ECOCIDIO | Il mondo salverà la bellezza? | Un saggio di Salvatore Settis

Posted on 21 giugno 2015

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il_mondo_salverà_la_bellezza_settis_ecocidiodi Massimiliano Sardina

L’umanità, così com’è organizzata e operante, è una metastasi per il pianeta Terra. Siamo in tanti, siamo in troppi, e la riproduzione sconsiderata (con tutto quel che ne comporta in termini di sfruttamento barbarico del territorio) sta innescando un irreversibile processo di autodistruzione. L’ecocidio è in atto, una morte lenta, tanto evidente quanto invisibile. Ne L’idiota Dostoevskij fa dire al principe Myškin la celebre frase “La bellezza salverà il mondo” (un auspicio, una preghiera, un’affermazione imperativa come una profezia) che Settis, più cautamente, ribalta nell’interrogativo “Il mondo salverà la bellezza?”.

il_mondo_salverà_la_bellezza_settis_ecocidio (7)A chi è rivolta la domanda? E, soprattutto, qual è la risposta? Certo i dati di cui disponiamo sono tutt’altro che confortanti e tratteggiano uno scenario a dir poco allarmante. Lungi dal risolversi in un mero concetto astratto la bellezza è in primo luogo una condizione tangibile, una realtà effettiva e connotante, il riflesso diretto della vita, e non c’è bellezza che non sia strettamente imparentata con la salute; bellezza e salute sono l’una il risvolto dell’altra, l’una la premessa e al contempo la diretta conseguenza dell’altra. Messa a repentaglio, minata, compromessa, la bellezza rischia di veder irrimediabilmente stravolti i suoi connotati, e va da sé che una bellezza sfigurata non è più bellezza. Quando diciamo bellezza diciamo mondo, natura tutta, quell’insieme che ci include e ci comprende, quell’unico mondo al mondo in cui ci è dato di vivere, fiorire e morire. La Bellezza di Baudelaire parla così: “Sono bella, o mortali, come un sogno di pietra e il mio seno, a cui s’è di volta in volta ferito ognuno, è fatto per ispirare al poeta un amore come la materia eterno e muto. Troneggio nell’azzurro, incomprensibile Sfinge, unisco un cuore di neve alla bianchezza dei cigni, odio il movimento che disloca le linee…”

La bellezza è patrimonio dell’arte e patrimonio della natura, irraggiungibile proprio perché vicina, eternabile solo nella sua rievocazione nostalgica, nella sua naturale ciclica transitorietà, ed è la sola dimensione in cui l’umanità può riconoscersi e ritrovarsi. Siamo una specie tremendamente invasiva, sfacciatamente aggressiva, una ruga sempre più impietosa e profonda sulla cute delicata della crosta terrestre. Possiamo fare molto e dobbiamo fare molto per invertire la rotta, sempre ammesso sia ancora possibile salvare il salvabile. Il mondo salverà la bellezza dalla vergognosa incuria in cui versa, … l’espressione resta interrogativa, sospesa tra l’ammutolimento e l’incredulità. «Mi chiedo – scrive Tiziano Fratus – se saremo in grado di preservare il pianeta. Gli ultimi quattro secoli di storia smentiscono ogni fantasia, ma è anche vero che mai come in questi ultimi anni la sensibilità ambientale ha pervaso i discorsi politici, farcito convegni di ogni tipo, è penetrata nella legislazione quanto nei rapporti economici. La fame delle grandi imprese nazionali e multinazionali resta intatta, enormi bocche fumanti stanno macinando le foreste del Borneo e del Sud America, altre operano nascoste, a muso di talpa, sgretolando la terra che abbiamo sotto i piedi […] Se è vero che sempre più alberi popolano e decorano le nostre città, è pur vero che in altri continenti i disastri proseguono. Ogni anno la Terra finisce le scorte alimentari anticipando il pessimo risultato dell’anno precedente. Arriverà il giorno in cui avremo usato tutto quel che il pianeta ci poteva offrire, e a quel punto che si farà? Tutti a pregare? O Madre Terra si scuoterà prima, liberandosi di noi come si fa con le pulci su un materasso?»

