartide, stiamo, nei fatti, riassemblando il pianeta in un unico supercontinente, a cui i biologi a volte fanno riferimento con l’espressione Nuova Pangea». Il rimescolamento delle specie ha innescato un processo di omogeneizzazione globale (e più si concentrano artificialmente specie diverse in aree comuni, più le specie si estinguono su scala globale). «Portando all’estinzione le altre specie – ha osservato l’ecologo Paul Ehrlich – il genere umano sta recidendo il ramo su cui esso stesso si posa.»

La Terra ha subito cinque grandi estinzioni, ha resistito, ma ora dovrà misurarsi con un nemico terribile, con una specie infestante che è stata capace di insinuarsi in ogni suo meandro. Una glaciazione ha causato l’estinzione della fine dell’Ordoviciano; il riscaldamento globale (e le alterazioni negli oceani) ha causato l’estinzione della fine del Permiano; lo schianto dell’asteroide ha decretato l’estinzione alla fine del Cretaceo; questa sesta estinzione, subdola e immonda, viene dalle nostre mani, dal nostro tanto decantato progresso, dalla nostra nano-macrotecnologia, in una parola dalla nostra brillante evolutissima intelligenza. «Stiamo osservando proprio in questo momento – scrive Walter Alvarez – che un’estinzione di massa può essere causata dall’essere umano.» E vissero… estinti e contenti.

Massimiliano Sardina

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Cover Amedit n° 23 – Giugno 2015 “Il ragazzo dagli occhi di cielo” by Iano

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