ADAMO E LE SOUVENIR DU BONHEUR | La notte… l’attesa | Un romanzo di Salvatore Adamo

Posted on 20 giugno 2015

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salvatore_adamo_la_notte_l'attesa_2015 (1)di Leone Maria Anselmi

In Le souvenir du bonheur est encore du bonheur (Il ricordo della felicità è esso stesso felicità, tradotto in Italia da Nilo Pucci, per Fazi Editore, con il titolo più impalpabile La notte… l’attesa) Salvatore Adamo trascende la propria immagine popolare di cantautore in quella, certo più intima ed esclusiva, di scrittore; il titolo fa riferimento al celebre brano La notte (1965), una delle canzoni più rappresentative del repertorio di Adamo. Non un’autobiografia romanzata ma un coraggioso innesto tra vissuto memoriale e invenzione letteraria.

Il protagonista è Julienne, che come Adamo è un “rital” ossia un figlio di emigrati italiani in Belgio. Tutta la storia si muove tra Italia e Belgio, tra il sole arcaico accecante della Sicilia (Adamo è originario di Comiso, Ragusa, classe 1943) e il grigio brumoso del territorio belga, un’oscillazione atmosferica e linguistica che intreccia passato e presente in un nodo di inestricabile nostalgia. Se il Borinage sprofonda metafisico e misterioso in una miniera di carbone, una Trinacria mitica emerge dal lontano mare dell’infanzia, ma non c’è separazione, tutto è chiamato a sovrapporsi in un’istantanea più pittorica che narrativa. Alla generazione dei padri – quel disarmato esercito salito al nord nel tardo dopoguerra per cercar fortuna, padri abbruttiti dal nero salvatore_adamo_la_notte_l'attesa_2015 (3)del carbone ma lindi di dignità – segue quella dei “figli del riscatto”, e il successo del giovanissimo Salvatore nei primi anni Sessanta è un po’ l’emblema di questo riscatto (dalla buia fuliggine dei tunnel sotterranei ai bagliori delle luci del palcoscenico). La notte… l’attesa elude a priori lo schema di un’autobiografia tradizionale: l’autore sceglie di raccontarsi «in granelli di biografia, ben inseriti e poetizzati, come barlumi di un caleidoscopio…» scrive Francesco Piga nell’accorata postfazione. Julienne-Adamo fa il suo ingresso nella storia in punta di piedi, quasi scusandosi per l’invadenza; il suo animo mite e gentile si rivela in un gesto semplice: nutrire un uccellino sul davanzale con le briciole di un sandwich. «… Quest’uomo, cortese verso l’ospite, che non avrebbe esitato a sacrificare il suo misero pasto per salvare un passerotto sperduto, tremante, affamato… ebbene, sono io. E sono contento che facciate la mia conoscenza in un momento in cui mi mostro in una luce così lusinghiera…». Adamo indietreggia nella penombra delle quinte e spinge in scena il trentenne Julienne, fresco di licenziamento da un grande magazzino. Una nuova opportunità di impiego si presenta in concomitanza dell’improvviso cambiamento, favorita dal caso o indotta da un misterioso disegno, e di lì in avanti il protagonista sarà risucchiato in una dimensione metafisica degna di una tela magrittiana. Il nuovo datore di lavoro risponde al nome di Fernand Legay, proprietario di un’agenzia di pompe funebri, e Julienne si ritrova a svolgere dall’oggi al domani l’ingrata mansione di aiuto becchino. «No, impossibile… Giuliano Croce, nato il giorno dei morti, aspirante beccamorto! È la provvidenza che ti manda!» Julienne è tormentato dalla passione per Charlotte, amata, perduta e infine ritrovata, un amore forse non del tutto corrisposto, estremo, totalizzante.

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Alla storia si sovrappone un noir, un piccolo giallo che man mano va sciogliendosi sul finale, ma il vero nucleo del romanzo scorre in parallelo, in un’esperienza di vita raccontata sottovoce, e con un linguaggio letterario che ibrida con efficacia la lingua italiana a quella francese, tra dialetti regionali, locuzioni dell’argot, licenze slang, giochi di parole, proverbi siciliani… una straordinaria ricchezza linguistica, con continui rimandi alla pittura del Novecento (dai blu assoluti di Yves Klein ai riassemblaggi improbabili di Arman). Su tutte le iconografie trionfa però quella di Magritte, e non a caso La notte… l’attesa si apre con questi versi: “Dal fondo della prigione invocherò Magritte, prima che le unghie si rompano al muro della ragione”. La sicilianità riaffiora saggia e autoritaria in certi proverbi: “Chu uffenni scrivi nà rina, l’uffisu rispunni no marmu” e in certe credenze: “…Tieni, da parte di mia madre, porta male rompere una tazza. Bisogna rimpiazzarla al più presto, se no viene il malocchio”. Pennellate di folklore intinte nel colore vivo di un’isola antica, perduta troppo presto ma sempre ritrovata nelle memorie d’infanzia, in quel souvenir du bonheur che lega nel presente il passato e il futuro. Nel Julienne trasognato e sognante, in balia di un destino capriccioso e imprevedibile, Piga individua bene un passamuri, ossia un fantasma, una figura sincera e trasparente che attraversa e si lascia attraversare (dalla vita, dalla morte, dall’amore, dall’arte, dalla lingua), un’anima gentile che tenta di orientarsi in una realtà sempre ambigua e soffusa.

La struttura evocativo-simbolica del romanzo, che solo tra le righe cede alle confessioni dell’autobiografia, si rivela più compiutamente nei risvolti del finale: Julienne cambia “mestiere”, rinuncia al rituale funebre per abbracciare quello vitale (espressivo, sperimentale) dell’arte, quindi apre una Galleria e organizza una grande mostra collettiva e multietnica. Nei colori della festa tutto si riconcilia, si recupera e si riformula. «Quanto a me, – dichiara Julienne-Adamo nell’epilogo – sono sempre nell’arte. Ho conservato la nazionalità italiana per fedeltà a mio padre e alle mie radici. […] Voglio onorare la mia Sicilia. Sì, sono siciliano.».

Leone Maria Anselmi

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Cover Amedit n° 23 – Giugno 2015 “Il ragazzo dagli occhi di cielo” by Iano

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