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Pensate a un enorme capezzolo vizzo e martoriato sospeso nello spazio e avrete un’immagine di come si presenterà la Terra entro un paio di secoli o giù di lì, salvo interventi repentini e corali. Settis parla di “responsabilità verso i lontani”, lontani nell’accezione più ampia e onnicomprensiva del termine: lontani sono i figli dei figli che erediteranno di volta in volta il pianeta (o quel che ne resta), e lontani sono anche tutti quei coevi più svantaggiati, cresciuti ai margini del mondo, alla periferia delle periferie; una “terza specie di lontananza” connota invece, spiega Settis, quelli vicini a noi sempre più penalizzati dalla miseria nera della disoccupazione, dal mostro amorale della diseguaglianza. Un’etica individuale non può prescindere da un’etica pubblica. La vita è collettività e condivisione. Per scongiurare la catastrofe occorre una presa di coscienza generale, un impegno militante su più fronti, un’empatia della lungimiranza, un progetto comune per un obiettivo comune; Settis auspica a una «convergenza fra diverse mentalità e concezioni del mondo, e in particolare tra un approccio laico e un approccio religioso ai problemi di oggi.» Un “sentire spirituale” deve sempre accompagnarsi al rapporto con la natura (l’ambiente è cosa viva non materia inerte). Chi inquina avvelena, chi deforesta soffoca, chi immette fumi venefici condanna a morte certa… la vorace cannibalizzazione dell’ambiente ha ormai affinato tutte le più crudeli forme di tortura immaginabili, e a forza di morsi del pomo non resterà che il torsolo.

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Le preoccupazioni ecologiche, a dispetto di quel che si possa pensare, non sono solo materia recente. In Isaia (5,8,9) troviamo il seguente passo: «Guai a voi che ammucchiate casa su casa e congiungete campo a campo finché non rimanga spazio e restiate i soli ad abitare la Terra.» Stralci significativi di protoecologia li troviamo anche in un antico decreto ateniese risalente al 430 a.C., dove viene fatto divieto «di mettere i pellami a imputridire nel fiume Ilisso a monte del Tempio di Eracle, di praticare in quell’area la concia delle pelli e di gettarne gli scarti nel fiume.» Sul rispetto dell’acqua interviene anche Platone nelle Leggi: «l’acqua si inquina facilmente; perciò è necessario proteggerla per legge. E la legge deve punire chiunque corrompa l’acqua sapendo di farlo, condannandolo a pagare un’ammenda e a ripulire l’acqua a proprie spese.» I nostri Padri avevano ben chiara la fragilità della natura, e i più consapevoli si adoperavano già per la sua tutela (lo testimoniano numerosi testi religiosi e filosofici, ma anche documenti come quello del Comune di Siena, datato 1309, che legifera sulla bellezza della città: «… perché la città dev’essere onorevolmente dotata et guernita, tanto per cagione di diletto et allegrezza ai forestieri quanto per onore, prosperità e accrescimento de la città et de’ cittadini di Siena.»).

Il presente va al più presto reimpostato, e il futuro deve necessariamente essere progettato sulla base dei diritti delle generazioni future. Non è giusto – non è eticamente e umanamente ammissibile – che siano “quelli di domani” a pagare per gli errori (imperdonabili!, forse mai risanabili) di “quelli di oggi” (e in quest’ultima categoria, stretti in un fascio solo, vengono a ritrovarsi per forza di cose e per congiuntura sia i buoni che i cattivi, sia gli ecologisti consapevoli e sia gli indifferenti responsabili); se lo sforzo di cambiamento non sarà comune il danno sarà irreversibile, irreparabile. «Nessun crimine ambientale è oggi abbastanza lontano da noi da poterlo ignorare.» è questa la riflessione chiave dell’intervento di Settis, il monito dal quale tutto dovrebbe ripartire, a beneficio dei vicini e dei lontani. «In questo pianeta senza vere lontananze, – scrive Settis – l’amore verso i più lontani fa tutt’uno con la cura per noi stessi.» Così, al celebre precetto evangelico “Amerai il prossimo tuo come te stesso” lo storico dell’arte calabrese sceglie di opporre un più emblematico “Amerai la Terra come te stesso”, allargando il raggio di quest’amore dallo specifico dell’umanità all’universale della “comunità”, una “comunità di vita” che ingloba tutto il resto del regno animale, le piante e ogni singola preziosissima forma vivente. Su ogni nostra azione deve pesare il giudizio delle generazioni future: che ogni padre abbia su di sé lo sguardo vigile e inquisitore del figlio; è necessario ridimensionare il godimento egoistico per abbracciare uno stile di vita più solidale: all’abbuffata dell’interesse privato si opponga una più equa ripartizione, nessuno prenda più del dovuto, ciascuno impari a lasciare qualcosa per chi non ha niente, non foss’altro perché il troppo stroppia, e ogni eccesso alla lunga è deleterio (si muore per la pancia troppo vuota ma anche per quella troppo piena).

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Viviamo come se avessimo a disposizione risorse infinite, e più produciamo più aumentiamo di numero; le stime parlano chiaro, la misura è quasi colma ma poco e nulla nel concreto si sta facendo per ovviare all’ecocidio. Si ricicla, si differenzia, si smaltisce, si incentiva il biodegradabile, tanto di cappello, ma a fronte di tutto ciò le montagne di spazzatura collassano le une sulle altre, colossi di pattume, monumenti di monnezza che ben incarnano la sozzura istituzionalizzata dei governi padroni. Tra le immagini più inquietanti c’è quella del “continente di plastica” che galleggia nell’Oceano Pacifico, un mostrum che uccide ogni giorno migliaia di pesci, creature lontane che si nutrono di cellophane e lacerti plastici scambiandoli per alghe e microfauna (vittime di un doppio inganno), un “continente” che non contiene ma disperde, contamina, avvelena, accrescendosi in perimetro e spessore a ritmo costante. Cosa si sta facendo, concretamente, per arginare il problema? Quali strategie sono state messe in opera? A che punto è l’organizzazione dell’International Court for Environment (il Tribunale Nazionale contro i crimini ambientali)? Gli interessi speculativi delle multinazionali sono talmente intrecciati agli inciuci politici da vanificare già in partenza ogni vero anelito rivoluzionario, ma questo non significa doversi arrendere passivamente; ciascuno, chi nel suo piccolo e chi nel suo grande, può offrire il suo contributo, il suo buon esempio, vuoi con un bel saggio appassionato (come questo, qui recensito, di Salvatore Settis), vuoi con una militanza attiva nelle sacrosante associazioni ambientaliste, vuoi con piccole (apparentemente insignificanti) responsabili azioni quotidiane che, sommate le une alle altre, possono davvero incidere sul sistema.

L’articolo 9 della Costituzione recita: «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico-artistico della nazione.» Come fa notare Settis in questo articolo 9 si parla di “paesaggio”, non di “ambiente”, due concetti molto differenti; solo successivamente la Corte Costituzionale ha sottolineato l’importanza della difesa ambientale come «valore costituzionale primario e assoluto.» L’articolo 9 deve inoltre considerarsi strettamente legato all’articolo 32 (quello sul diritto alla salute); ambiente, bellezza e salute costituiscono un unicum, almeno nelle intenzioni, ed è in questa direzione che ci si dovrà muovere per salvaguardare l’ecosistema che ci ospita (e di cui siamo parte integrante). «L’amore finisce dove finisce l’erba e l’acqua muore.» scrive Giorgio Caproni nei suoi Versicoli quasi ecologici, ed è significativamente alla poesia che Settis affida l’ultima pagina del suo saggio. “Responsabilità, anima, cittadinanza”, è questo il sottotitolo che accompagna Il mondo salverà la bellezza?, ma è il punto interrogativo il nodo centrale che lega tutte le argomentazioni alla base del saggio, segno che il destino del pianeta è in sospeso, in balia dei comportamenti umani a breve e a lungo termine.

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Dalla “terra dei fuochi” (che è solo una delle nostre vergogne nazionali) al “continente di plastica”, passando per migliaia di discariche a cielo aperto e tombe occulte di rifiuti tossici, tra esalazioni, fumi e polveri sottili; gli alchimisti ci avevano visto giusto sui pericoli della diffusione della chimica e oggi ci siamo ridotti a etichettare come “bio” una mela venuta su senza veleni, quasi si trattasse di una varietà aliena. Oggi chi ha cervello, etica e consapevolezza non pensa a sé come cosa avulsa dalla biosfera. Finita la cieca fiducia in una crescita continua, finito l’ingenuo mito marinettiano del progresso a tutti i costi, oggi un’esigua fetta di umanità consapevole si guarda indietro nell’ottica del recupero e del ripristino, sicura che dal passato (il passato della buona tradizione) sia sempre possibile attingere quel po’ di buon senso, frutto del legame atavico più che millenario fra uomo e natura. Un presente slegato dal passato non potrà che condurci a un futuro incerto, a tempo determinato. Ogni scelta del presente è destinata, in un modo o nell’altro, a impattare sul futuro. Settis insiste sulla necessità di stilare una sorta di patto generazionale, un contratto tra i padri di oggi e i figli di domani, un patto «inteso come una nuova forma del contratto sociale, in cui le generazioni future siano considerate, già da oggi, cittadini necessari.» Il mondo salverà la bellezza?, edito da Ponte alle Grazie (con una prefazione entusiastica di Giulia Maria Mozzoni Crespi), è in parte una trascrizione dell’intervento di Salvatore Settis a un convegno sulla consapevolezza spirituale verso il mondo sociale e agricolo (tenutosi a Zelata di Bereguardo il 25 gennaio 2014); molti contenuti del testo (un vero e proprio trattato di etica) rimandano al precedente saggio Azione popolare. Cittadini per il bene comune (Einaudi, 2013). Un libro importante, da leggere e rileggere, un “manuale” per progettare un futuro sostenibile, nel segno di una piena e consapevole equità.

Massimiliano Sardina

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Cover Amedit n° 23 – Giugno 2015 “Il ragazzo dagli occhi di cielo” by Iano

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